42195 m-otivi per raccontare un’indimenticabile avventura.

Sono orgogliosa di ospitare il racconto di viaggio e vita, di un amico carissimo, che mi ha concesso il privilegio di condividere la storia della sua recente Maratona ad Atene. Godetevi l’esperienza di Luca, assaporate grazie a lui, la realizzazione di un sogno.  (Silvia)

 

Eccomi qui a scrivere o meglio, eccomi a fare due chiacchiere con me stesso. Un me stesso che probabilmente non riuscirà a trattenere una risata nel ripercorrere quanto vissuto. Spero queste righe possano spiegare cosa ha rappresentato per me fin dall’infanzia, il sogno di affrontare una maratona e quanto ha significato in età adulta, partecipare alla mia maratona.

La passione per questa sfida, cominciò a germogliare che ero appena decenne, quando lessi le gesta leggendarie di Dorando Pietri, atleta italiano che alle Olimpiadi di Londra del 1908 si fermò stremato, incapace di proseguire, a 200 metri dal traguardo. Allora, non erano consentiti punti di ristoro lungo il percorso e ogni atleta doveva gestire autonomamente e senza alcun supporto le energie, fino alla conclusione della gara. Dorando Pietri giunse per primo in prossimità dell’arrivo, barcollante e fortemente debilitato a causa della disidratazione. Poche centinaia di metri lo separavano dalla vittoria e i giudici di gara, vedendolo sfinito, lo sostennero e accompagnarono fino al traguardo. Proprio questo sostegno, gli costò la squalifica e la mancata medaglia d’oro. La Regina, volle premiare ugualmente Pietri con un piatto d’argento in ricordo della grande impresa.

Fu qualche anno dopo, nel 1988 (avevo 14 anni) che la passione esplose in me, raggiungendo il suo apice. Olimpiadi di Seoul, gara della maratona: per la prima volta nella storia della nostra atletica, venne portata in Italia la medaglia d’oro. A compiere l’impresa fu Gelindo Bordin, che da allora divenne uno dei miei eroi sportivi.  Da quella edizione non ho più perso una maratona olimpica, quasi incollato alla tv per sostenere gli atleti italiani e soprattutto ammirare i “mostri sacri” keniani.

Nel 2004, proprio nella Atene che mi ha accolto poche settimane fa, Stefano Baldini regalò all’Italia il secondo oro olimpico nella maratona. Galeotto fu questo spettacolo: tra me e la gara regina delle lunghe distanze, si consolida ulteriormente il legame, che diviene definitivo. Un legame profondo, che non mi fa paura, definire amore. Proprio Stefano Baldini, a 15 anni dalla vittoria, ha scelto di festeggiare l’anniversario della sua medaglia olimpica, in occasione di quello che è stato il mio esordio da maratoneta: un’inaspettata e bellissima coincidenza.

Ma torniamo ai giorni nostri.

Corro ormai da qualche anno, da un lato per tenermi in forma dopo aver abbandonato il calcio, dall’altro per rinforzare la parte lombare ed evitare il ripetersi frequente di problemi alla schiena. Però, c’è sempre un però nelle avventure, correre senza un obiettivo non era divertente e trascinante, per questo è maturato in me il desiderio di partecipare ad una gara. Inizialmente volevo restare entro i 10km, avendo affrontato un’operazione alla schiena, di cui mi intimorivano potenziali strascichi. Inoltre, con una distanza contenuta avrei potuto testare senza rischi, l’esito del lavoro svolto dall’equipe medica.

In quel periodo, con poco allenamento e nessuna esperienza riuscivo a percorrere solo 6-7 km, per poi vivere le pene dell’inferno, trovandomi senza fiato e con il cervello in tilt.  Vi assicuro, non ero certo un bello spettacolo.

Ma non ho demorso, alimentato da una passione viscerale che continuava a trainarmi.

Così, dopo alcune gare brevi, che nella migliore delle ipotesi raggiungevano i 2-300 iscritti, ho iniziato a sentire il desiderio di oltrepassare quell’iniziale limite chilometrico, per abbracciare eventi che raggiungessero e superassero il migliaio di iscritti.

Prima prova: la 10 km di Londra nel 2018, 15000 partecipanti al Via, la città a disposizione dei Runners, un vero e proprio spettacolo. Sono rimasto così colpito, da decidere di fondere la mia passione per i viaggi con quella per la corsa: si viaggia per correre e si corre per viaggiare. Ma, col passare del tempo, anche un viaggio per una corsa di 10 km non bastava più, sentivo il bisogno di fare una pazzia, perché quando decido di affrontare una grande sfida, tutto deve avvenire nel miglior modo possibile e con il massimo impegno o la sfida è persa in partenza. Così, si fa spazio tra i miei pensieri, l’idea di partecipare ad una maratona, una follia pura, ma proprio per questo particolarmente affascinante. Inizio a reperire informazioni sulle varie gare e a valutare Atene per una serie di motivi, uno romantico: fare la prima maratona, dove tutto ebbe inizio, mi sembrava bellissimo; uno pratico: non avevo mai avuto occasione di visitare la Grecia e risultava essere abbastanza economica; infine uno fisico: avere un massimo di 8 ore per arrivare al traguardo. Nessun ulteriore indugio: Atene sia!

Fu proprio allora, dopo aver scelto Atene, che mi tornarono in mente due episodi della mia vita.

Nel primo, durante una visita preoperatoria, chiesi al medico che doveva effettuare l’intervento se dopo l’operazione avrei potuto continuare a correre. Ricordo di aver usato esattamente queste parole: “Tanto a me bastano 10-12 km, non devo mica fare la maratona”. Ma probabilmente fui poco convincente, perché sul volto del medico apparve un sorriso beffardo, sorriso di chi ne ha viste tante durante la sua carriera. Mentre pronunciavo quella frase, l’espressione del mio viso deve aver mostrato prepotentemente il desiderio di affrontare quella sfida, che fino ad allora tenevo nascosto perfino a me stesso. La risposta del medico, contribuì ad alimentare le mie speranze e i miei sogni: “Se ti alleni bene, puoi fare anche la maratona”. Tra me e me, pensai: “Cosa? Stiamo scherzando? Ma allora qui si arriva ad una grande impresa!”.

Nel secondo episodio, affrontavo il risveglio dall’anestesia. Cercavo di muovere i piedi per verificare che tutto fosse andato bene e avendo il pieno controllo degli arti inferiori dissi a me stesso: “Lu, ora non hai più scuse, devi iniziare a pensarci veramente”. E visto che la speranza, alberga sempre nel cuore di chi non si arrende mai, il sogno prese forma. I primi due anni dopo l’intervento, non sono stati facili. Era per me impossibile terminare una gara da 10 km senza fermarmi. Dove volevo andare? L’impresa sembrava davvero ardua. Nonostante questo, posso dire che la preparazione per la mia maratona, è iniziata dalla scelta di Atene. Tutte le gare hanno lo stesso inizio, iniziano quando decidi di iscriverti, perché in quel momento cambia tutta la prospettiva sulle priorità. Le uscite superflue nei locali a fare da vetrina, vengono sostituite da levatacce all’alba per andare a fare i “lunghi”, faticando 5 volte tanto, ma tornando a casa più felici che mai. Tutto cambia se ci credi veramente. Ogni secondo di tempo libero è dedicato alla maratona, alla tua maratona. Perché diventa tua e immagini come sarai al traguardo, se esulterai e il modo in cui lo farai, come vorresti concludere la gara, ti poni degli obiettivi e dedichi il massimo impegno per poterli raggiungere. La gestazione della mia gara è durata circa 18 mesi, perché ho dovuto verificare la tenuta della mia schiena con una mezza maratona. Fu quella dicembrina di Cagliari a confermare l’adeguatezza del mio fisico e da gennaio 2019, il sogno di Atene ha cominciato a concretizzarsi.

Aprile: iscrizione alla gara nel primo giorno utile, successiva prenotazione dell’albergo e pagamento voli.

Luglio: inizio vero e proprio dell’allenamento, 18 settimane di fuoco.

Agosto: pagamento albergo. La fase organizzativa era conclusa, non mi restava che continuare ad allenarmi bene.

Purtroppo, un infortunio al ginocchio si insinua prepotentemente tra i buoni propositi e mi costringe ad una pausa negli allenamenti, per due mesi.  Questo sfortunato episodio in fase preparatoria, ha inevitabilmente prodotto una forzata modifica degli obiettivi finali, ma nonostante questa ondata sfortunata, non mi sono arreso e ho proseguito il cammino verso Atene. Il tempo sembra volare e giunge presto il giorno della gara, in un tiepido novembre greco.

Per arrivare rilassato e per il desiderio di giungere il prima possibile, la sveglia suona alle 4 del mattino. Impiego solo 20 secondi ad alzarmi dal letto e interpreto questa prestanza come un buon presagio per la giornata che mi aspetta. La colazione è abbondante, vista la fatica fisica che dovrò sostenere e consiste in 5 brioches al latte e un bicchiere di infuso. Inizia poi il rito del mettersi la divisa da gara, che segue sempre uno stesso ordine consolidato, un’ultima occhiata allo zaino che contiene un cambio abiti post gara, verifica del contenuto del marsupio e ho la certezza che tutto sia pronto. Varco la porta della stanza e da quel momento sono in “modalità maratona”.

Arrivo presto nel punto di ritrovo dei bus che ci porteranno a Maratona e mi accomodo sul primo posto disponibile. La gente inizia ad arrivare, tutti con la speranza e la voglia di godersi la giornata. Una signora, pur non conoscendo nessuno, parla con chiunque le capiti a tiro. Ma dico io, sono le 5.30 del mattino, cosa avrà da dire a tutti? Certo, è possibile che fosse il suo modo per trovare e mantenere la concentrazione. Ma in ogni caso, è stata una logorrea che ho sopportato a fatica. Io, mi sono limitato ad un cenno col sopracciglio all’’autista e ho pronunciato la parola “Morning”, con la quale ho siglato il “passo e chiudo” di quella prima fase. Il signore seduto accanto a me invece, dorme per tutto il tragitto: un idolo assoluto ai miei occhi (date la medaglia d’oro a quell’uomo!). Il viaggio in Bus procede spedito, anche se sembra interminabile e mi rendo conto che noi passeggeri e partecipanti alla gara, dovremo farlo a ritroso, correndo… ma nonostante tutto rimango molto ottimista. Chiedo solamente alle mie ginocchia di tenere duro.

Arriviamo finalmente a Maratona, non sono ancora le 7 del mattino. Visto che ho quasi due ore di tempo prima di entrare nel mio blocco, faccio una visitina alla linea di partenza, che ho virtualmente consumato nell’immaginarla, tutte le volte che ho pensato di partire. Ora sono lì, con i piedi che toccano quel pavimento. Un’ondata di adrenalina mi assale, un’emozione positiva che mi carica ulteriormente. Ci sta. Va bene. Assaporo la consapevolezza di realizzare un sogno. Faccio un giro all’interno dello stadio e noto che a poco a poco gli spalti si riempiono, concedendo un forte impatto visivo. Scendo sul terreno di gioco per farmi una passeggiata e per ripetere ancora una volta a me stesso, che in quelle condizioni fisiche e per l’allenamento svolto, devo partire piano e che l’obiettivo è arrivare al traguardo con un buon ricordo, ma soprattutto vivo, intero e felice. Il crono finale per oggi è relativo, anche se vorrei finire entro le sei ore. La gente ormai riempie lo stadio, gli spalti e il piazzale. Sono previsti oltre 20000 partenti.

All’inizio non ne capisco il motivo, ma vengo attratto da una maglietta, che mi sembra di aver visto da qualche parte in precedenza, la fioca luce dell’alba e i riflessi non ancora al top, confondono le mie ipotesi, ma continuo a credere di averla già incontrata. Nell’avvicinarmi alla persona che la indossa, tutto si fa più chiaro e capisco che si, conosco bene quella maglietta, perché è quella dell’Inter, un’altra mia grande passione. Saluto istintivamente il signore che ha scelto i nerazzurri e gli dico: “Gran bella maglietta!” Ricambia con un gesto altrettanto spontaneo, porgendomi la mano per “un cinque” tra interisti. Che bel momento, penso tra me. Perché si sa, correre una maratona con l’Inter nei tuoi pensieri è ancora meglio.

Inizio poi il mio riscaldamento, più che altro per provare la tenuta del ginocchio. Sembra tutto a posto, ottimo! Un punto a mio favore (era ora). Giunge il momento di dirigersi ai blocchi e dopo vari annunci, facciamo il giuramento olimpico, un’emozione indescrivibile. Ho giurato di correre lealmente, anche perché non conosco altri modi, odio chi bara in queste occasioni. Partirò dal blocco 10, quello viola, siamo tutti pronti, ognuno immerso nei propri pensieri, con le sue speranze, paure, obiettivi, ma deciso a correre nella storia, per farne parte con la propria personale e unica esperienza.

Si parte, ci siamo.

Devo ammettere che durante i primi 200 metri ero molto emozionato, lasciavo alle spalle una fetta del sogno, vissuta, divorata e ora per realizzarlo completamente, mancavano “solo” 42 km. La fase iniziale procede bene, scorre, tengo un buon ritmo, sapendo comunque che prima o poi ci sarà da soffrire.  Perché si sa: la MARATONA NON PERDONA. Mai, nessuno. Quindi massimo rispetto per la gara. Cerco di stare dietro a qualche “vecchia volpe” con esperienza, per mantenere un ritmo costante che faccia consumare il meno possibile le energie e becco un certo MACEDO, non so se quello fosse il suo vero nome o se si riferisse alla squadra o alla città, so soltanto che inizio a seguirlo come fossi la sua ombra. La tattica funziona! Ma arriviamo al ristoro dei 10 km e lo perdo di vista. Porca miseria! Macedo dove cavolo sei?

Non posso perdere tempo ed energie nella ricerca dello scomparso e allora cambio “pacer”: la prescelta è una coppia di sudafricani. Mi tengo a costante distanza da loro. Ottimo, la tattica funziona ancora una volta, sembro meno stanco di quello che in realtà sono. Ma in una gara di 42 km l’imprevisto è dietro l’angolo, il mio si materializza nella scarpa slacciata e nelle imprecazioni che dedico a tutto l’Olimpo, Pollon compresa. Anche i nuovi pacers, sono persi. Ma vaffanculo!

Decido a quel punto, di mantenere il mio passo a prescindere. Guardo a bordo strada e inaspettatamente vedo il cartello: 11 km, resto piacevolmente stupito, controllo il mio orologio GPS e noto una discrepanza di 20 metri. Iniziano i calcoli per vedere quanta strada in più dovrei fare, ovvero inizia un meticoloso lavoro mentale per distrarre il cervello. Perché quando la stanchezza si farà viva (e si farà viva), sarà il momento in cui la solita vocina puttana che ti parla nella testa e ti rimbomba nel cervello ogni 50 metri, ti dirà di ritirarti, che non potrai mai arrivare al traguardo, che il sogno è bello quando resta tale. E invece cara vocina, stronza, questa volta vinco io e non ti farai sentire per niente. Così è stato. Brava.

Oltre la vocina, al km 13 anche il lettore MP3 ha smesso di farsi sentire. Ancora chiamate all’Olimpo. Circa 30 km a sentire i fiatoni e i passi di tutti. Ma oggi non si molla e nonostante la fatica arrivo al km 18. Qui si fa dura, perché ci sono ben 14 km di continua salita. Decido che la gara proseguirà con corsa e camminata veloce di recupero e ad ogni punto ristoro mangerò di tutto. Arrivo al km 32, il famoso “muro del maratoneta” è superato, il più è fatto. Procedo in discesa per qualche chilometro, posso respirare ora, poi la strada sarà pianeggiante fino alla fine.

Faccio i miei soliti calcoli per vedere quanto riposo posso permettermi fino al traguardo, per arrivare con un tempo sotto le sei ore. Il calcolo offre come deludente risultato: non tanto. Ma mi accorgo che c’è gente messa peggio di me, che ha bisogno dell’ausilio medico per crampi, piedi lessi e capezzoli insanguinati, auguri a tutti, non mollate ora! Mancano 3 km, è tardi, ma il pubblico è ancora lì ad incitare ognuno di noi. A loro non interessa che tu sia greco o straniero, bianco, rosso, blu o nero, verde o giallo. Tu sei lì, alla loro maratona e fanno il tifo per te. Sanno cosa siano lo sforzo e lo sport. Vi meritereste una medaglia cari greci! Mancano solo 2 km, l’ultimo pit stop è superato, la mente è ancora fresca e continua a fare i suoi calcoli, ho fatto pure i conti con me stesso durante la gara, e sono giunto alla conclusione che, nonostante lampanti difetti, mi vado bene così. In sei ore di gara, in qualche modo bisogna tenere sveglia la mente. Ci siamo, ultimo km, mille metri al traguardo e al coronamento del sogno.

Il pubblico continua ad incitarci, e se possibile sembra lo faccia anche più forte di prima. Ora do il 5 anche agli adulti, ai fotografi ufficiali lungo il percorso, ai poliziotti, sono in totale trance agonistica. Mi sento (e i tifosi amplificano questa sensazione) come stessi per vincere l’olimpiade, sono gasato, vivo. Ancora 500 metri. Per un attimo chiudo gli occhi, è quasi fatta.

Dai cazzo, ora dai tutto, deve restare il bel ricordo dell’arrivo!” mi dico.

Lo faccio. Gli ultimi 350 corro a tutta birra, do il massimo possibile e senza fiato supero pure molta gente, ma quello non ha proprio nessuna importanza. Gli ultimi 100 metri sono interminabili, ma vorrei non finissero mai, perché mi sento bene. Sono dentro uno stadio che ha ospitato ben due olimpiadi, mi rendo conto che, nel mio piccolo, ho fatto proprio una bella impresa.

Supero il traguardo.

Sono un maratoneta, un felicissimo maratoneta.