Di Budapest a Natale e di giornate indelebili.

Non esiste viaggio che ami più di quello invernale. La mia mente, inizia a sognare mercatini natalizi, vino caldo e addobbi, più o meno dalla primavera. Luminarie, casette di legno, la miscela di fragranze dolci e salate, rappresentano un feticcio viaggereccio che attendo con infrenabili entusiasmo e impazienza.

Quest’anno la mia passione viscerale (l’anno scorso in realtà, visto il passaggio del testimone appena avvenuto tra 2019 e 2020), coinvolge non solo Massi, ma anche mia sorella Anna e i miei cognati Michela e Roberto: insieme raggiungeremo Budapest il 26 dicembre. Ci incontriamo in aeroporto in un tiepido pomeriggio sardo, imbacuccati come se dovessimo superare il glaciale inverno sulla Terror e attendiamo il decollo sudando come cotiche allo spiedo. La temperatura in aereo rasenta quella dell’agosto cagliaritano alle 14, sotto il sole, ma sappiamo che il nostro bagaglio, ripieno di indumenti termici, si rivelerà l’arma vincente una volta atterrati in Ungheria. Uno scambio di posti, inaspettato e assai gradito, mi consente di sedere accanto a Massi e rimescola la randomica assegnazione dei sedili offerta gratuitamente da Ryanair, che aveva spalmato il nostro gruppo su tutto l’aereo. Due ore di volo tranquillo ci conducono alla meta. Atterriamo a fine serata in un aeroporto ordinato, pulito e dotato di tutto ciò che occorre per chi giunge in città da viaggiatore.

Prima tappa Atm, abbiamo bisogno di un po’ di fiorini per le spese iniziali: tickets dei mezzi pubblici e cibo. Acquistiamo i biglietti al banco della BKK, azienda dei trasporti cittadini. Scegliamo un abbonamento di gruppo (massimo per 5 persone) della durata di 24 ore, che ci permetterà di usufruire di metro, bus e tram. In più, compriamo i nostri biglietti per il bus 100E, che non rientra nelle linee urbane incluse nell’abbonamento, ma ha un costo di 900 fiorini (circa 3 euro). Per ulteriori informazioni su trasporti e tariffe, suggerisco il sito dedicato: https://bkk.hu/en/tickets-and-passes/prices/.

Per raggiungere il nostro Hotel (Danubius Arena), utilizziamo il bus 100E fino alla stazione Astoria, che ci coglie alla sprovvista e ci regala la nostra prima corsa direttamente sul mezzo per riuscire a scendere in tempo, poi da lì, ci infiliamo nella metro M2 rossa, verso la fermata Puskás Ferenc Stadion che dista circa un minuto di camminata dall’albergo.

Il Check-in viene rallentato da un problema verosimilmente informatico, che trattiene l’addetto alla Reception per parecchi minuti. Visibilmente disperato, guarda il monitor davanti a lui, senza accorgersi che chiediamo la sua attenzione.  Ma tutto si risolve per il meglio e otteniamo le nostre stanze, che per fortuna sono nello stesso piano e perfino una accanto all’altra. La camera è ampia, pulita, insonorizzata, dotata del preziosissimo bollitore e di una allettante vasca da bagno che mi concederà assoluto relax in numerosi fine serata. Mi bastano pochi minuti per capire che ho fatto la scelta giusta: l’hotel è perfetto per le nostre esigenze e considerati il costo contenuto e il panorama mozzafiato godibile dalla finestra, lo promuovo immediatamente a pieni voti. Ceniamo con i panini presi all’aeroporto e stiamo un po’ insieme in una delle stanze per organizzare la giornata successiva, prima della buonanotte.

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 Il giorno dopo, scegliamo di fare colazione nella zona di Deák Ferenc tér. Sarà il caso a decidere la location, perché non abbiamo una precisa idea di cosa troveremo una volta usciti dalla metro. Notiamo subito i mercatini che vengono preparati per l’apertura e una maestosa ruota panoramica, che mostrerà tutta la sua bellezza dopo il tramonto, illuminata e visibile da parecchi chilometri di distanza. Entriamo in un piccolo bar, dove una gentilissima coppia di turisti ci cede il proprio tavolo per concederci una colazione comune. Prendiamo cappuccini, croissant, muffin e succhi d’arancia. I prezzi sono veramente contenuti rispetto al Nord Europa (è ancora fresco il ricordo delle colazioni fatte a Helsinki qualche mese prima, ma soprattutto di quelle norvegesi e svedesi, per cui sarebbe stato utile un mutuo). A stomaco pieno, ci perdiamo tra le vie cittadine, inebriati da odori di spezie, cannella e arrosto.

Superiamo Pest, la parte più moderna della città, per raggiungere Buda, la parte antica e percorriamo il Ponte delle Catene, ribattezzabile come il ponte dei venti polari che attraversano in scioltezza i vestiti e oserei dire perfino l’epidermide, il derma e l’adipe. La città vecchia, meravigliosa, restituisce tutta la sua bellezza sotto un timido sole che ne esalta i lineamenti architettonici. Ci dirigiamo verso il distretto del Castello, lungo una salita e numerosi scalini. Incrociamo persone giunte da tutte le parti del mondo e assorbiamo un intrecciarsi di idiomi, profumi, sguardi e volti. La rappresentanza italiana è decisamente imponente. Ci perdiamo nel panorama che il distretto del castello concede, poi proseguiamo tra le viuzze che si snodano nel quartiere storico.

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Scegliamo di entrare in un Labirinto segnalato da una freccia. Esperienza decisamente interessante e fuori dagli schemi. Uno spazio che porta con sé secoli di storia e che venne utilizzato come prigione, luogo di tortura, bunker, ospedale militare e tanto altro ancora. Anna, Michela ed io (Massi e Roberto preferiscono aspettare fuori) attraversiamo gli stretti e bui passaggi, dove incontriamo allestimenti di opere liriche, feste, bambini inquietanti, tombe e pozzi. La visita si conclude, lasciandoci addosso soddisfazione e stordimento insieme.

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Pranziamo in un ristorante self service, accogliente e soprattutto economico. Io e Massi prendiamo del riso con verdure e crocchette di patate, gli altri assaggiano anche il famoso spezzatino che inizialmente siamo convinti si chiami Gulasch, ma grazie ad una guida turistica, scopriremo avere un altro nome(Pörkölt). Vorremmo trattenerci, ma un giovane cameriere ci fa capire che il tavolo attende nuovi ospiti.

Dopo il pasto, ci aspetta il Bastione dei Pescatori, imponente, romantico, gremito. In assoluto uno dei luoghi che amo maggiormente della città e che mi conquistò già nel 2006, quando per la prima volta Massi e io ci recammo a Budapest.

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Portiamo con noi tutta la bellezza possibile e ci dirigiamo a piedi verso il Danubio, per visitare il memoriale dedicato alle vittime dell’Olocausto. Sulla riva del fiume, decine di scarpe giacciono allineate, rendendo indelebile il ricordo dell’efferatezza nazista. Calzature di tutti i tipi, di tutte le dimensioni, lasciate sulla riva del fiume mentre le vittime venivano gettate tra le acque e uccise con un colpo di pistola alla testa. Tra le tante, mi trafiggono due scarpine da bimbo, non c’era salvezza nemmeno per i più indifesi e vulnerabili, nessuno veniva risparmiato. La ferocia dei carnefici e l’impotenza delle vittime, sono restituite come un pugno in pieno petto. Pietre e lumicini, sono posizionati lungo il memoriale. Sapere che tanti preservano la memoria con questi piccoli gesti di vicinanza, fa bene all’anima.

Ci tratteniamo per un po’, dando così la possibilità a Roberto di fare delle foto con tutta la calma di cui ha bisogno. Riprendiamo poi il ponte delle catene e riabbracciamo Pest, dove le luminarie, animano strade e mercatini. L’atmosfera è magica. Sorseggiamo un Mulled Wine nei pressi della Basilica; su di essa, un gioco di luci tridimensionale accompagnato da un sottofondo musicale. Uno spettacolo che interrompe il fitto vociare e per qualche minuto dona un silenzio assoluto. Degustiamo poi il dolce tipico ungherese, la cui impronunciabilità (kürtöskalács) è direttamente proporzionale all’impossibilità di smaltirne l’apporto calorico.  Crema alla vaniglia, panna montata, cioccolato, cannella, calorie, iperglicemia e bontà: siamo satolli.

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La serata vola e prima del rientro, cerchiamo un market aperto per fare una piccola spesa.

Il giorno dopo facciamo colazione nei pressi del Parlamento, dove troviamo un carinissimo Bar, nell’edificio che ospita il Museo del Cioccolato. Dolce e salato si intrecciano al nostro tavolo, perché Roberto preserva un certo grado di leggerezza con una omelette con pancetta. Noi scegliamo croissant, paste alle noci e cappuccini. Il locale è talmente carino, che decidiamo all’unanimità di tornare anche la mattina successiva.

Per le 10:30 abbiamo prenotato un Free Walking Tour (in italiano) con una guida ungherese di nome Orsi, che si rivelerà brillante, preparata e simpaticissima. Per due ore e mezza, ci concede il suo vissuto e ci porta in una Budapest diversa da quella raccontata dai resoconti cartacei. Dolori, oppressioni, ferite che hanno lasciato il segno e che si fondono inevitabilmente con la personalità dei cittadini. Orsi ci fa riflettere sulle differenze generazionali e si illumina nel parlare delle speranze dei giovani ungheresi. Con autentica passione ci dona parti di sé e della sua vita, sfiorando le corde della tolleranza, dell’empatia, della comprensione verso culture altre, che nascono da storie differenti. La visita parte dal Parlamento e si conclude davanti alla grande Sinagoga. Durante il Tour, ci fermiamo accanto alla recente scultura commemorativa, che il governo ha eretto in ricordo delle vittime dell’Olocausto e che vede l’arcangelo Gabriele (simbolo dell’Ungheria), sottomesso dall’aquila imperiale tedesca, che lo sovrasta. Immagine che edulcora il ruolo attivo avuto dagli stessi governanti ungheresi nel sostegno al nazismo e assolve corresponsabili e collaborazionisti. Orsi ci spiega quanto ancora venga criticata la scelta di erigere un monumento che falsifica la realtà, alimentando un revisionismo mal tollerato dai cittadini, che da anni protestano in maniera attiva e continuativa, deponendo lungo il perimetro della scultura scritti, fotografie e documenti, testimonianza di ciò che realmente accadde.  Un tassello delicato, raccontato con lucidità e chiarezza.

Consiglio caldamente il Free Tour con Orsi, per maggiori informazioni potete dare uno sguardo su https://www.freetourinitaliano.com/.

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Dopo il tour, ci dirigiamo verso i Mercati Generali con l’idea di pranzare al piano superiore dell’edificio, che ospita vari ristoranti. Ma la nostra idea è tutt’altro che originale e il numero spropositato di persone con cui dovremmo condividere spazi e ossigeno, ci porta a modificare i programmi. Facciamo un giro tra i box al piano terra, ammirando la cura nell’esposizione, respirando i profumi di spezie, zuppe, frutta e dolci. Poi ci rituffiamo nelle vie cittadine per trovare un posto accogliente dove mangiare. Mia cognata nota un ristorante che soddisfa tutti, dove possiamo riposarci e rifocillarci. Anna, Michela e Roberto, assaggiano la zuppa di Gulasch, Massi ed io scegliamo degli gnocchi e una piadina. Costo onestissimo, ma i fiorini ungheresi sono dispettosi e quando pensi di avere un capitale, scopri amaramente con il convertitore di valuta, che la povertà regna sovrana e devi prelevare ulteriormente. Roberto ribattezza la moneta locale “cazzillo” e per tutta la durata del viaggio, l’entità dei cazzilli nei portafogli, sarà l’argomento principe.

Dopo pranzo, decidiamo di visitare il quartiere ebraico e ce ne innamoriamo. Un intreccio di localini, pub, negozi, ristoranti, murales e palazzi antichi. Per caso, scopriamo una galleria di artisti e hobbisti e diamo fondo alle nostre finanze comprando dei quadretti, che abbelliranno le nostre case. Le luci natalizie, amplificano il fascino degli scorci che sono già di per sé suggestivi. Adoro questo periodo dell’anno ed è sempre un privilegio potersi immergere nel fascino delle città vestite a festa. Passeggiamo fino alla Fashion Street, elegante e raffinata via pedonale nei pressi della ruota panoramica, impreziosita da alberi di Natale e luminarie imponenti.  Da lì, raggiungiamo i mercatini natalizi di Piazza Vorosmarty, i più antichi della città. Poi, sosta per un tè caldo nel bar di un hotel che ci permette di usare gratuitamente anche un bagno discretamente lussuoso e tappa finale della serata ai Mercatini sotto la Basilica, dove ci scaldiamo con un buon Mulled Wine e delle eccezionali patate arrosto. Brindisi, per salutare una meravigliosa Budapest in notturna, in una delle panche in legno allestite per i mercatini, conquistata dopo essere stati scacciati da un bambino che si abbuffava in solitudine e che con molta decisione ha rifiutato la nostra richiesta di poter sedere accanto a lui.

Il giorno successivo, il volo sarà a metà serata, per questo possiamo sfruttare al massimo la mattina. Colazione nel “nostro” Bar vicino al parlamento, dove Michela e Roberto, si tengono leggeri con uova fritte e omelette alle 9 del mattino. È domenica e parte della città dorme ancora. A stomaco pieno, ci dirigiamo verso il Museo Memoriale dell’Olocausto, che mi colpì profondamente nel 2006 e che suggerisco ai miei compagni di viaggio. Purtroppo, nonostante le informazioni ne confermino l’apertura, i cancelli sono chiusi e ci arrendiamo all’impossibilità di accedere alla struttura.

Un Mercatino rionale, piccino, piccino con pane e formaggi, addolcisce subito la nostra delusione. Dentro un Bar allestito in un edificio catacombale, ci sediamo per degustare una pagnotta, poi decidiamo di dirigerci al quartiere ebraico per esplorarne meglio gli angoli più caratteristici. Scelta portatrice di frutti inaspettati. Ci imbattiamo in un palazzo che ospita espositori, bar, ristoranti, un giardino e addirittura musica dal vivo: è il famoso Szimpla Kert, locale amatissimo sia per la vita diurna che per quella notturna.

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Seguiamo il fluire dei visitatori e ci godiamo uno spettacolo senza uguali. Ultima tappa: Mercatini di Natale per un finale, caldo Mulled Wine all’aperto, accanto al tepore di una fiamma che arde dentro una teca di vetro. Tiriamo insieme le somme di un’esperienza che ha rispecchiato e superato le aspettative di tutti e salutiamo una Budapest meravigliosa, fredda ma soleggiata, accogliente e portatrice di emozioni.  Sappiamo che sarà un arrivederci e non un addio, perché il desiderio di ritrovare una tale bellezza, resterà vivo e chiederà di essere ascoltato di nuovo, in futuro.

Avevo Ventisei anni quando visitai la città per la prima volta, rivederla alla soglia dei Quaranta mi ha concesso di immergermi nell’infrenabile fluire degli anni che passano, ho sfiorato tutto ciò che ho vissuto e che in tredici anni, mi ha condotto alla Silvia che sono adesso. È stato intenso, come ogni viaggio.  In aereo, durante il breve volo di rientro, assaporo la piacevole carezza donata da un’esperienza breve, ma goduta al massimo. E per questo bagaglio emozionale, devo ringraziare soprattutto i miei compagni di viaggio.

 

 

 

42195 m-otivi per raccontare un’indimenticabile avventura.

Sono orgogliosa di ospitare il racconto di viaggio e vita, di un amico carissimo, che mi ha concesso il privilegio di condividere la storia della sua recente Maratona ad Atene. Godetevi l’esperienza di Luca, assaporate grazie a lui, la realizzazione di un sogno.  (Silvia)

 

Eccomi qui a scrivere o meglio, eccomi a fare due chiacchiere con me stesso. Un me stesso che probabilmente non riuscirà a trattenere una risata nel ripercorrere quanto vissuto. Spero queste righe possano spiegare cosa ha rappresentato per me fin dall’infanzia, il sogno di affrontare una maratona e quanto ha significato in età adulta, partecipare alla mia maratona.

La passione per questa sfida, cominciò a germogliare che ero appena decenne, quando lessi le gesta leggendarie di Dorando Pietri, atleta italiano che alle Olimpiadi di Londra del 1908 si fermò stremato, incapace di proseguire, a 200 metri dal traguardo. Allora, non erano consentiti punti di ristoro lungo il percorso e ogni atleta doveva gestire autonomamente e senza alcun supporto le energie, fino alla conclusione della gara. Dorando Pietri giunse per primo in prossimità dell’arrivo, barcollante e fortemente debilitato a causa della disidratazione. Poche centinaia di metri lo separavano dalla vittoria e i giudici di gara, vedendolo sfinito, lo sostennero e accompagnarono fino al traguardo. Proprio questo sostegno, gli costò la squalifica e la mancata medaglia d’oro. La Regina, volle premiare ugualmente Pietri con un piatto d’argento in ricordo della grande impresa.

Fu qualche anno dopo, nel 1988 (avevo 14 anni) che la passione esplose in me, raggiungendo il suo apice. Olimpiadi di Seoul, gara della maratona: per la prima volta nella storia della nostra atletica, venne portata in Italia la medaglia d’oro. A compiere l’impresa fu Gelindo Bordin, che da allora divenne uno dei miei eroi sportivi.  Da quella edizione non ho più perso una maratona olimpica, quasi incollato alla tv per sostenere gli atleti italiani e soprattutto ammirare i “mostri sacri” keniani.

Nel 2004, proprio nella Atene che mi ha accolto poche settimane fa, Stefano Baldini regalò all’Italia il secondo oro olimpico nella maratona. Galeotto fu questo spettacolo: tra me e la gara regina delle lunghe distanze, si consolida ulteriormente il legame, che diviene definitivo. Un legame profondo, che non mi fa paura, definire amore. Proprio Stefano Baldini, a 15 anni dalla vittoria, ha scelto di festeggiare l’anniversario della sua medaglia olimpica, in occasione di quello che è stato il mio esordio da maratoneta: un’inaspettata e bellissima coincidenza.

Ma torniamo ai giorni nostri.

Corro ormai da qualche anno, da un lato per tenermi in forma dopo aver abbandonato il calcio, dall’altro per rinforzare la parte lombare ed evitare il ripetersi frequente di problemi alla schiena. Però, c’è sempre un però nelle avventure, correre senza un obiettivo non era divertente e trascinante, per questo è maturato in me il desiderio di partecipare ad una gara. Inizialmente volevo restare entro i 10km, avendo affrontato un’operazione alla schiena, di cui mi intimorivano potenziali strascichi. Inoltre, con una distanza contenuta avrei potuto testare senza rischi, l’esito del lavoro svolto dall’equipe medica.

In quel periodo, con poco allenamento e nessuna esperienza riuscivo a percorrere solo 6-7 km, per poi vivere le pene dell’inferno, trovandomi senza fiato e con il cervello in tilt.  Vi assicuro, non ero certo un bello spettacolo.

Ma non ho demorso, alimentato da una passione viscerale che continuava a trainarmi.

Così, dopo alcune gare brevi, che nella migliore delle ipotesi raggiungevano i 2-300 iscritti, ho iniziato a sentire il desiderio di oltrepassare quell’iniziale limite chilometrico, per abbracciare eventi che raggiungessero e superassero il migliaio di iscritti.

Prima prova: la 10 km di Londra nel 2018, 15000 partecipanti al Via, la città a disposizione dei Runners, un vero e proprio spettacolo. Sono rimasto così colpito, da decidere di fondere la mia passione per i viaggi con quella per la corsa: si viaggia per correre e si corre per viaggiare. Ma, col passare del tempo, anche un viaggio per una corsa di 10 km non bastava più, sentivo il bisogno di fare una pazzia, perché quando decido di affrontare una grande sfida, tutto deve avvenire nel miglior modo possibile e con il massimo impegno o la sfida è persa in partenza. Così, si fa spazio tra i miei pensieri, l’idea di partecipare ad una maratona, una follia pura, ma proprio per questo particolarmente affascinante. Inizio a reperire informazioni sulle varie gare e a valutare Atene per una serie di motivi, uno romantico: fare la prima maratona, dove tutto ebbe inizio, mi sembrava bellissimo; uno pratico: non avevo mai avuto occasione di visitare la Grecia e risultava essere abbastanza economica; infine uno fisico: avere un massimo di 8 ore per arrivare al traguardo. Nessun ulteriore indugio: Atene sia!

Fu proprio allora, dopo aver scelto Atene, che mi tornarono in mente due episodi della mia vita.

Nel primo, durante una visita preoperatoria, chiesi al medico che doveva effettuare l’intervento se dopo l’operazione avrei potuto continuare a correre. Ricordo di aver usato esattamente queste parole: “Tanto a me bastano 10-12 km, non devo mica fare la maratona”. Ma probabilmente fui poco convincente, perché sul volto del medico apparve un sorriso beffardo, sorriso di chi ne ha viste tante durante la sua carriera. Mentre pronunciavo quella frase, l’espressione del mio viso deve aver mostrato prepotentemente il desiderio di affrontare quella sfida, che fino ad allora tenevo nascosto perfino a me stesso. La risposta del medico, contribuì ad alimentare le mie speranze e i miei sogni: “Se ti alleni bene, puoi fare anche la maratona”. Tra me e me, pensai: “Cosa? Stiamo scherzando? Ma allora qui si arriva ad una grande impresa!”.

Nel secondo episodio, affrontavo il risveglio dall’anestesia. Cercavo di muovere i piedi per verificare che tutto fosse andato bene e avendo il pieno controllo degli arti inferiori dissi a me stesso: “Lu, ora non hai più scuse, devi iniziare a pensarci veramente”. E visto che la speranza, alberga sempre nel cuore di chi non si arrende mai, il sogno prese forma. I primi due anni dopo l’intervento, non sono stati facili. Era per me impossibile terminare una gara da 10 km senza fermarmi. Dove volevo andare? L’impresa sembrava davvero ardua. Nonostante questo, posso dire che la preparazione per la mia maratona, è iniziata dalla scelta di Atene. Tutte le gare hanno lo stesso inizio, iniziano quando decidi di iscriverti, perché in quel momento cambia tutta la prospettiva sulle priorità. Le uscite superflue nei locali a fare da vetrina, vengono sostituite da levatacce all’alba per andare a fare i “lunghi”, faticando 5 volte tanto, ma tornando a casa più felici che mai. Tutto cambia se ci credi veramente. Ogni secondo di tempo libero è dedicato alla maratona, alla tua maratona. Perché diventa tua e immagini come sarai al traguardo, se esulterai e il modo in cui lo farai, come vorresti concludere la gara, ti poni degli obiettivi e dedichi il massimo impegno per poterli raggiungere. La gestazione della mia gara è durata circa 18 mesi, perché ho dovuto verificare la tenuta della mia schiena con una mezza maratona. Fu quella dicembrina di Cagliari a confermare l’adeguatezza del mio fisico e da gennaio 2019, il sogno di Atene ha cominciato a concretizzarsi.

Aprile: iscrizione alla gara nel primo giorno utile, successiva prenotazione dell’albergo e pagamento voli.

Luglio: inizio vero e proprio dell’allenamento, 18 settimane di fuoco.

Agosto: pagamento albergo. La fase organizzativa era conclusa, non mi restava che continuare ad allenarmi bene.

Purtroppo, un infortunio al ginocchio si insinua prepotentemente tra i buoni propositi e mi costringe ad una pausa negli allenamenti, per due mesi.  Questo sfortunato episodio in fase preparatoria, ha inevitabilmente prodotto una forzata modifica degli obiettivi finali, ma nonostante questa ondata sfortunata, non mi sono arreso e ho proseguito il cammino verso Atene. Il tempo sembra volare e giunge presto il giorno della gara, in un tiepido novembre greco.

Per arrivare rilassato e per il desiderio di giungere il prima possibile, la sveglia suona alle 4 del mattino. Impiego solo 20 secondi ad alzarmi dal letto e interpreto questa prestanza come un buon presagio per la giornata che mi aspetta. La colazione è abbondante, vista la fatica fisica che dovrò sostenere e consiste in 5 brioches al latte e un bicchiere di infuso. Inizia poi il rito del mettersi la divisa da gara, che segue sempre uno stesso ordine consolidato, un’ultima occhiata allo zaino che contiene un cambio abiti post gara, verifica del contenuto del marsupio e ho la certezza che tutto sia pronto. Varco la porta della stanza e da quel momento sono in “modalità maratona”.

Arrivo presto nel punto di ritrovo dei bus che ci porteranno a Maratona e mi accomodo sul primo posto disponibile. La gente inizia ad arrivare, tutti con la speranza e la voglia di godersi la giornata. Una signora, pur non conoscendo nessuno, parla con chiunque le capiti a tiro. Ma dico io, sono le 5.30 del mattino, cosa avrà da dire a tutti? Certo, è possibile che fosse il suo modo per trovare e mantenere la concentrazione. Ma in ogni caso, è stata una logorrea che ho sopportato a fatica. Io, mi sono limitato ad un cenno col sopracciglio all’’autista e ho pronunciato la parola “Morning”, con la quale ho siglato il “passo e chiudo” di quella prima fase. Il signore seduto accanto a me invece, dorme per tutto il tragitto: un idolo assoluto ai miei occhi (date la medaglia d’oro a quell’uomo!). Il viaggio in Bus procede spedito, anche se sembra interminabile e mi rendo conto che noi passeggeri e partecipanti alla gara, dovremo farlo a ritroso, correndo… ma nonostante tutto rimango molto ottimista. Chiedo solamente alle mie ginocchia di tenere duro.

Arriviamo finalmente a Maratona, non sono ancora le 7 del mattino. Visto che ho quasi due ore di tempo prima di entrare nel mio blocco, faccio una visitina alla linea di partenza, che ho virtualmente consumato nell’immaginarla, tutte le volte che ho pensato di partire. Ora sono lì, con i piedi che toccano quel pavimento. Un’ondata di adrenalina mi assale, un’emozione positiva che mi carica ulteriormente. Ci sta. Va bene. Assaporo la consapevolezza di realizzare un sogno. Faccio un giro all’interno dello stadio e noto che a poco a poco gli spalti si riempiono, concedendo un forte impatto visivo. Scendo sul terreno di gioco per farmi una passeggiata e per ripetere ancora una volta a me stesso, che in quelle condizioni fisiche e per l’allenamento svolto, devo partire piano e che l’obiettivo è arrivare al traguardo con un buon ricordo, ma soprattutto vivo, intero e felice. Il crono finale per oggi è relativo, anche se vorrei finire entro le sei ore. La gente ormai riempie lo stadio, gli spalti e il piazzale. Sono previsti oltre 20000 partenti.

All’inizio non ne capisco il motivo, ma vengo attratto da una maglietta, che mi sembra di aver visto da qualche parte in precedenza, la fioca luce dell’alba e i riflessi non ancora al top, confondono le mie ipotesi, ma continuo a credere di averla già incontrata. Nell’avvicinarmi alla persona che la indossa, tutto si fa più chiaro e capisco che si, conosco bene quella maglietta, perché è quella dell’Inter, un’altra mia grande passione. Saluto istintivamente il signore che ha scelto i nerazzurri e gli dico: “Gran bella maglietta!” Ricambia con un gesto altrettanto spontaneo, porgendomi la mano per “un cinque” tra interisti. Che bel momento, penso tra me. Perché si sa, correre una maratona con l’Inter nei tuoi pensieri è ancora meglio.

Inizio poi il mio riscaldamento, più che altro per provare la tenuta del ginocchio. Sembra tutto a posto, ottimo! Un punto a mio favore (era ora). Giunge il momento di dirigersi ai blocchi e dopo vari annunci, facciamo il giuramento olimpico, un’emozione indescrivibile. Ho giurato di correre lealmente, anche perché non conosco altri modi, odio chi bara in queste occasioni. Partirò dal blocco 10, quello viola, siamo tutti pronti, ognuno immerso nei propri pensieri, con le sue speranze, paure, obiettivi, ma deciso a correre nella storia, per farne parte con la propria personale e unica esperienza.

Si parte, ci siamo.

Devo ammettere che durante i primi 200 metri ero molto emozionato, lasciavo alle spalle una fetta del sogno, vissuta, divorata e ora per realizzarlo completamente, mancavano “solo” 42 km. La fase iniziale procede bene, scorre, tengo un buon ritmo, sapendo comunque che prima o poi ci sarà da soffrire.  Perché si sa: la MARATONA NON PERDONA. Mai, nessuno. Quindi massimo rispetto per la gara. Cerco di stare dietro a qualche “vecchia volpe” con esperienza, per mantenere un ritmo costante che faccia consumare il meno possibile le energie e becco un certo MACEDO, non so se quello fosse il suo vero nome o se si riferisse alla squadra o alla città, so soltanto che inizio a seguirlo come fossi la sua ombra. La tattica funziona! Ma arriviamo al ristoro dei 10 km e lo perdo di vista. Porca miseria! Macedo dove cavolo sei?

Non posso perdere tempo ed energie nella ricerca dello scomparso e allora cambio “pacer”: la prescelta è una coppia di sudafricani. Mi tengo a costante distanza da loro. Ottimo, la tattica funziona ancora una volta, sembro meno stanco di quello che in realtà sono. Ma in una gara di 42 km l’imprevisto è dietro l’angolo, il mio si materializza nella scarpa slacciata e nelle imprecazioni che dedico a tutto l’Olimpo, Pollon compresa. Anche i nuovi pacers, sono persi. Ma vaffanculo!

Decido a quel punto, di mantenere il mio passo a prescindere. Guardo a bordo strada e inaspettatamente vedo il cartello: 11 km, resto piacevolmente stupito, controllo il mio orologio GPS e noto una discrepanza di 20 metri. Iniziano i calcoli per vedere quanta strada in più dovrei fare, ovvero inizia un meticoloso lavoro mentale per distrarre il cervello. Perché quando la stanchezza si farà viva (e si farà viva), sarà il momento in cui la solita vocina puttana che ti parla nella testa e ti rimbomba nel cervello ogni 50 metri, ti dirà di ritirarti, che non potrai mai arrivare al traguardo, che il sogno è bello quando resta tale. E invece cara vocina, stronza, questa volta vinco io e non ti farai sentire per niente. Così è stato. Brava.

Oltre la vocina, al km 13 anche il lettore MP3 ha smesso di farsi sentire. Ancora chiamate all’Olimpo. Circa 30 km a sentire i fiatoni e i passi di tutti. Ma oggi non si molla e nonostante la fatica arrivo al km 18. Qui si fa dura, perché ci sono ben 14 km di continua salita. Decido che la gara proseguirà con corsa e camminata veloce di recupero e ad ogni punto ristoro mangerò di tutto. Arrivo al km 32, il famoso “muro del maratoneta” è superato, il più è fatto. Procedo in discesa per qualche chilometro, posso respirare ora, poi la strada sarà pianeggiante fino alla fine.

Faccio i miei soliti calcoli per vedere quanto riposo posso permettermi fino al traguardo, per arrivare con un tempo sotto le sei ore. Il calcolo offre come deludente risultato: non tanto. Ma mi accorgo che c’è gente messa peggio di me, che ha bisogno dell’ausilio medico per crampi, piedi lessi e capezzoli insanguinati, auguri a tutti, non mollate ora! Mancano 3 km, è tardi, ma il pubblico è ancora lì ad incitare ognuno di noi. A loro non interessa che tu sia greco o straniero, bianco, rosso, blu o nero, verde o giallo. Tu sei lì, alla loro maratona e fanno il tifo per te. Sanno cosa siano lo sforzo e lo sport. Vi meritereste una medaglia cari greci! Mancano solo 2 km, l’ultimo pit stop è superato, la mente è ancora fresca e continua a fare i suoi calcoli, ho fatto pure i conti con me stesso durante la gara, e sono giunto alla conclusione che, nonostante lampanti difetti, mi vado bene così. In sei ore di gara, in qualche modo bisogna tenere sveglia la mente. Ci siamo, ultimo km, mille metri al traguardo e al coronamento del sogno.

Il pubblico continua ad incitarci, e se possibile sembra lo faccia anche più forte di prima. Ora do il 5 anche agli adulti, ai fotografi ufficiali lungo il percorso, ai poliziotti, sono in totale trance agonistica. Mi sento (e i tifosi amplificano questa sensazione) come stessi per vincere l’olimpiade, sono gasato, vivo. Ancora 500 metri. Per un attimo chiudo gli occhi, è quasi fatta.

Dai cazzo, ora dai tutto, deve restare il bel ricordo dell’arrivo!” mi dico.

Lo faccio. Gli ultimi 350 corro a tutta birra, do il massimo possibile e senza fiato supero pure molta gente, ma quello non ha proprio nessuna importanza. Gli ultimi 100 metri sono interminabili, ma vorrei non finissero mai, perché mi sento bene. Sono dentro uno stadio che ha ospitato ben due olimpiadi, mi rendo conto che, nel mio piccolo, ho fatto proprio una bella impresa.

Supero il traguardo.

Sono un maratoneta, un felicissimo maratoneta. 

Su Varsavia vestita a festa e sulla bellezza che ci ha donato.

Quello a Varsavia, è stato un viaggio pianificato per caso e prescelto per compatibilità con giorni liberi e voli diretti da Cagliari. Un viaggio assaporato lentamente, fatto di emozioni inattese, piacevoli scoperte, aspettative rispecchiate e superate dal vissuto. Un momento di condivisione tra sorelle. Come ogni viaggio, è iniziato con un decollo, alle 10 del mattino di un 2 gennaio isolano, ancora inebriato dalle festività appena trascorse.

Dopo un’ora e quaranta un po’ turbolenta, Anna ed io atterriamo a Modlin, aeroporto secondario della capitale polacca, ma non per questo meno vivo o accogliente rispetto a scali europei più ampi. Uscite dalla zona arrivi, riceviamo un fresco benvenuto siberiano, coreograficamente arricchito da leggeri fiocchi di neve.

Siamo attrezzate, avendo consultato le previsioni meteo prima della partenza e soprattutto essendo veterane di un invernale viaggio cracoviano, che nel 2017, ci accolse con -20 gradi, segnando a lungo termine la scelta dell’abbigliamento da mettere in valigia in certe circostanze. Identifichiamo senza problemi in un piazzale di sosta, il Modlin Bus, mezzo più comodo e veloce per raggiungere la zona della Stazione Centrale e del Palazzo della Cultura e della Scienza (nonché il nostro Hotel). L’acquisto dei biglietti online prima della vacanza, ci permette di prendere posto velocemente e di goderci il viaggio, che durerà circa 50 minuti ( https://www.modlinbus.com Sito ufficiale per acquisto online. È possibile comprare i biglietti anche nel gabbiotto ModlinBus dentro l’aeroporto o direttamente dall’autista, con una maggiorazione rispetto al prezzo offerto in internet).

È a questo punto della nostra esperienza, che iniziamo a ricevere richieste di informazioni in polacco, da parte dei locali. Prima sul bus, poi per strada, poi un po’ ovunque. Passanti che ci scelgono come supporto in situazioni di incertezza e che con foga pronunciano parole per noi incomprensibili. Appare chiaro fin dagli esordi della vacanza, che siamo perfettamente integrate nel contesto est europeo.

Giunte in città e salutato il Modlin Bus, sappiamo che il nostro albergo dista circa 350 m dalla fermata, ma dopo una estenuante e fallimentare ricerca visiva e annesso giro attorno al quartiere, cediamo al navigatore dello smartphone, scoprendo che il Metropol Hotel è proprio accanto a noi. Nevica. Forse le nostre prestazioni mentali sono alterate dalle temperature rigide.

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Dopo un rapido Check In e la richiesta di una mappa cittadina, prendiamo possesso della nostra stanza, che si trova al sesto piano. È molto ampia, silenziosa, calda e accogliente. Due bottigliette d’acqua gassata ci verranno offerte ogni giorno. Un balcone, ci permette di affacciarci su una vitale arteria stradale, animata da un via vai di auto, tram e persone, che restituiscono la popolosità della capitale. Per fortuna, chiusa la porta finestra ed entrate in camera, l’insonorizzazione ci separerà del tutto dal traffico e dai rumori esterni, consentendoci di riposare senza difficoltà.

Dopo esserci rinfrescate, siamo pronte a scoprire la città e soprattutto a cercare cibo. Preleviamo un po’ di Zloty e degustiamo un enorme panino in un locale di un centro commerciale, rimpiangendo di non aver avuto abbastanza energie per trovare un ristorante in cui ordinare immediatamente i Pierogi, piatto tipico polacco di cui andiamo ghiotte. Ma sappiamo che ci rifaremo nei giorni successivi e sentendoci sazie, ci dirigiamo verso il centro storico, per goderci la serata. Alle 16,30, la città è già avvolta dal buio, ma le luminarie natalizie, numerose e particolarmente suggestive, rendono l’atmosfera incantevole. Siamo completamente catturate da ciò che ci circonda.

Il navigatore ci conduce verso Stare Miasto, patrimonio dell’Unesco e quartiere storico cittadino.

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Durante la Seconda Guerra Mondiale, i bombardamenti distrussero completamente Varsavia, ma l’impegno e il desiderio di rinascita dei sopravvissuti, si tradussero nella ricostruzione puntuale dell’antica bellezza e attraverso l’utilizzo di fotografie e dipinti precedenti al conflitto, tutto è stato ricreato nei dettagli. Una ricostruzione meticolosa, lunga e faticosa, che ha condotto ad un risultato strepitoso. Dalle macerie, è rinata la vita.

Stare Miasto è un gioiello architettonico, un abbracciarsi di viuzze e case color pastello. Un susseguirsi di ristoranti, locali, negozietti e luminarie. Nella piazza del Castello, ci accoglie un maestoso albero di Natale decorato con cura, emblema della città in festa.Una coreografia di luci, è proiettata sulle pareti dell’edificio reale. L’impatto è intenso, spettacolare.

Poco distanti, sono allestiti i mercatini di Natale, in cui creazioni artigianali, prelibatezze locali, internazionali e vino caldo (che degustiamo senza indugio), accolgono i visitatori.  L’esposizione è di dimensioni contenute, ma molto caratteristica. Identifichiamo tutto quello di cui godremo appieno nelle giornate successive e proseguiamo la visita nel centro storico, tra abeti addobbati, decorazioni, ulteriori mercatini e una pista di pattinaggio sul ghiaccio.

Un forte vento glaciale, ci accompagna fino alla conclusione della serata. Folate improvvise di intensità esagerata, che schiaffeggiano i nostri volti, unica fetta corporea priva di schermata protettiva. Ma sopportiamo stoicamente, colpite più dalla bellezza che ci circonda che dagli eventi atmosferici.

Prima di rientrare in hotel, facciamo un po’ di spesa in uno dei numerosi Carrefour Express presenti in città. Lo scontrino, sarà testimonianza della differenza tra il costo della vita polacco e quello italiano. A Cagliari per gli stessi acquisti, avremmo speso il doppio.

In Hotel, prima di addormentarmi, mi affaccio alla finestra della camera e contemplo una Varsavia ancora sveglia e completamente imbiancata dalla neve che continua a cadere.

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Iniziamo la seconda giornata, con una colazione dignitosissima, nel rilassante clima della grande sala dove è allestito il buffet. La scelta dolce è varia e gustosa, il che, non è sempre scontato. Mettiamo da parte un apporto calorico (circa 6000 calorie a testa) che ben si adatti alle temperature e alle distanze che dovremo percorrere e, ormai padrone di strade e itinerari ci dirigiamo prima al Tourist Info poco lontano dal nostro Hotel per recuperare una cartina più precisa rispetto a quella che abbiamo, poi alla stazione centrale, per una mappa dei trasporti che non troviamo.

Inizialmente perplesse, ci rendiamo conto che una mappa dei trasporti non è necessaria, alloggiamo in un punto strategico, abbiamo i piedi: possiamo arrivare ovunque.

Ci dirigiamo verso Stare Miasto e abbiamo il privilegio di vederlo illuminato dal sole.

Tutto appare diverso rispetto alla sera precedente.

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I mercatini sono già colmi di visitatori. Mi sfilo uno dei guanti per scattare una foto e poco dopo, il congelamento della mano esposta, mi fa rendere conto di averlo perso. Ripercorriamo a ritroso il tragitto e mentre mi rassegno alla necessità di comprarne dei nuovi, percepisco un vociare polacco strillante e incessante, sempre più vicino al mio orecchio. Inizialmente, penso possa trattarsi dell’effetto di alcolici mal tollerati, ma l’insistenza del parlante, mi fa voltare e mi rendo conto che un gentile espositore, mi sta indicando il guanto perduto, poggiato su uno degli stand. Vorrei abbracciarlo, tanta è la mia gioia. Ha salvato la mia mano.

Ci immergiamo nelle stradine e ne scopriamo di nuove, ognuna portatrice di peculiarità e sfumature caratteristiche. Un vino caldo ci aiuta a tollerare con più ottimismo, la rigida temperatura. La ragazza che ce lo vende, vorrebbe aggiungere Rum o Vodka, ma decliniamo la proposta, accontentandoci di un blando alcolico adatto all’orario mattutino.

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Arriviamo al Barbacane (Barbican o Barbakan), una struttura difensiva cittadina che proteggeva l’accesso alla parte antica e ci innamoriamo di alcune opere di uno degli artisti di strada che espongono nella zona. Non esitiamo e ci regaliamo un piccolo ricordo, unico.

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Ci dirigiamo poi verso il quartiere Praga, separato dalla città vecchia dal Fiume Vistola. Attraversiamo un ponte in cui il forte vento è libero di sferzare sui nostri volti. Non sentivamo la sua mancanza.

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Raggiungiamo la meta e scopriamo una zona cittadina molto diversa da Stare Miasto, ma non per questo meno affascinante. Il quartiere Praga, un tempo malfamato si è col tempo rinnovato, diventando punto di incontro di artisti e piacevole zona dove trascorrere del tempo, ammirandone l’architettura. Famoso, anche per essere stato scelto da Roman Polanski come set privilegiato del Film Il Pianista.

Ci catturano i Murales, le zone verdi, l’ampia via del quartiere Stare Praga. Le caffetterie, i market e i negozi di alimentari. La quotidianità locale che ci passa accanto.

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Per pranzo, torniamo nella zona del Castello Reale e scegliamo di accomodarci in uno dei ristoranti della catena Zapiecek, rinomata per l’ampia proposta di Pierogi. Siamo affamate e ordiniamo entrambe i ravioli polacchi, accompagnati da una eccezionale birra locale.  Soddisfatte e sazie, anche per il costo minimo del lauto pasto (meno di 9 euro a testa per porzioni davvero generose), proseguiamo nella visita della città percorrendo la lunga e stupenda Nowy Swiat, dove le luminarie sembrano quasi intrecciarsi in una danza. L’esperienza è sinestesica. L’atmosfera è mozzafiato e ogni locale, negozio, ristorante, contribuisce con le proprie decorazioni a regalare un ricordo indelebile, di una Varsavia completamente immersa nelle festività invernali. L’odore dei ristoranti orientali si fonde con quello delle crepes e delle cioccolaterie. Siamo al centro di un intreccio di lingue e culture, tassello di un fiume di persone che come noi si gode una città spettacolare.

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Rientriamo in hotel, innamorate della capitale polacca.

Prima però, ci fermiamo come consuetudine in uno dei Carrefour Express cittadini e al momento del pagamento, intraprendo con una anziana cassiera una comunicazione surreale, in cui polacco e inglese, pur su binari diversi, raggiungono obiettivi comuni.

La mattina successiva, a colazione ci aspetta una selezione dolce di tutto rispetto: quattro torte differenti, tra cui addirittura cheesecake! L’ambiente è sempre distensivo, anche se ci sono più ospiti, probabilmente perché è venerdì e tanti turisti approfittano del weekend dell’Epifania per visitare Varsavia. Avvolte nei nostri indumenti termici, ci dirigiamo verso il Museo dell’Insurrezione e scopriamo un’altra fetta della capitale, animata da un via vai di pedoni, ciclisti impegnati in consegne, cani scaldati da cappottini, che affrontano con entusiasmo la passeggiata con i proprietari. Tutto intorno, palazzi e grattacieli.

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Giungiamo al Museo e usufruiamo della possibilità di lasciare i cappotti gratuitamente all’ingresso e ritirarli all’uscita. All’ esterno ci sono anche le cassette di sicurezza, nell’eventualità in cui si abbiano zaini o borse ingombranti. Il costo del biglietto è di 25 Zloty a testa.

La visita è toccante e ci consente di ripercorrere le principali tappe dell’occupazione tedesca e sovietica, la devastazione, i soprusi, fino al momento della rivolta. L’esposizione è curata e particolareggiata, le descrizioni sono in lingua polacca e inglese (la documentazione originale, spesso è anche in tedesco). Tante scolaresche seguono con interesse accompagnatori che parlano di ciò che è stato, di sofferenza e rinascita.

Suggerisco caldamente, questo percorso museale.

Dedichiamo la seconda parte della giornata alla visita del parco Lazienki, anch’esso raggiunto a piedi, con una lunga passeggiata sotto la neve incessante. Tutto attorno a noi, si imbianca rapidamente. Poniamo attenzione ad ogni passo, per evitare di scivolare e cerchiamo di portar via più ricordi possibili, di un paesaggio a cui nel Sud Sardegna, non siamo abituati.

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Il manto bianco che ricopre la superficie del parco, regala uno spettacolare gioco di luce e silenzio. La neve non frena famiglie con bimbi, runners e gruppi di amici che passeggiano lungo i sentieri alberati e fiabeschi. Ci godiamo il tempo che abbiamo e approfittiamo per scattare foto alla bellezza che ci circonda.

La serata avanza e si avvicina il momento dell’arrivederci. Per pranzare (o cenare, visto che gli orologi segnano le 16), ci avviamo verso il nostro adorato centro storico che raggiungiamo con una lunga passeggiata, usando come “navigatore„ d’eccezione il Palazzo della Cultura e della Scienza, fornitore gratuito di orientamento. L’edificio, dono dell’Unione Sovietica, spicca rispetto a tutte le altre costruzioni per via della sua altezza, è perciò utilizzabile come mappa in 3d, per capire dove ci si trova e come raggiungere i punti di interesse.

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Ripercorriamo la Nowy Swiat e ci fermiamo in un altro ristorante Zapiecek, dove la nostra aumentata fame è proporzionale ai pierogi divorati e alla birra sorseggiata.  La cameriera, appassionata di pizza e lingua italiana, resta stupita quando le chiedo una maxi porzione di ravioli, descritta nel menù come “porzione per il nonno” (quella per la nonna, prevedeva due pierogi in meno). Ma nei nostri piatti non resta nulla e nel ritirarli, capisce che non esageravo. Paghiamo circa 10 euro a testa e prendiamo anche due birre locali e acqua naturale.

Percorriamo di nuovo Stare Miasto, che ogni giorno affascina da angolazioni diverse. La pista di pattinaggio è affollatissima e tra twist e altre danze, fruitori di tutte le età si lanciano in corse sul ghiaccio.

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Acquistiamo gli ultimi souvenir e sospiranti per la conclusione di una vacanza bellissima, ci dirigiamo in hotel, sotto una neve ancora incessante.

La mattina della partenza, la sveglia ci costringe ad abbandonare i letti alle 2,40. Il nostro bus partirà alle 4,05 e il volo è previsto per le 7,15. Non so esattamente come e dove, ma trovo la forza di fare una doccia, chiudere la valigia e affrontare il check out. Sono le 3,40 quando ci lasciamo alle spalle l’hotel, ma Varsavia è illuminata a giorno e animata da persone di ogni età che incuranti dell’orario, passeggiano, lavorano per spalare la neve e chiacchierano con amici dopo una serata comune.  Direi che come sicurezza percepita ed effettiva, siamo a livelli molto, molto elevati.

Il bus parte puntualissimo e ci lascia nel piccolo aeroporto di Modlin, che alle 5 sembra un mercato rionale all’ora di punta, per attività commerciali aperte e presenze.

Dopo l’imbarco, le condizioni meteo rendono necessarie le procedure di rimozione del ghiaccio dall’aeromobile e l’utilizzo dell’antigelo, ma, mentre tutto viene effettuato con cura, anche la pista si ghiaccia e necessita di un intervento che ci permetta di decollare. L’intervento sulla pista, fa ricongelare l’aereo e a quel punto, in un ritardo di quasi due ore, vissuto sui sedili Ryanair, pare di stare in un trip senza via d’uscita (scongela l’aereo, scongela la pista, scongela l’aereo.. ).

Poi finalmente il decollo, un volo tranquillo e la nostra Cagliari.

Arrivederci Varsavia!

Se doveste avere bisogno di qualunque ulteriore informazione, sentitevi liberi di scrivermi.

E se avete piacere, di vedere altre foto di questa esperienza polacca, venite a trovarmi su Instagram, all’account/profilo silviatoaff.