Di Budapest a Natale e di giornate indelebili.

Non esiste viaggio che ami più di quello invernale. La mia mente, inizia a sognare mercatini natalizi, vino caldo e addobbi, più o meno dalla primavera. Luminarie, casette di legno, la miscela di fragranze dolci e salate, rappresentano un feticcio viaggereccio che attendo con infrenabili entusiasmo e impazienza.

Quest’anno la mia passione viscerale (l’anno scorso in realtà, visto il passaggio del testimone appena avvenuto tra 2019 e 2020), coinvolge non solo Massi, ma anche mia sorella Anna e i miei cognati Michela e Roberto: insieme raggiungeremo Budapest il 26 dicembre. Ci incontriamo in aeroporto in un tiepido pomeriggio sardo, imbacuccati come se dovessimo superare il glaciale inverno sulla Terror e attendiamo il decollo sudando come cotiche allo spiedo. La temperatura in aereo rasenta quella dell’agosto cagliaritano alle 14, sotto il sole, ma sappiamo che il nostro bagaglio, ripieno di indumenti termici, si rivelerà l’arma vincente una volta atterrati in Ungheria. Uno scambio di posti, inaspettato e assai gradito, mi consente di sedere accanto a Massi e rimescola la randomica assegnazione dei sedili offerta gratuitamente da Ryanair, che aveva spalmato il nostro gruppo su tutto l’aereo. Due ore di volo tranquillo ci conducono alla meta. Atterriamo a fine serata in un aeroporto ordinato, pulito e dotato di tutto ciò che occorre per chi giunge in città da viaggiatore.

Prima tappa Atm, abbiamo bisogno di un po’ di fiorini per le spese iniziali: tickets dei mezzi pubblici e cibo. Acquistiamo i biglietti al banco della BKK, azienda dei trasporti cittadini. Scegliamo un abbonamento di gruppo (massimo per 5 persone) della durata di 24 ore, che ci permetterà di usufruire di metro, bus e tram. In più, compriamo i nostri biglietti per il bus 100E, che non rientra nelle linee urbane incluse nell’abbonamento, ma ha un costo di 900 fiorini (circa 3 euro). Per ulteriori informazioni su trasporti e tariffe, suggerisco il sito dedicato: https://bkk.hu/en/tickets-and-passes/prices/.

Per raggiungere il nostro Hotel (Danubius Arena), utilizziamo il bus 100E fino alla stazione Astoria, che ci coglie alla sprovvista e ci regala la nostra prima corsa direttamente sul mezzo per riuscire a scendere in tempo, poi da lì, ci infiliamo nella metro M2 rossa, verso la fermata Puskás Ferenc Stadion che dista circa un minuto di camminata dall’albergo.

Il Check-in viene rallentato da un problema verosimilmente informatico, che trattiene l’addetto alla Reception per parecchi minuti. Visibilmente disperato, guarda il monitor davanti a lui, senza accorgersi che chiediamo la sua attenzione.  Ma tutto si risolve per il meglio e otteniamo le nostre stanze, che per fortuna sono nello stesso piano e perfino una accanto all’altra. La camera è ampia, pulita, insonorizzata, dotata del preziosissimo bollitore e di una allettante vasca da bagno che mi concederà assoluto relax in numerosi fine serata. Mi bastano pochi minuti per capire che ho fatto la scelta giusta: l’hotel è perfetto per le nostre esigenze e considerati il costo contenuto e il panorama mozzafiato godibile dalla finestra, lo promuovo immediatamente a pieni voti. Ceniamo con i panini presi all’aeroporto e stiamo un po’ insieme in una delle stanze per organizzare la giornata successiva, prima della buonanotte.

IMG_20191226_231055

 Il giorno dopo, scegliamo di fare colazione nella zona di Deák Ferenc tér. Sarà il caso a decidere la location, perché non abbiamo una precisa idea di cosa troveremo una volta usciti dalla metro. Notiamo subito i mercatini che vengono preparati per l’apertura e una maestosa ruota panoramica, che mostrerà tutta la sua bellezza dopo il tramonto, illuminata e visibile da parecchi chilometri di distanza. Entriamo in un piccolo bar, dove una gentilissima coppia di turisti ci cede il proprio tavolo per concederci una colazione comune. Prendiamo cappuccini, croissant, muffin e succhi d’arancia. I prezzi sono veramente contenuti rispetto al Nord Europa (è ancora fresco il ricordo delle colazioni fatte a Helsinki qualche mese prima, ma soprattutto di quelle norvegesi e svedesi, per cui sarebbe stato utile un mutuo). A stomaco pieno, ci perdiamo tra le vie cittadine, inebriati da odori di spezie, cannella e arrosto.

Superiamo Pest, la parte più moderna della città, per raggiungere Buda, la parte antica e percorriamo il Ponte delle Catene, ribattezzabile come il ponte dei venti polari che attraversano in scioltezza i vestiti e oserei dire perfino l’epidermide, il derma e l’adipe. La città vecchia, meravigliosa, restituisce tutta la sua bellezza sotto un timido sole che ne esalta i lineamenti architettonici. Ci dirigiamo verso il distretto del Castello, lungo una salita e numerosi scalini. Incrociamo persone giunte da tutte le parti del mondo e assorbiamo un intrecciarsi di idiomi, profumi, sguardi e volti. La rappresentanza italiana è decisamente imponente. Ci perdiamo nel panorama che il distretto del castello concede, poi proseguiamo tra le viuzze che si snodano nel quartiere storico.

IMG_20191227_110002

Scegliamo di entrare in un Labirinto segnalato da una freccia. Esperienza decisamente interessante e fuori dagli schemi. Uno spazio che porta con sé secoli di storia e che venne utilizzato come prigione, luogo di tortura, bunker, ospedale militare e tanto altro ancora. Anna, Michela ed io (Massi e Roberto preferiscono aspettare fuori) attraversiamo gli stretti e bui passaggi, dove incontriamo allestimenti di opere liriche, feste, bambini inquietanti, tombe e pozzi. La visita si conclude, lasciandoci addosso soddisfazione e stordimento insieme.

IMG_20191227_122826

Pranziamo in un ristorante self service, accogliente e soprattutto economico. Io e Massi prendiamo del riso con verdure e crocchette di patate, gli altri assaggiano anche il famoso spezzatino che inizialmente siamo convinti si chiami Gulasch, ma grazie ad una guida turistica, scopriremo avere un altro nome(Pörkölt). Vorremmo trattenerci, ma un giovane cameriere ci fa capire che il tavolo attende nuovi ospiti.

Dopo il pasto, ci aspetta il Bastione dei Pescatori, imponente, romantico, gremito. In assoluto uno dei luoghi che amo maggiormente della città e che mi conquistò già nel 2006, quando per la prima volta Massi e io ci recammo a Budapest.

IMG_20191227_144624

 

 

IMG_20191227_144454

Portiamo con noi tutta la bellezza possibile e ci dirigiamo a piedi verso il Danubio, per visitare il memoriale dedicato alle vittime dell’Olocausto. Sulla riva del fiume, decine di scarpe giacciono allineate, rendendo indelebile il ricordo dell’efferatezza nazista. Calzature di tutti i tipi, di tutte le dimensioni, lasciate sulla riva del fiume mentre le vittime venivano gettate tra le acque e uccise con un colpo di pistola alla testa. Tra le tante, mi trafiggono due scarpine da bimbo, non c’era salvezza nemmeno per i più indifesi e vulnerabili, nessuno veniva risparmiato. La ferocia dei carnefici e l’impotenza delle vittime, sono restituite come un pugno in pieno petto. Pietre e lumicini, sono posizionati lungo il memoriale. Sapere che tanti preservano la memoria con questi piccoli gesti di vicinanza, fa bene all’anima.

Ci tratteniamo per un po’, dando così la possibilità a Roberto di fare delle foto con tutta la calma di cui ha bisogno. Riprendiamo poi il ponte delle catene e riabbracciamo Pest, dove le luminarie, animano strade e mercatini. L’atmosfera è magica. Sorseggiamo un Mulled Wine nei pressi della Basilica; su di essa, un gioco di luci tridimensionale accompagnato da un sottofondo musicale. Uno spettacolo che interrompe il fitto vociare e per qualche minuto dona un silenzio assoluto. Degustiamo poi il dolce tipico ungherese, la cui impronunciabilità (kürtöskalács) è direttamente proporzionale all’impossibilità di smaltirne l’apporto calorico.  Crema alla vaniglia, panna montata, cioccolato, cannella, calorie, iperglicemia e bontà: siamo satolli.

IMG_20191227_172135

La serata vola e prima del rientro, cerchiamo un market aperto per fare una piccola spesa.

Il giorno dopo facciamo colazione nei pressi del Parlamento, dove troviamo un carinissimo Bar, nell’edificio che ospita il Museo del Cioccolato. Dolce e salato si intrecciano al nostro tavolo, perché Roberto preserva un certo grado di leggerezza con una omelette con pancetta. Noi scegliamo croissant, paste alle noci e cappuccini. Il locale è talmente carino, che decidiamo all’unanimità di tornare anche la mattina successiva.

Per le 10:30 abbiamo prenotato un Free Walking Tour (in italiano) con una guida ungherese di nome Orsi, che si rivelerà brillante, preparata e simpaticissima. Per due ore e mezza, ci concede il suo vissuto e ci porta in una Budapest diversa da quella raccontata dai resoconti cartacei. Dolori, oppressioni, ferite che hanno lasciato il segno e che si fondono inevitabilmente con la personalità dei cittadini. Orsi ci fa riflettere sulle differenze generazionali e si illumina nel parlare delle speranze dei giovani ungheresi. Con autentica passione ci dona parti di sé e della sua vita, sfiorando le corde della tolleranza, dell’empatia, della comprensione verso culture altre, che nascono da storie differenti. La visita parte dal Parlamento e si conclude davanti alla grande Sinagoga. Durante il Tour, ci fermiamo accanto alla recente scultura commemorativa, che il governo ha eretto in ricordo delle vittime dell’Olocausto e che vede l’arcangelo Gabriele (simbolo dell’Ungheria), sottomesso dall’aquila imperiale tedesca, che lo sovrasta. Immagine che edulcora il ruolo attivo avuto dagli stessi governanti ungheresi nel sostegno al nazismo e assolve corresponsabili e collaborazionisti. Orsi ci spiega quanto ancora venga criticata la scelta di erigere un monumento che falsifica la realtà, alimentando un revisionismo mal tollerato dai cittadini, che da anni protestano in maniera attiva e continuativa, deponendo lungo il perimetro della scultura scritti, fotografie e documenti, testimonianza di ciò che realmente accadde.  Un tassello delicato, raccontato con lucidità e chiarezza.

Consiglio caldamente il Free Tour con Orsi, per maggiori informazioni potete dare uno sguardo su https://www.freetourinitaliano.com/.

IMG_20191228_123421

Dopo il tour, ci dirigiamo verso i Mercati Generali con l’idea di pranzare al piano superiore dell’edificio, che ospita vari ristoranti. Ma la nostra idea è tutt’altro che originale e il numero spropositato di persone con cui dovremmo condividere spazi e ossigeno, ci porta a modificare i programmi. Facciamo un giro tra i box al piano terra, ammirando la cura nell’esposizione, respirando i profumi di spezie, zuppe, frutta e dolci. Poi ci rituffiamo nelle vie cittadine per trovare un posto accogliente dove mangiare. Mia cognata nota un ristorante che soddisfa tutti, dove possiamo riposarci e rifocillarci. Anna, Michela e Roberto, assaggiano la zuppa di Gulasch, Massi ed io scegliamo degli gnocchi e una piadina. Costo onestissimo, ma i fiorini ungheresi sono dispettosi e quando pensi di avere un capitale, scopri amaramente con il convertitore di valuta, che la povertà regna sovrana e devi prelevare ulteriormente. Roberto ribattezza la moneta locale “cazzillo” e per tutta la durata del viaggio, l’entità dei cazzilli nei portafogli, sarà l’argomento principe.

Dopo pranzo, decidiamo di visitare il quartiere ebraico e ce ne innamoriamo. Un intreccio di localini, pub, negozi, ristoranti, murales e palazzi antichi. Per caso, scopriamo una galleria di artisti e hobbisti e diamo fondo alle nostre finanze comprando dei quadretti, che abbelliranno le nostre case. Le luci natalizie, amplificano il fascino degli scorci che sono già di per sé suggestivi. Adoro questo periodo dell’anno ed è sempre un privilegio potersi immergere nel fascino delle città vestite a festa. Passeggiamo fino alla Fashion Street, elegante e raffinata via pedonale nei pressi della ruota panoramica, impreziosita da alberi di Natale e luminarie imponenti.  Da lì, raggiungiamo i mercatini natalizi di Piazza Vorosmarty, i più antichi della città. Poi, sosta per un tè caldo nel bar di un hotel che ci permette di usare gratuitamente anche un bagno discretamente lussuoso e tappa finale della serata ai Mercatini sotto la Basilica, dove ci scaldiamo con un buon Mulled Wine e delle eccezionali patate arrosto. Brindisi, per salutare una meravigliosa Budapest in notturna, in una delle panche in legno allestite per i mercatini, conquistata dopo essere stati scacciati da un bambino che si abbuffava in solitudine e che con molta decisione ha rifiutato la nostra richiesta di poter sedere accanto a lui.

Il giorno successivo, il volo sarà a metà serata, per questo possiamo sfruttare al massimo la mattina. Colazione nel “nostro” Bar vicino al parlamento, dove Michela e Roberto, si tengono leggeri con uova fritte e omelette alle 9 del mattino. È domenica e parte della città dorme ancora. A stomaco pieno, ci dirigiamo verso il Museo Memoriale dell’Olocausto, che mi colpì profondamente nel 2006 e che suggerisco ai miei compagni di viaggio. Purtroppo, nonostante le informazioni ne confermino l’apertura, i cancelli sono chiusi e ci arrendiamo all’impossibilità di accedere alla struttura.

Un Mercatino rionale, piccino, piccino con pane e formaggi, addolcisce subito la nostra delusione. Dentro un Bar allestito in un edificio catacombale, ci sediamo per degustare una pagnotta, poi decidiamo di dirigerci al quartiere ebraico per esplorarne meglio gli angoli più caratteristici. Scelta portatrice di frutti inaspettati. Ci imbattiamo in un palazzo che ospita espositori, bar, ristoranti, un giardino e addirittura musica dal vivo: è il famoso Szimpla Kert, locale amatissimo sia per la vita diurna che per quella notturna.

IMG_20191229_113720

IMG_20191229_114005

Seguiamo il fluire dei visitatori e ci godiamo uno spettacolo senza uguali. Ultima tappa: Mercatini di Natale per un finale, caldo Mulled Wine all’aperto, accanto al tepore di una fiamma che arde dentro una teca di vetro. Tiriamo insieme le somme di un’esperienza che ha rispecchiato e superato le aspettative di tutti e salutiamo una Budapest meravigliosa, fredda ma soleggiata, accogliente e portatrice di emozioni.  Sappiamo che sarà un arrivederci e non un addio, perché il desiderio di ritrovare una tale bellezza, resterà vivo e chiederà di essere ascoltato di nuovo, in futuro.

Avevo Ventisei anni quando visitai la città per la prima volta, rivederla alla soglia dei Quaranta mi ha concesso di immergermi nell’infrenabile fluire degli anni che passano, ho sfiorato tutto ciò che ho vissuto e che in tredici anni, mi ha condotto alla Silvia che sono adesso. È stato intenso, come ogni viaggio.  In aereo, durante il breve volo di rientro, assaporo la piacevole carezza donata da un’esperienza breve, ma goduta al massimo. E per questo bagaglio emozionale, devo ringraziare soprattutto i miei compagni di viaggio.

 

 

 

42195 m-otivi per raccontare un’indimenticabile avventura.

Sono orgogliosa di ospitare il racconto di viaggio e vita, di un amico carissimo, che mi ha concesso il privilegio di condividere la storia della sua recente Maratona ad Atene. Godetevi l’esperienza di Luca, assaporate grazie a lui, la realizzazione di un sogno.  (Silvia)

 

Eccomi qui a scrivere o meglio, eccomi a fare due chiacchiere con me stesso. Un me stesso che probabilmente non riuscirà a trattenere una risata nel ripercorrere quanto vissuto. Spero queste righe possano spiegare cosa ha rappresentato per me fin dall’infanzia, il sogno di affrontare una maratona e quanto ha significato in età adulta, partecipare alla mia maratona.

La passione per questa sfida, cominciò a germogliare che ero appena decenne, quando lessi le gesta leggendarie di Dorando Pietri, atleta italiano che alle Olimpiadi di Londra del 1908 si fermò stremato, incapace di proseguire, a 200 metri dal traguardo. Allora, non erano consentiti punti di ristoro lungo il percorso e ogni atleta doveva gestire autonomamente e senza alcun supporto le energie, fino alla conclusione della gara. Dorando Pietri giunse per primo in prossimità dell’arrivo, barcollante e fortemente debilitato a causa della disidratazione. Poche centinaia di metri lo separavano dalla vittoria e i giudici di gara, vedendolo sfinito, lo sostennero e accompagnarono fino al traguardo. Proprio questo sostegno, gli costò la squalifica e la mancata medaglia d’oro. La Regina, volle premiare ugualmente Pietri con un piatto d’argento in ricordo della grande impresa.

Fu qualche anno dopo, nel 1988 (avevo 14 anni) che la passione esplose in me, raggiungendo il suo apice. Olimpiadi di Seoul, gara della maratona: per la prima volta nella storia della nostra atletica, venne portata in Italia la medaglia d’oro. A compiere l’impresa fu Gelindo Bordin, che da allora divenne uno dei miei eroi sportivi.  Da quella edizione non ho più perso una maratona olimpica, quasi incollato alla tv per sostenere gli atleti italiani e soprattutto ammirare i “mostri sacri” keniani.

Nel 2004, proprio nella Atene che mi ha accolto poche settimane fa, Stefano Baldini regalò all’Italia il secondo oro olimpico nella maratona. Galeotto fu questo spettacolo: tra me e la gara regina delle lunghe distanze, si consolida ulteriormente il legame, che diviene definitivo. Un legame profondo, che non mi fa paura, definire amore. Proprio Stefano Baldini, a 15 anni dalla vittoria, ha scelto di festeggiare l’anniversario della sua medaglia olimpica, in occasione di quello che è stato il mio esordio da maratoneta: un’inaspettata e bellissima coincidenza.

Ma torniamo ai giorni nostri.

Corro ormai da qualche anno, da un lato per tenermi in forma dopo aver abbandonato il calcio, dall’altro per rinforzare la parte lombare ed evitare il ripetersi frequente di problemi alla schiena. Però, c’è sempre un però nelle avventure, correre senza un obiettivo non era divertente e trascinante, per questo è maturato in me il desiderio di partecipare ad una gara. Inizialmente volevo restare entro i 10km, avendo affrontato un’operazione alla schiena, di cui mi intimorivano potenziali strascichi. Inoltre, con una distanza contenuta avrei potuto testare senza rischi, l’esito del lavoro svolto dall’equipe medica.

In quel periodo, con poco allenamento e nessuna esperienza riuscivo a percorrere solo 6-7 km, per poi vivere le pene dell’inferno, trovandomi senza fiato e con il cervello in tilt.  Vi assicuro, non ero certo un bello spettacolo.

Ma non ho demorso, alimentato da una passione viscerale che continuava a trainarmi.

Così, dopo alcune gare brevi, che nella migliore delle ipotesi raggiungevano i 2-300 iscritti, ho iniziato a sentire il desiderio di oltrepassare quell’iniziale limite chilometrico, per abbracciare eventi che raggiungessero e superassero il migliaio di iscritti.

Prima prova: la 10 km di Londra nel 2018, 15000 partecipanti al Via, la città a disposizione dei Runners, un vero e proprio spettacolo. Sono rimasto così colpito, da decidere di fondere la mia passione per i viaggi con quella per la corsa: si viaggia per correre e si corre per viaggiare. Ma, col passare del tempo, anche un viaggio per una corsa di 10 km non bastava più, sentivo il bisogno di fare una pazzia, perché quando decido di affrontare una grande sfida, tutto deve avvenire nel miglior modo possibile e con il massimo impegno o la sfida è persa in partenza. Così, si fa spazio tra i miei pensieri, l’idea di partecipare ad una maratona, una follia pura, ma proprio per questo particolarmente affascinante. Inizio a reperire informazioni sulle varie gare e a valutare Atene per una serie di motivi, uno romantico: fare la prima maratona, dove tutto ebbe inizio, mi sembrava bellissimo; uno pratico: non avevo mai avuto occasione di visitare la Grecia e risultava essere abbastanza economica; infine uno fisico: avere un massimo di 8 ore per arrivare al traguardo. Nessun ulteriore indugio: Atene sia!

Fu proprio allora, dopo aver scelto Atene, che mi tornarono in mente due episodi della mia vita.

Nel primo, durante una visita preoperatoria, chiesi al medico che doveva effettuare l’intervento se dopo l’operazione avrei potuto continuare a correre. Ricordo di aver usato esattamente queste parole: “Tanto a me bastano 10-12 km, non devo mica fare la maratona”. Ma probabilmente fui poco convincente, perché sul volto del medico apparve un sorriso beffardo, sorriso di chi ne ha viste tante durante la sua carriera. Mentre pronunciavo quella frase, l’espressione del mio viso deve aver mostrato prepotentemente il desiderio di affrontare quella sfida, che fino ad allora tenevo nascosto perfino a me stesso. La risposta del medico, contribuì ad alimentare le mie speranze e i miei sogni: “Se ti alleni bene, puoi fare anche la maratona”. Tra me e me, pensai: “Cosa? Stiamo scherzando? Ma allora qui si arriva ad una grande impresa!”.

Nel secondo episodio, affrontavo il risveglio dall’anestesia. Cercavo di muovere i piedi per verificare che tutto fosse andato bene e avendo il pieno controllo degli arti inferiori dissi a me stesso: “Lu, ora non hai più scuse, devi iniziare a pensarci veramente”. E visto che la speranza, alberga sempre nel cuore di chi non si arrende mai, il sogno prese forma. I primi due anni dopo l’intervento, non sono stati facili. Era per me impossibile terminare una gara da 10 km senza fermarmi. Dove volevo andare? L’impresa sembrava davvero ardua. Nonostante questo, posso dire che la preparazione per la mia maratona, è iniziata dalla scelta di Atene. Tutte le gare hanno lo stesso inizio, iniziano quando decidi di iscriverti, perché in quel momento cambia tutta la prospettiva sulle priorità. Le uscite superflue nei locali a fare da vetrina, vengono sostituite da levatacce all’alba per andare a fare i “lunghi”, faticando 5 volte tanto, ma tornando a casa più felici che mai. Tutto cambia se ci credi veramente. Ogni secondo di tempo libero è dedicato alla maratona, alla tua maratona. Perché diventa tua e immagini come sarai al traguardo, se esulterai e il modo in cui lo farai, come vorresti concludere la gara, ti poni degli obiettivi e dedichi il massimo impegno per poterli raggiungere. La gestazione della mia gara è durata circa 18 mesi, perché ho dovuto verificare la tenuta della mia schiena con una mezza maratona. Fu quella dicembrina di Cagliari a confermare l’adeguatezza del mio fisico e da gennaio 2019, il sogno di Atene ha cominciato a concretizzarsi.

Aprile: iscrizione alla gara nel primo giorno utile, successiva prenotazione dell’albergo e pagamento voli.

Luglio: inizio vero e proprio dell’allenamento, 18 settimane di fuoco.

Agosto: pagamento albergo. La fase organizzativa era conclusa, non mi restava che continuare ad allenarmi bene.

Purtroppo, un infortunio al ginocchio si insinua prepotentemente tra i buoni propositi e mi costringe ad una pausa negli allenamenti, per due mesi.  Questo sfortunato episodio in fase preparatoria, ha inevitabilmente prodotto una forzata modifica degli obiettivi finali, ma nonostante questa ondata sfortunata, non mi sono arreso e ho proseguito il cammino verso Atene. Il tempo sembra volare e giunge presto il giorno della gara, in un tiepido novembre greco.

Per arrivare rilassato e per il desiderio di giungere il prima possibile, la sveglia suona alle 4 del mattino. Impiego solo 20 secondi ad alzarmi dal letto e interpreto questa prestanza come un buon presagio per la giornata che mi aspetta. La colazione è abbondante, vista la fatica fisica che dovrò sostenere e consiste in 5 brioches al latte e un bicchiere di infuso. Inizia poi il rito del mettersi la divisa da gara, che segue sempre uno stesso ordine consolidato, un’ultima occhiata allo zaino che contiene un cambio abiti post gara, verifica del contenuto del marsupio e ho la certezza che tutto sia pronto. Varco la porta della stanza e da quel momento sono in “modalità maratona”.

Arrivo presto nel punto di ritrovo dei bus che ci porteranno a Maratona e mi accomodo sul primo posto disponibile. La gente inizia ad arrivare, tutti con la speranza e la voglia di godersi la giornata. Una signora, pur non conoscendo nessuno, parla con chiunque le capiti a tiro. Ma dico io, sono le 5.30 del mattino, cosa avrà da dire a tutti? Certo, è possibile che fosse il suo modo per trovare e mantenere la concentrazione. Ma in ogni caso, è stata una logorrea che ho sopportato a fatica. Io, mi sono limitato ad un cenno col sopracciglio all’’autista e ho pronunciato la parola “Morning”, con la quale ho siglato il “passo e chiudo” di quella prima fase. Il signore seduto accanto a me invece, dorme per tutto il tragitto: un idolo assoluto ai miei occhi (date la medaglia d’oro a quell’uomo!). Il viaggio in Bus procede spedito, anche se sembra interminabile e mi rendo conto che noi passeggeri e partecipanti alla gara, dovremo farlo a ritroso, correndo… ma nonostante tutto rimango molto ottimista. Chiedo solamente alle mie ginocchia di tenere duro.

Arriviamo finalmente a Maratona, non sono ancora le 7 del mattino. Visto che ho quasi due ore di tempo prima di entrare nel mio blocco, faccio una visitina alla linea di partenza, che ho virtualmente consumato nell’immaginarla, tutte le volte che ho pensato di partire. Ora sono lì, con i piedi che toccano quel pavimento. Un’ondata di adrenalina mi assale, un’emozione positiva che mi carica ulteriormente. Ci sta. Va bene. Assaporo la consapevolezza di realizzare un sogno. Faccio un giro all’interno dello stadio e noto che a poco a poco gli spalti si riempiono, concedendo un forte impatto visivo. Scendo sul terreno di gioco per farmi una passeggiata e per ripetere ancora una volta a me stesso, che in quelle condizioni fisiche e per l’allenamento svolto, devo partire piano e che l’obiettivo è arrivare al traguardo con un buon ricordo, ma soprattutto vivo, intero e felice. Il crono finale per oggi è relativo, anche se vorrei finire entro le sei ore. La gente ormai riempie lo stadio, gli spalti e il piazzale. Sono previsti oltre 20000 partenti.

All’inizio non ne capisco il motivo, ma vengo attratto da una maglietta, che mi sembra di aver visto da qualche parte in precedenza, la fioca luce dell’alba e i riflessi non ancora al top, confondono le mie ipotesi, ma continuo a credere di averla già incontrata. Nell’avvicinarmi alla persona che la indossa, tutto si fa più chiaro e capisco che si, conosco bene quella maglietta, perché è quella dell’Inter, un’altra mia grande passione. Saluto istintivamente il signore che ha scelto i nerazzurri e gli dico: “Gran bella maglietta!” Ricambia con un gesto altrettanto spontaneo, porgendomi la mano per “un cinque” tra interisti. Che bel momento, penso tra me. Perché si sa, correre una maratona con l’Inter nei tuoi pensieri è ancora meglio.

Inizio poi il mio riscaldamento, più che altro per provare la tenuta del ginocchio. Sembra tutto a posto, ottimo! Un punto a mio favore (era ora). Giunge il momento di dirigersi ai blocchi e dopo vari annunci, facciamo il giuramento olimpico, un’emozione indescrivibile. Ho giurato di correre lealmente, anche perché non conosco altri modi, odio chi bara in queste occasioni. Partirò dal blocco 10, quello viola, siamo tutti pronti, ognuno immerso nei propri pensieri, con le sue speranze, paure, obiettivi, ma deciso a correre nella storia, per farne parte con la propria personale e unica esperienza.

Si parte, ci siamo.

Devo ammettere che durante i primi 200 metri ero molto emozionato, lasciavo alle spalle una fetta del sogno, vissuta, divorata e ora per realizzarlo completamente, mancavano “solo” 42 km. La fase iniziale procede bene, scorre, tengo un buon ritmo, sapendo comunque che prima o poi ci sarà da soffrire.  Perché si sa: la MARATONA NON PERDONA. Mai, nessuno. Quindi massimo rispetto per la gara. Cerco di stare dietro a qualche “vecchia volpe” con esperienza, per mantenere un ritmo costante che faccia consumare il meno possibile le energie e becco un certo MACEDO, non so se quello fosse il suo vero nome o se si riferisse alla squadra o alla città, so soltanto che inizio a seguirlo come fossi la sua ombra. La tattica funziona! Ma arriviamo al ristoro dei 10 km e lo perdo di vista. Porca miseria! Macedo dove cavolo sei?

Non posso perdere tempo ed energie nella ricerca dello scomparso e allora cambio “pacer”: la prescelta è una coppia di sudafricani. Mi tengo a costante distanza da loro. Ottimo, la tattica funziona ancora una volta, sembro meno stanco di quello che in realtà sono. Ma in una gara di 42 km l’imprevisto è dietro l’angolo, il mio si materializza nella scarpa slacciata e nelle imprecazioni che dedico a tutto l’Olimpo, Pollon compresa. Anche i nuovi pacers, sono persi. Ma vaffanculo!

Decido a quel punto, di mantenere il mio passo a prescindere. Guardo a bordo strada e inaspettatamente vedo il cartello: 11 km, resto piacevolmente stupito, controllo il mio orologio GPS e noto una discrepanza di 20 metri. Iniziano i calcoli per vedere quanta strada in più dovrei fare, ovvero inizia un meticoloso lavoro mentale per distrarre il cervello. Perché quando la stanchezza si farà viva (e si farà viva), sarà il momento in cui la solita vocina puttana che ti parla nella testa e ti rimbomba nel cervello ogni 50 metri, ti dirà di ritirarti, che non potrai mai arrivare al traguardo, che il sogno è bello quando resta tale. E invece cara vocina, stronza, questa volta vinco io e non ti farai sentire per niente. Così è stato. Brava.

Oltre la vocina, al km 13 anche il lettore MP3 ha smesso di farsi sentire. Ancora chiamate all’Olimpo. Circa 30 km a sentire i fiatoni e i passi di tutti. Ma oggi non si molla e nonostante la fatica arrivo al km 18. Qui si fa dura, perché ci sono ben 14 km di continua salita. Decido che la gara proseguirà con corsa e camminata veloce di recupero e ad ogni punto ristoro mangerò di tutto. Arrivo al km 32, il famoso “muro del maratoneta” è superato, il più è fatto. Procedo in discesa per qualche chilometro, posso respirare ora, poi la strada sarà pianeggiante fino alla fine.

Faccio i miei soliti calcoli per vedere quanto riposo posso permettermi fino al traguardo, per arrivare con un tempo sotto le sei ore. Il calcolo offre come deludente risultato: non tanto. Ma mi accorgo che c’è gente messa peggio di me, che ha bisogno dell’ausilio medico per crampi, piedi lessi e capezzoli insanguinati, auguri a tutti, non mollate ora! Mancano 3 km, è tardi, ma il pubblico è ancora lì ad incitare ognuno di noi. A loro non interessa che tu sia greco o straniero, bianco, rosso, blu o nero, verde o giallo. Tu sei lì, alla loro maratona e fanno il tifo per te. Sanno cosa siano lo sforzo e lo sport. Vi meritereste una medaglia cari greci! Mancano solo 2 km, l’ultimo pit stop è superato, la mente è ancora fresca e continua a fare i suoi calcoli, ho fatto pure i conti con me stesso durante la gara, e sono giunto alla conclusione che, nonostante lampanti difetti, mi vado bene così. In sei ore di gara, in qualche modo bisogna tenere sveglia la mente. Ci siamo, ultimo km, mille metri al traguardo e al coronamento del sogno.

Il pubblico continua ad incitarci, e se possibile sembra lo faccia anche più forte di prima. Ora do il 5 anche agli adulti, ai fotografi ufficiali lungo il percorso, ai poliziotti, sono in totale trance agonistica. Mi sento (e i tifosi amplificano questa sensazione) come stessi per vincere l’olimpiade, sono gasato, vivo. Ancora 500 metri. Per un attimo chiudo gli occhi, è quasi fatta.

Dai cazzo, ora dai tutto, deve restare il bel ricordo dell’arrivo!” mi dico.

Lo faccio. Gli ultimi 350 corro a tutta birra, do il massimo possibile e senza fiato supero pure molta gente, ma quello non ha proprio nessuna importanza. Gli ultimi 100 metri sono interminabili, ma vorrei non finissero mai, perché mi sento bene. Sono dentro uno stadio che ha ospitato ben due olimpiadi, mi rendo conto che, nel mio piccolo, ho fatto proprio una bella impresa.

Supero il traguardo.

Sono un maratoneta, un felicissimo maratoneta. 

Su Varsavia vestita a festa e sulla bellezza che ci ha donato.

Quello a Varsavia, è stato un viaggio pianificato per caso e prescelto per compatibilità con giorni liberi e voli diretti da Cagliari. Un viaggio assaporato lentamente, fatto di emozioni inattese, piacevoli scoperte, aspettative rispecchiate e superate dal vissuto. Un momento di condivisione tra sorelle. Come ogni viaggio, è iniziato con un decollo, alle 10 del mattino di un 2 gennaio isolano, ancora inebriato dalle festività appena trascorse.

Dopo un’ora e quaranta un po’ turbolenta, Anna ed io atterriamo a Modlin, aeroporto secondario della capitale polacca, ma non per questo meno vivo o accogliente rispetto a scali europei più ampi. Uscite dalla zona arrivi, riceviamo un fresco benvenuto siberiano, coreograficamente arricchito da leggeri fiocchi di neve.

Siamo attrezzate, avendo consultato le previsioni meteo prima della partenza e soprattutto essendo veterane di un invernale viaggio cracoviano, che nel 2017, ci accolse con -20 gradi, segnando a lungo termine la scelta dell’abbigliamento da mettere in valigia in certe circostanze. Identifichiamo senza problemi in un piazzale di sosta, il Modlin Bus, mezzo più comodo e veloce per raggiungere la zona della Stazione Centrale e del Palazzo della Cultura e della Scienza (nonché il nostro Hotel). L’acquisto dei biglietti online prima della vacanza, ci permette di prendere posto velocemente e di goderci il viaggio, che durerà circa 50 minuti ( https://www.modlinbus.com Sito ufficiale per acquisto online. È possibile comprare i biglietti anche nel gabbiotto ModlinBus dentro l’aeroporto o direttamente dall’autista, con una maggiorazione rispetto al prezzo offerto in internet).

È a questo punto della nostra esperienza, che iniziamo a ricevere richieste di informazioni in polacco, da parte dei locali. Prima sul bus, poi per strada, poi un po’ ovunque. Passanti che ci scelgono come supporto in situazioni di incertezza e che con foga pronunciano parole per noi incomprensibili. Appare chiaro fin dagli esordi della vacanza, che siamo perfettamente integrate nel contesto est europeo.

Giunte in città e salutato il Modlin Bus, sappiamo che il nostro albergo dista circa 350 m dalla fermata, ma dopo una estenuante e fallimentare ricerca visiva e annesso giro attorno al quartiere, cediamo al navigatore dello smartphone, scoprendo che il Metropol Hotel è proprio accanto a noi. Nevica. Forse le nostre prestazioni mentali sono alterate dalle temperature rigide.

cofsdr

Dopo un rapido Check In e la richiesta di una mappa cittadina, prendiamo possesso della nostra stanza, che si trova al sesto piano. È molto ampia, silenziosa, calda e accogliente. Due bottigliette d’acqua gassata ci verranno offerte ogni giorno. Un balcone, ci permette di affacciarci su una vitale arteria stradale, animata da un via vai di auto, tram e persone, che restituiscono la popolosità della capitale. Per fortuna, chiusa la porta finestra ed entrate in camera, l’insonorizzazione ci separerà del tutto dal traffico e dai rumori esterni, consentendoci di riposare senza difficoltà.

Dopo esserci rinfrescate, siamo pronte a scoprire la città e soprattutto a cercare cibo. Preleviamo un po’ di Zloty e degustiamo un enorme panino in un locale di un centro commerciale, rimpiangendo di non aver avuto abbastanza energie per trovare un ristorante in cui ordinare immediatamente i Pierogi, piatto tipico polacco di cui andiamo ghiotte. Ma sappiamo che ci rifaremo nei giorni successivi e sentendoci sazie, ci dirigiamo verso il centro storico, per goderci la serata. Alle 16,30, la città è già avvolta dal buio, ma le luminarie natalizie, numerose e particolarmente suggestive, rendono l’atmosfera incantevole. Siamo completamente catturate da ciò che ci circonda.

Il navigatore ci conduce verso Stare Miasto, patrimonio dell’Unesco e quartiere storico cittadino.

sdrmde

Durante la Seconda Guerra Mondiale, i bombardamenti distrussero completamente Varsavia, ma l’impegno e il desiderio di rinascita dei sopravvissuti, si tradussero nella ricostruzione puntuale dell’antica bellezza e attraverso l’utilizzo di fotografie e dipinti precedenti al conflitto, tutto è stato ricreato nei dettagli. Una ricostruzione meticolosa, lunga e faticosa, che ha condotto ad un risultato strepitoso. Dalle macerie, è rinata la vita.

Stare Miasto è un gioiello architettonico, un abbracciarsi di viuzze e case color pastello. Un susseguirsi di ristoranti, locali, negozietti e luminarie. Nella piazza del Castello, ci accoglie un maestoso albero di Natale decorato con cura, emblema della città in festa.Una coreografia di luci, è proiettata sulle pareti dell’edificio reale. L’impatto è intenso, spettacolare.

Poco distanti, sono allestiti i mercatini di Natale, in cui creazioni artigianali, prelibatezze locali, internazionali e vino caldo (che degustiamo senza indugio), accolgono i visitatori.  L’esposizione è di dimensioni contenute, ma molto caratteristica. Identifichiamo tutto quello di cui godremo appieno nelle giornate successive e proseguiamo la visita nel centro storico, tra abeti addobbati, decorazioni, ulteriori mercatini e una pista di pattinaggio sul ghiaccio.

Un forte vento glaciale, ci accompagna fino alla conclusione della serata. Folate improvvise di intensità esagerata, che schiaffeggiano i nostri volti, unica fetta corporea priva di schermata protettiva. Ma sopportiamo stoicamente, colpite più dalla bellezza che ci circonda che dagli eventi atmosferici.

Prima di rientrare in hotel, facciamo un po’ di spesa in uno dei numerosi Carrefour Express presenti in città. Lo scontrino, sarà testimonianza della differenza tra il costo della vita polacco e quello italiano. A Cagliari per gli stessi acquisti, avremmo speso il doppio.

In Hotel, prima di addormentarmi, mi affaccio alla finestra della camera e contemplo una Varsavia ancora sveglia e completamente imbiancata dalla neve che continua a cadere.

cof

Iniziamo la seconda giornata, con una colazione dignitosissima, nel rilassante clima della grande sala dove è allestito il buffet. La scelta dolce è varia e gustosa, il che, non è sempre scontato. Mettiamo da parte un apporto calorico (circa 6000 calorie a testa) che ben si adatti alle temperature e alle distanze che dovremo percorrere e, ormai padrone di strade e itinerari ci dirigiamo prima al Tourist Info poco lontano dal nostro Hotel per recuperare una cartina più precisa rispetto a quella che abbiamo, poi alla stazione centrale, per una mappa dei trasporti che non troviamo.

Inizialmente perplesse, ci rendiamo conto che una mappa dei trasporti non è necessaria, alloggiamo in un punto strategico, abbiamo i piedi: possiamo arrivare ovunque.

Ci dirigiamo verso Stare Miasto e abbiamo il privilegio di vederlo illuminato dal sole.

Tutto appare diverso rispetto alla sera precedente.

cofsdr

I mercatini sono già colmi di visitatori. Mi sfilo uno dei guanti per scattare una foto e poco dopo, il congelamento della mano esposta, mi fa rendere conto di averlo perso. Ripercorriamo a ritroso il tragitto e mentre mi rassegno alla necessità di comprarne dei nuovi, percepisco un vociare polacco strillante e incessante, sempre più vicino al mio orecchio. Inizialmente, penso possa trattarsi dell’effetto di alcolici mal tollerati, ma l’insistenza del parlante, mi fa voltare e mi rendo conto che un gentile espositore, mi sta indicando il guanto perduto, poggiato su uno degli stand. Vorrei abbracciarlo, tanta è la mia gioia. Ha salvato la mia mano.

Ci immergiamo nelle stradine e ne scopriamo di nuove, ognuna portatrice di peculiarità e sfumature caratteristiche. Un vino caldo ci aiuta a tollerare con più ottimismo, la rigida temperatura. La ragazza che ce lo vende, vorrebbe aggiungere Rum o Vodka, ma decliniamo la proposta, accontentandoci di un blando alcolico adatto all’orario mattutino.

edfsdr

Arriviamo al Barbacane (Barbican o Barbakan), una struttura difensiva cittadina che proteggeva l’accesso alla parte antica e ci innamoriamo di alcune opere di uno degli artisti di strada che espongono nella zona. Non esitiamo e ci regaliamo un piccolo ricordo, unico.

cof

Ci dirigiamo poi verso il quartiere Praga, separato dalla città vecchia dal Fiume Vistola. Attraversiamo un ponte in cui il forte vento è libero di sferzare sui nostri volti. Non sentivamo la sua mancanza.

cof

Raggiungiamo la meta e scopriamo una zona cittadina molto diversa da Stare Miasto, ma non per questo meno affascinante. Il quartiere Praga, un tempo malfamato si è col tempo rinnovato, diventando punto di incontro di artisti e piacevole zona dove trascorrere del tempo, ammirandone l’architettura. Famoso, anche per essere stato scelto da Roman Polanski come set privilegiato del Film Il Pianista.

Ci catturano i Murales, le zone verdi, l’ampia via del quartiere Stare Praga. Le caffetterie, i market e i negozi di alimentari. La quotidianità locale che ci passa accanto.

cof

 

edf

Per pranzo, torniamo nella zona del Castello Reale e scegliamo di accomodarci in uno dei ristoranti della catena Zapiecek, rinomata per l’ampia proposta di Pierogi. Siamo affamate e ordiniamo entrambe i ravioli polacchi, accompagnati da una eccezionale birra locale.  Soddisfatte e sazie, anche per il costo minimo del lauto pasto (meno di 9 euro a testa per porzioni davvero generose), proseguiamo nella visita della città percorrendo la lunga e stupenda Nowy Swiat, dove le luminarie sembrano quasi intrecciarsi in una danza. L’esperienza è sinestesica. L’atmosfera è mozzafiato e ogni locale, negozio, ristorante, contribuisce con le proprie decorazioni a regalare un ricordo indelebile, di una Varsavia completamente immersa nelle festività invernali. L’odore dei ristoranti orientali si fonde con quello delle crepes e delle cioccolaterie. Siamo al centro di un intreccio di lingue e culture, tassello di un fiume di persone che come noi si gode una città spettacolare.

sdr

Rientriamo in hotel, innamorate della capitale polacca.

Prima però, ci fermiamo come consuetudine in uno dei Carrefour Express cittadini e al momento del pagamento, intraprendo con una anziana cassiera una comunicazione surreale, in cui polacco e inglese, pur su binari diversi, raggiungono obiettivi comuni.

La mattina successiva, a colazione ci aspetta una selezione dolce di tutto rispetto: quattro torte differenti, tra cui addirittura cheesecake! L’ambiente è sempre distensivo, anche se ci sono più ospiti, probabilmente perché è venerdì e tanti turisti approfittano del weekend dell’Epifania per visitare Varsavia. Avvolte nei nostri indumenti termici, ci dirigiamo verso il Museo dell’Insurrezione e scopriamo un’altra fetta della capitale, animata da un via vai di pedoni, ciclisti impegnati in consegne, cani scaldati da cappottini, che affrontano con entusiasmo la passeggiata con i proprietari. Tutto intorno, palazzi e grattacieli.

cof

Giungiamo al Museo e usufruiamo della possibilità di lasciare i cappotti gratuitamente all’ingresso e ritirarli all’uscita. All’ esterno ci sono anche le cassette di sicurezza, nell’eventualità in cui si abbiano zaini o borse ingombranti. Il costo del biglietto è di 25 Zloty a testa.

La visita è toccante e ci consente di ripercorrere le principali tappe dell’occupazione tedesca e sovietica, la devastazione, i soprusi, fino al momento della rivolta. L’esposizione è curata e particolareggiata, le descrizioni sono in lingua polacca e inglese (la documentazione originale, spesso è anche in tedesco). Tante scolaresche seguono con interesse accompagnatori che parlano di ciò che è stato, di sofferenza e rinascita.

Suggerisco caldamente, questo percorso museale.

Dedichiamo la seconda parte della giornata alla visita del parco Lazienki, anch’esso raggiunto a piedi, con una lunga passeggiata sotto la neve incessante. Tutto attorno a noi, si imbianca rapidamente. Poniamo attenzione ad ogni passo, per evitare di scivolare e cerchiamo di portar via più ricordi possibili, di un paesaggio a cui nel Sud Sardegna, non siamo abituati.

cof

Il manto bianco che ricopre la superficie del parco, regala uno spettacolare gioco di luce e silenzio. La neve non frena famiglie con bimbi, runners e gruppi di amici che passeggiano lungo i sentieri alberati e fiabeschi. Ci godiamo il tempo che abbiamo e approfittiamo per scattare foto alla bellezza che ci circonda.

La serata avanza e si avvicina il momento dell’arrivederci. Per pranzare (o cenare, visto che gli orologi segnano le 16), ci avviamo verso il nostro adorato centro storico che raggiungiamo con una lunga passeggiata, usando come “navigatore„ d’eccezione il Palazzo della Cultura e della Scienza, fornitore gratuito di orientamento. L’edificio, dono dell’Unione Sovietica, spicca rispetto a tutte le altre costruzioni per via della sua altezza, è perciò utilizzabile come mappa in 3d, per capire dove ci si trova e come raggiungere i punti di interesse.

cof

Ripercorriamo la Nowy Swiat e ci fermiamo in un altro ristorante Zapiecek, dove la nostra aumentata fame è proporzionale ai pierogi divorati e alla birra sorseggiata.  La cameriera, appassionata di pizza e lingua italiana, resta stupita quando le chiedo una maxi porzione di ravioli, descritta nel menù come “porzione per il nonno” (quella per la nonna, prevedeva due pierogi in meno). Ma nei nostri piatti non resta nulla e nel ritirarli, capisce che non esageravo. Paghiamo circa 10 euro a testa e prendiamo anche due birre locali e acqua naturale.

Percorriamo di nuovo Stare Miasto, che ogni giorno affascina da angolazioni diverse. La pista di pattinaggio è affollatissima e tra twist e altre danze, fruitori di tutte le età si lanciano in corse sul ghiaccio.

sdr

Acquistiamo gli ultimi souvenir e sospiranti per la conclusione di una vacanza bellissima, ci dirigiamo in hotel, sotto una neve ancora incessante.

La mattina della partenza, la sveglia ci costringe ad abbandonare i letti alle 2,40. Il nostro bus partirà alle 4,05 e il volo è previsto per le 7,15. Non so esattamente come e dove, ma trovo la forza di fare una doccia, chiudere la valigia e affrontare il check out. Sono le 3,40 quando ci lasciamo alle spalle l’hotel, ma Varsavia è illuminata a giorno e animata da persone di ogni età che incuranti dell’orario, passeggiano, lavorano per spalare la neve e chiacchierano con amici dopo una serata comune.  Direi che come sicurezza percepita ed effettiva, siamo a livelli molto, molto elevati.

Il bus parte puntualissimo e ci lascia nel piccolo aeroporto di Modlin, che alle 5 sembra un mercato rionale all’ora di punta, per attività commerciali aperte e presenze.

Dopo l’imbarco, le condizioni meteo rendono necessarie le procedure di rimozione del ghiaccio dall’aeromobile e l’utilizzo dell’antigelo, ma, mentre tutto viene effettuato con cura, anche la pista si ghiaccia e necessita di un intervento che ci permetta di decollare. L’intervento sulla pista, fa ricongelare l’aereo e a quel punto, in un ritardo di quasi due ore, vissuto sui sedili Ryanair, pare di stare in un trip senza via d’uscita (scongela l’aereo, scongela la pista, scongela l’aereo.. ).

Poi finalmente il decollo, un volo tranquillo e la nostra Cagliari.

Arrivederci Varsavia!

Se doveste avere bisogno di qualunque ulteriore informazione, sentitevi liberi di scrivermi.

E se avete piacere, di vedere altre foto di questa esperienza polacca, venite a trovarmi su Instagram, all’account/profilo silviatoaff.

Su Orani, sull’Autunno e sulla Barbagia che mi scorre dentro.

È la consueta esondazione di ricordi ad annunciare l’arrivo in Barbagia. Il mio sistema sensoriale attiva stanze mentali custodi della mia infanzia, che all’unisono spalancano l’uscio, rilasciando immagini ed emozioni.

Mentre Massi ed io, come spesso accade, ci dirigiamo verso il cuore della Sardegna, rivivo le fresche estati aritzesi, sento il sapore delle more succose appena raccolte, delle noci e delle nocciole, sento il vociare delle famiglie riunite per il pranzo e il tintinnare delle stoviglie, mi invade il profumo della vegetazione boschiva e rivedo Texile da quella stanza che è stata guardiana in lunghi sonni ristoratori, per la Silvia bambina che trascorreva settimane avvolta nell’abbraccio dei nonni.

Il mio legame emotivo e genetico con la zona del nuorese, è il probabile responsabile della passione viscerale che mi spinge così frequentemente verso Autunno in Barbagia,  manifestazione che da oltre vent’anni anima quei paesi sempre più numerosi, che aderendo all’evento, donano ai visitatori la propria storia e le proprie tradizioni, raccontandosi attraverso i sapori del buon cibo, l’artigianato locale, la suggestività delle case antiche e degli antichi saperi. ( http://www.cuoredellasardegna.it/autunnoinbarbagia/it/index.html )

Così, ancora una volta siamo in viaggio e in un 23 settembre soleggiato e caldo, scegliamo di recarci ad Orani, paese dalla storia intrigante, il cui abbraccio ha accolto nel mondo, tra gli altri,  Nivola, Delitala, Niffoi e che con orgoglio ne preserva e diffonde il patrimonio artistico e letterario. Per raggiungerla da Cagliari, dopo il lungo tratto sulla SS131 e sulla 131 DCN, attraversiamo prima Ottana, poi Sarule, distante solo sei chilometri dalla nostra meta, in attesa tra il verde collinare e il monte Gonare.

All’ingresso del centro storico, spicca la Chiesa di Santa Maria, illuminata dalle colorate bandierine che la sovrastano e annunciano la festa. In un banchetto informativo, prendiamo una mappa con preziose indicazioni sull’itinerario enogastronomico e sui luoghi di interesse visitabili. Tutto è spiegato e presentato con la massima cura, anche graficamente.

Il fluire dei visitatori, diviene anche nostro e ci perdiamo nelle strette viuzze, arricchite da una mostra fotografica a cielo aperto dedicata a Nivola e al suo ritorno ad Orani nel 1958. In quella occasione, fu il fotografo Carlo Bavagnoli a immortalare i momenti, rendendoli indelebili. Le gigantografie in bianco e nero che ornano le antiche pareti delle case in granito, restituiscono volti, istanti, emozioni di un passato tenuto in caldo e offerto all’occhio attento e curioso dei turisti.

cofcof

Ci travolgono gli aromi che provengono dai punti ristoro, affollati per l’ora di pranzo e ci conducono ai primi assaggi. Grandi protagoniste sono le Catzas, tipiche zeppole di Orani proposte particolarmente nel periodo del carnevale, ma assai gradite anche con largo anticipo. Ci fermiamo davanti alla Corte n.9 (Casa Mogoro), dove abbiamo il piacere di assistere al processo di selezione e lavorazione dell’impasto poco prima dell’immersione nell’olio per la frittura. Il tipico dolce, ancora caldo, dopo aver ricevuto una spolverata di zucchero, è tra le nostre mani e poco dopo tra le nostre fauci. Delizia totale.

cof

Proseguiamo poi la passeggiata, ammirando le esposizioni artigiane, decorative e tessili, i gioielli e i saponi. Incrociamo l’imponente manichino che indossa Su Bundhu, la tipica maschera in sughero di Orani, protagonista indiscussa anche di tante fotografie che ornano le mura del centro storico. Gli espositori ci accolgono con gentilezza e autentico desiderio di condividere il loro sapere e la storia di ciò che espongono.

cof

cof

In Corso Garibaldi, visitiamo una casa antica, perfettamente preservata che rimanda alla quotidianità di un passato ancora vivo al suo interno: nella tavola imbandita al piano terra, nella stanza da letto al primo piano, nel verde giardino dove riposano utensili e strumenti da lavoro.

Ci colpisce poi la Corte dedicata ai cestini, che ospita anche un antico strumento, simile ad un telaio, con il quale si lavorava la pasta. La signora, custode dello spazio espositivo ci racconta come avveniva la produzione manuale e ricorda la bontà del prodotto ottenuto dopo tanta fatica. È un piacere ascoltarla. Ogni Corte ti regala qualcosa, un patrimonio di conoscenza che ti invita alla scoperta.

cof

 

È poi la volta dei cortili dolciari, dove degustiamo e compriamo Pabassinos e Pabassineddos,  concludendo in picco glicemico con una deliziosa Sevada (seadas) immersa nel miele.

IMG-20180923-WA0007

È piacevole perdersi tra i viottoli con vista sulle verdi colline, godersi la pace e il silenzio tipici di un centro così piccolo, non inquinato dal frenetico passaggio di auto o mezzi pesanti, ma rallegrato solo dal via vai del trenino che accompagna i turisti per il paese, in un tour ambitissimo tra fotografie, Cortes,  Chiese e  case antiche.

cof

La lunga attesa per poter usufruire della particolare gita e la folla nella Piazza Italia (che scorgiamo dall’ampio spazio che circonda il Comune del paese), spegne il mio iniziale desiderio di salire su uno dei vagoncini. Osserviamo il via vai del bianco mezzo di trasporto, senza riuscire a sederci. L’idea degli organizzatori, è stata senza dubbio vincente e apprezzatissima.

cof

Dopo aver bevuto un dolce caffè alle mandorle, ci dirigiamo al Museo Nivola, per raggiungere il quale, passiamo nelle vicinanze del verde parco comunale che offre una vista meravigliosa su Orani. (sito del museo:  http://www.museonivola.it/  )

Il Museo ospita opere dell’artista, in una cornice luminosa e curata nei dettagli. All’esterno un ampio giardino in cui rilassarsi e godere del panorama. Abbiamo la fortuna di ascoltare la parte conclusiva della spiegazione di una giovane guida, che accompagna un folto gruppo tra le opere principali. Racconta della famosa scultura nota come “Madre”, che, ci spiega, aveva la funzione di accogliere i visitatori che sbarcavano in Sardegna. Una scultura che restituisce completamente il senso di ospitalità voluto da Nivola, dando la sensazione di attendere l’osservatore per un caldo abbraccio di benvenuto.  Il biglietto d’ingresso per il Museo, ci permette di visitare anche la mostra Endless Form, di Tony Cragg allestita poco distante, nel vecchio lavatoio comunale, anch’essa particolarmente affascinante.

Durante il weekend in corso (28-29-30 settembre 2018), Orani sarà ancora protagonista di un evento culturale importantissimo: il weekend dei Musei, promosso dal Distretto Culturale del Nuorese. Senza dubbio una occasione preziosa per scoprire il patrimonio artistico e storico, del quale il paese è portatore.(http://www.cuoredellasardegna.it/distrettoculturaledelnuorese/it/index.html )

Autunno in Barbagia ha ancora tanto da offrire, quando inizia il nostro viaggio di rientro verso Cagliari. Siamo carichi di emozioni positive e grati al paese che ci ha accolto e sorpreso, regalandoci più di quanto ci aspettassimo.

Riattraversiamo il cuore della Sardegna, prima di immetterci sulle strade statali che ci condurranno a casa.

Arrivederci, Orani.

Per tante altre foto e per un video che racchiude la bellezza di questa esperienza, visitate la mia pagina su Instagram:   silviatoaff  

Alla prossima avventura!

Sulla bellezza delle capitali Baltiche.

Vacanza bagnata, vacanza fortunata?

In viaggio verso Olbia, in un dopo pranzo agostano all’apparenza innocuo, Massi ed io abbiamo il non richiesto privilegio di partecipare come comparse ad un nubifragio che profuma di apocalisse. L’improvviso passaggio dal diurno al notturno, l’illuminazione a costo zero regalata da grappoli di fulmini, secchiate d’acqua piovana multidirezionali, carreggiata adattata per un mega piscina party e file di auto procedenti a passo d’uomo (claudicante), danno il colpo di grazia al mio labile stato emotivo pre-volo.

Per fortuna, pur discretamente sfiancati giungiamo illesi a destinazione.

In città, notiamo cascate d’acqua che abbandonano tombini scoperchiati, turisti fradici che calzando  infradito ed evidentemente presi alla sprovvista dalla pioggia, tentano di raggiungere luoghi riparati e tanti Vigili del Fuoco all’opera.  L’autista del minibus Parkingo, che ci conduce in aeroporto, ci spiega che si è appena concluso un evento temporalesco con manie da tromba d’aria e che anche alcuni voli hanno subito dei ritardi, poiché gli aeromobili, già pronti al decollo e carichi di passeggeri, hanno dovuto attendere in pista che il tempo migliorasse.

Inizio un training riparatore e aspetto che Easyjet ci accompagni a Berlino, la mia amata Berlino, in cui trascorreremo la notte in attesa dell’imbarco per Riga, la mattina successiva.

Alle 23,30, varchiamo la soglia dell’ Intercity Hotel Berlin Brandenburg Airport, distante tre minuti di camminata dallo scalo di Schoenefeld.   Un letto comodo, un bollitore, una stanza silenziosa e la familiare sensazione di benessere regalata dall’aria berlinese, mi conducono senza intoppi tra le braccia di Morfeo.

L’amicizia con Riga.

Alle 10 del giorno successivo, dopo una fugace colazione aeroportuale con posto in piedi e chiacchierata in tedesco annessa, ci accomodiamo sui nostri “amati” sedili Ryanair, soddisfatti dei pochi euro spesi in fase di prenotazione, per stare l’uno accanto all’altra e in un’ora e venti raggiungiamo l’aeroporto principale della capitale lettone. Come al solito, prima della vacanza, racimolo informazioni utili che possano agevolarci negli spostamenti. So perciò che all’esterno, abbandonata la zona arrivi,  troveremo l’area di sosta del Bus 22, mezzo pubblico privilegiato per raggiungere il centro.

cof

Acquistiamo due biglietti per corsa singola (1,15 euro a testa), alle macchinette fronte fermata, dopo aver affrontato una fila estenuante, costituita da orientali evidentemente poco avvezzi al fai da te. (Ai futuri fruitori, suggerisco di portare monete o banconote di piccolo taglio. In alternativa, è possibile utilizzare la carta di credito o acquistare il biglietto dall’autista, MA con una notevole maggiorazione.)

Familiarizziamo con un trasporto pubblico efficiente, confortevole e particolarmente legato alla lingua locale, tanto da rifiutare completamente citazioni anglofone nella presentazione dell’itinerario sullo schermo.

Sappiamo di dover scendere alla Stazione Centrale dei Treni, ma dobbiamo affidarci unicamente ad istinto e fortuna per capire quale sia, tra quelle menzionate. Riusciamo nell’intento, lasciando il mezzo in corrispondenza del Centrāltirgus, che scopriremo essere il mercato generale della città, poco distante dalla Stazione e dal nostro Hotel (Hanza Hotel), che raggiungiamo a piedi in circa 5 minuti.

Dopo un veloce, quanto glaciale (dal punto di vista dell’interazione con la ragazza alla Reception) Check in, ci sistemiamo nella nostra basica e confortevole stanza al sesto piano. L’aspettativa è rispecchiata, tutto ciò che doveva possedere la camera, è presente e funzionale: bollitore, frigo, asciugacapelli e cassaforte, tra le altre cose. Cassaforte che come al solito, scelgo di utilizzare per lasciare in stanza passaporti, kindle e biglietti che ci serviranno per gite e rientro. Cassaforte che all’apparenza identica a quelle precedentemente incontrate e usate, nasconde in realtà delle insidie che dopo la prima chiusura, mi impediranno di riaprirla e mi costringeranno a chiedere mortificata, un disperato sostegno alla glaciale impiegata, per risolvere lo sgradevole sequestro dei nostri averi. Vengo rassicurata, scoprendo che parecchi ospiti hanno vissuto prima di me analogo destino e mi viene fornita una  chiave, per una eventuale apertura manuale in caso di ulteriori difficoltà (che per fortuna non si verificano).

Dopo un sonnellino rigenerante, siamo pronti per tuffarci su Riga, città particolarmente amata dai viaggiatori, grondante di storia, forte e orgogliosa della sua indipendenza, ottenuta in tempi relativamente recenti.

Siamo carichi e adrenalinici, un po’ sorpresi nel trovare un clima caldo e umido, che speravamo non ci seguisse fino in Lettonia. Per fortuna, le temperature saranno più fresche durante le giornate successive. Percorriamo a piedi il tragitto che ci separa dal centro cittadino. Assecondando il nostro bisogno di cibo, ci fermiamo in un market, dove ci procuriamo dei tramezzini di emergenza e ci scontriamo con la realtà locale: trovare cibo adatto alla scelta vegetariana, non è affare facile. Sarà complicato destreggiarsi tra aringhe, salmone, carni di ogni genere presenti in quasi tutti i cibi esposti. La pizza ci salverà in diverse occasioni e anche tra le pizze, carne e pesce appaiono spesso come ingredienti principali.

cof

Il centro storico, inserito dall’UNESCO tra i Patrimoni dell’Umanità, ci accoglie con le sue ampie zone verdi, con i suoi vicoli pedonali, con i suoi artisti di strada di eccezionale talento e con i suoi carretti, orgogliosamente dedicati al gelato di produzione nazionale. Carretti, carretti ogni dieci metri, carretti sempre attivi e stracolmi di assaggiatori in fila. Non immaginavo, si potesse avere una passione per il gelato, maggiore di quella tedesca, ma mi sbagliavo. Il gelato in Lettonia, credo galoppi verso il podio di alimento nazionale per eccellenza accanto alle aringhe.

Non lo assaggiamo, preferiamo osservare i numerosi degustatori attorno a noi.

Passeggiamo incuriositi e affascinati, tra le viuzze strette e i vari punti di interesse storico e architettonico. Chiese, Musei, la Casa delle Teste Nere, negozietti con creazioni d’ambra e immagini di gatti ovunque.

cof

L’atmosfera è gradevole e rilassante e ci aiuta a liberarci dai pesi accumulati nei mesi precedenti. Forte è la sensazione di benessere e pace, che la città rimanda fin dal primo impatto.

Riga non convive con il caos di una metropoli, né con un traffico smisurato, per questo, passeggiare per la città, possiede il gradevole potere di distendere i nervi e dona quiete alle menti stanche, come le nostre.

Ci sediamo sull’erba, in un parco attraversato dal fiume e ornato da ponticelli lucchettati con promesse amorose, osserviamo le canoe e le barche che attraversano il corso d’acqua, accanto ad anatre e gabbiani trasportati dalla corrente. Sono tante le persone distese o sedute sul manto erboso, che come noi catturano la bellezza attorno.

La serata trascorre con la velocità infrenabile dei momenti piacevoli, quelli che ti fanno perdere la percezione temporale. Prima di rientrare in albergo, ci fermiamo ad assistere ad un concerto gratuito di fronte alla stazione centrale. Il palco è allestito con cura e gli artisti talentuosi, ci regalano un pre-nottata, veramente indimenticabile.

La mattina successiva, la colazione proposta dall’hotel mi mette in difficoltà. La scelta è prevalentemente salata e fatico a trovare opzioni che soddisfino il mio bisogno di sapori dolci all’italiana. Verrò appagata quotidianamente da alcuni mini cornetti, pane e marmellata, cereali e frutta. Massi apprezza invece i sapori decisi e si tuffa nelle proposte locali (cetriolini in agrodolce inclusi…).

cof

Carichi di energia ci dirigiamo al Mercato Coperto cittadino, che si estende anche all’esterno, in una coreografica, colorata e curata esposizione di bancarelle. Gli odori sono intensi e penetranti, già orientati verso i pasti principali, per questo i miei recettori olfattivi ancora sintonizzati sulla colazione, soffrono e mandano segnali di rigetto.

Frutta, abiti, spezie, formaggi, miele, pesci, salumi, carni essiccate, creazioni artigianali e tantissimi fiori, sia in mazzolini che in composizioni più elaborate, regalano al visitatore tinte allegre e pittoresche.

Gruppi di turisti accompagnati dalla guida, si fermano in quei box che non solo, espongono i prodotti con particolare meticolosità estetica, ma consentono di scattare fotografie (sono frequenti cartelli di divieto, in varie zone del Mercato).

sdr

Rompo il ghiaccio, facendo il primo acquisto della vacanza e con fatica mi destreggio in una comunicazione senza punti d’incontro verbali, dove un lettone aspro e marcato, arriva alle mie orecchie, restando insoluto. In questa occasione, come nelle successive, vera protagonista sarà la gestualità, che faciliterà la conclusione della compravendita.

Finita la visita al Mercato, ci dirigiamo verso il centro storico per riscoprirlo e assaporarlo meglio rispetto alla serata precedente, in cui ci siamo limitati a sfiorarlo.
Raggiungiamo l’imponente Duomo e lo contempliamo affascinati, ripercorriamo le piazze e le viuzze pedonali ornate dai già citati carretti di gelato, per poi goderci una passeggiata sul lungo fiume e perderci alla vista dei grattacieli e dei ponti cittadini.

Il clima è fresco, il cielo è coperto.

sdrsdr

Decidiamo di sfruttare il Bus Turistico e lasciarci cullare dalla voce narrante, solitamente gradevole e pacata. Grande è perciò il nostro stupore, quando scopriamo che l’esposizione sulle bellezze cittadine è stata affidata ad un oratore dal marcato accento campano, mangiatore di parole per professione. Massi ed io non riusciamo a soffocare sonore risate, che ci accompagneranno per l’intero tragitto. Accanto a noi, una passeggera tedesca non se la passa meglio, terrorizzata all’idea di poggiare le orecchie alle cuffie, arrotola queste ultime in fazzoletti di carta che preservino le sue difese immunitarie. Su Riga, impariamo ben poco, ma l’esperienza a bordo è stata senza dubbio pittoresca (15 euro a testa per due percorsi in formula Hop on Hop Off).

Pranziamo in un ristorante che siamo certi, possa offrirci un piatto adatto alla nostra scelta alimentare: Mamma Pasta, in Piazza del Duomo. Per circa 13 euro a testa, mangiamo due discrete  pizze, beviamo due eccezionali birre locali, abbiamo acqua e due caffè. Inizialmente distante e poco sorridente, il cameriere gradualmente si scioglie, forse contagiato dai nostri sorrisi.

sdr
Durante il pasto, passerotti tendenti all’obesità, scorrazzano per raccattare degustazioni di carboidrati tra i commensali.
Passeggiata post prandiale, tra verdi parchi e l’animatissima zona dove negli anni Trenta venne eretto il Monumento alla Libertà, che durante l’occupazione sovietica, rischiò la demolizione, ma per fortuna scampò il pericolo .
Ci rilassiamo in una delle tante aree verdi e assistiamo in diretta all’efficienza delle forze dell’ordine cittadine, che testimoni di un tuffo nel fiume da un ponticello, evidentemente non consentito dalla normativa locale, multano il gruppo di adolescenti attori della bravata, che dopo un iniziale tentativo di fuga, vengono fermati e sanzionati senza possibilità di condono.

Ci sentiamo a nostro agio in questa città, lo capiamo nel renderci conto che un’altra giornata è volata leggera e volge al termine.

Il giorno successivo ci aspetta TALLINN.

 

L’incontenibile passione per Tallinn

Dalla stazione centrale dei Bus di Riga, in posizione strategica rispetto al nostro Hotel, la compagnia Ecolines (https://ecolines.net/international/en) ci porta a destinazione in circa 4 ore e mezzo.

La distanza tra Riga e Tallinn è notevole, ma ci piace scoprire i paesaggi anche affrontando tratte lunghe, comodamente seduti in confortevoli mezzi di trasporto. Nel caso dell’Ecolines, scelta per recensioni e soddisfazione dei passeggeri precedenti (circa 35 euro AR a testa), abbiamo a disposizione non solo un bagno e un tablet con film, musica e libri (inglese presente), ma anche una eccellente Wi-Fi e bevande calde gratuite.

Attraversiamo la Lettonia e ci dirigiamo verso l’Estonia, sorseggiando litri di cioccolata e caffè, ascoltando le proposte musicali (tra cui, in prima linea PUPO e ADRIANO CELENTANO) e ammirando la natura incontaminata che abbraccia le due nazioni.

sdr

Giunti alla Stazione dei Bus di Tallinn, percorriamo a piedi una distanza di circa un quarto d’ora per arrivare al Centro Storico e fin dal primo sguardo, vengo ripagata dell’attesa, dei chilometri percorsi, della sveglia precoce.
La cittadina è semplicemente spettacolare, un gioiello che ti lascia senza fiato. Siamo davanti ad un altro Patrimonio Unesco, preservato e mantenuto intatto in tutto il suo fascino medioevale.
Mura che proteggono vicoletti, mercatini di artigiani, e la Piazza principale, immensa, meravigliosa. Il borgo è vivo, affollato da turisti.

sdr

Non riesco ad evitare il pensiero di una Tallinn addobbata nel periodo natalizio, non riesco ad evitare una bozza di progetto viaggereccio che mi conduca in questa favola nel freddo inverno estone. Sono folgorata dalla rara bellezza che mi circonda.

I carretti di gelato, tanto cari a Riga, vengono sostituiti dai carretti di mandorle tostate e caramellate. Spesso, i venditori indossano abiti medioevali e il Medioevo è ovunque, nei Musei dedicati alle torture dell’epoca, nei ristoranti dedicati ai piatti tipici, negli scorci.

Più passa il tempo, più il mio desiderio di tornare a Tallinn, si amplifica. Una giornata, per quanto intensa, è davvero troppo poco.

Raggiungiamo la collina di Toompea, che ci regala una vista sulla città, che illuminerà i nostri ricordi per tanto tempo.  Un tripudio di colori, campanili, tetti spioventi, racchiuso in pochi chilometri quadrati. Un tesoro architettonico e storico.

sdr

Ci perdiamo di nuovo nel centro, il tempo non concede sconti e vola verso l’ora di rientro. Il bus Ecolines, il gelato al cioccolato di Pupo e Susanna, l’amica di Celentano, ci aspettano per un lungo viaggio in notturna.

Ci rivedremo Tallinn, ci rivedremo.

Di Storia Nazionale, Spiagge e convivenza con pungiglioni.

Dedichiamo la prima parte della giornata successiva, alla visita del Museo dell’Occupazione della Lettonia e del Museo del Kgb, ingresso libero ma possibilità di lasciare un’offerta. L’impatto è forte, la documentazione restituisce la difficile storia della nazione, il coraggio della Resistenza, il clima di inquietudine sotto la lunga occupazione sovietica.

Smaltiamo lo stato d’angoscia derivante dalla visita al museo, passeggiando per una Riga soleggiata e luminosa. Ci addentriamo in zone del centro storico che abbiamo trascurato e incontriamo il ristorante di Albano, che, indovinate un po’? Si chiama Felicità! Solo che non propone un panino o un bicchiere di vino.

Abbiamo in programma per il pomeriggio, una gita nella vicina Jurmala, zona balneare raggiungibile in mezz’ora di treno. Il biglietto AR, acquistato ad uno sportello della Stazione Centrale, non raggiunge i 3 euro a testa. Gli orari di partenza sono reperibili sia su una bacheca in stazione, che su uno schermo ben in vista.

I treni sono un po’ datati, molto diversi da quelli di altre parti d’Europa, ma simili a quelli da me  utilizzati talvolta in Sardegna, per tratte interne. Appaiono comunque puliti, curati e soprattutto puntuali.

Scendiamo alla fermata Majori e ci godiamo la passeggiata in Joma Iela, una via pedonale che conduce alla spiaggia, tra negozi, ristoranti e immancabili mercatini con oggetti d’ambra.
Colonna sonora: il vociare dei gabbiani. Compagnia non richiesta: api e vespe, ovunque. Devo abituarmi ad una convivenza forzata, perché non c’è zona senza incontri ravvicinati.
La spiaggia è immensa, sul bagnasciuga passeggiatori e ciclisti. In acqua solo qualche coraggioso pullo di gabbiano. Mi sfilo le scarpe e immergo i piedi nel golfo di Riga. L’acqua è freddissima, ma l’esperienza è indimenticabile. La sabbia somiglia più alla polvere che ai granelli delle spiagge sarde. Massi ed io ci sediamo in una delle panchine volte verso l’orizzonte e facciamo scorta di un ulteriore panorama senza uguali.

cof

cof

Prima di rientrare a Riga, ci fermiamo in una cioccolateria e ci strafoghiamo con un dolce esageratamente abbondante, caffè e cioccolata calda. Il tutto in compagnia di una vespa ingorda di zollette di zucchero.

sdr

Il giorno successivo, VILNIUS ci attende.

Faccende Lituane.

Ecolines ci conduce in Lituania in circa 4 ore. L’autista è loquace e sorridente, ma ovviamente parla solo la lingua locale. Quasi inizio a farci l’abitudine, il mio orecchio si attiva e mentre spiega accuratamente, ciò che intuisco essere itinerario e servizi durante la tratta, sorrido, lui interpreta il sorriso come comprensione e si rivolge a me felice di sapere di essere capito. Purtroppo devo deluderlo e spiegargli attraverso il non verbale, che non possiamo farci una chiacchierata.

Al confine con la Lituania, la polizia ferma il nostro Bus e verifica i passaporti.
Arriviamo puntuali a Vilnius e raggiungiamo il centro storico in circa dieci minuti di passeggiata. Ci facilitano il percorso, i cartelli con le indicazioni su distanze e direzione dei luoghi interesse cittadini.
Prima tappa mercato coperto (Massi è appassionato del genere), molto coreografico e suggestivo. I venditori ci invitano ad assaggiare e scoprire i prodotti locali, più accoglienti e sorridenti rispetto ai cugini lettoni ed estoni.

Vilnius appare come una città da scoprire gradualmente, anch’essa ricca di storia, di scorci, di chiese, piazze e soprattutto verde, verde dei parchi, verde delle colline. Tra queste ultime, dedichiamo una parte della giornata a quella famosissima delle Tre Croci, che si raggiunge con una scalinata ripida e affaticante, immersa in un paesaggio boschivo, da affrontare con un gran bagaglio di energie e buona volontà. Arriviamo in cima esausti, ma anche in questo caso, la vista è ripagante e annulla qualsiasi ripensamento.

cof

Poi, ancora immersione nel centro storico e nella Repubblica Indipendente  di Uzupis, quartiere con una propria Costituzione, che grazie all’arrivo di numerosi artisti ha perso l’immagine di zona malfamata avuta in  passato ed è diventata gioiello dentro Vilnius. Possiamo trattenerci per un tempo brevissimo, ma l’impatto è sufficiente per alimentare il desiderio di tornare, scoprire meglio, immergermi più a lungo tra murales e gallerie d’arte.

sdr

Saluto Vilnius senza esserne sazia e porto con me la sensazione di aver perso tantissimo a causa della brevità della gita. Verso Riga, sul nostro Ecolines, mi consolano Pink e i Green Day, che fanno parte della selezione musicale proposta sul tablet nel mio sedile.

L’Arrivederci.

Hai la sensazione di aver fatto il Check-in da poche ore e invece devi restituire la tessera magnetica e dirigerti in aeroporto sfruttando il sempre caro Bus 22, che in circa mezz’ora ti conduce alla zona Partenze.  Ci aspetta uno scalo a Berlino, prima del volo per Olbia.

Uno scalo agrodolce, perché pur avendo la possibilità di trascorrere qualche ora nella amata Germania, non abbiamo il tempo sufficiente per raggiungere il centro città e salutarla con l’affetto che merita.

Elaboro la tristezza e attendo il primo imbarco, che avviene con un po’ di ritardo. Easyjet passa il testimone a Ryanair in quel di Schoenefeld e al tramonto sorvoliamo la Sardegna orientale, per atterrare ad Olbia intorno alle 20,30.

Cagliari ci aspetta e soprattutto ci aspettano i nostri mici.

Durante il tragitto in auto, ricordiamo quanto di bello abbiamo vissuto e un sorriso colora i nostri stanchi volti.

Alla prossima tappa!

Per tante altre foto, vi aspetto sul mio profilo Instagram silviatoaff  🙂

Per qualsiasi ulteriore informazione su trasporti, costi, itinerario, scrivetemi pure, sarò felicissima di ripercorrere con voi questo viaggio ed esservi d’aiuto per organizzare la vostra esperienza baltica.

Ben ritrovate, Norimberga e Baviera!

 

IMG-20180330-WA0016

Alle 3,40 il suono della sveglia sfratta me e Massi da un sonno conquistato faticosamente poche ore prima e appesantito da due gatti di oltre 5kg acciambellati sulle nostre cosce.

Un check-in dalle tinte albeggianti, accelera i pensieri e inquina irrimediabilmente la fase di rilassamento notturno. Se poi, nel mio caso, si aggiunge la gestione della simil-aerofobia, fatta di training e maledizioni, direi che il detto: “anche oggi si dorme domani”, calza a pennello.

Eppure, nel destarci e ricordare che ci attende una mini vacanza in Baviera e Franconia, tutte le energie vengono richiamate e ci ritroviamo ad affrontare i controlli di sicurezza all’aeroporto di Cagliari-Elmas, con i nostri zaini in spalla, liquidi separati e come sempre, emozionati prima di una nuova avventura. Nonostante siano le 5,30 del mattino, la folla al Security Check è da finale calcistica, tanto da farci temere di non arrivare per tempo all’imbarco. Fortunatamente, la fila è scorrevole e tutto avviene velocemente.

La randomica assegnazione dei posti Ryanair, sistema me in braccio al pilota e Massi vicino alla porta posteriore. Lo ammetto, non sono particolarmente loquace durante i voli, intenta a riflettere sul perché non mi sia stato concesso di amare l’alta quota con la stessa intensità sperimentata dalle assistenti di volo, però avrei fatto volentieri a meno di questa recente scelta aziendale.

A tratti, pare di stare in un vespaio, tanto è fitto il vociare di chi cerca di barattare il proprio sedile con quello di poveri viaggiatori singoli (o ritenuti tali) capitati vicino a qualcuno di conosciuto e quasi temo di incontrare lo sguardo di chi, un secondo prima del decollo, ancora cerca un modo per avere accanto a sé amici e parenti, proponendo perfino al copilota, di “scalare” per creare un effetto domino che riduca le distanze.

Ma mentre l’aeromobile sfreccia in pista e abbandona il suolo, cala il silenzio, finalmente. La tratta è per fortuna molto breve, poiché affronteremo uno scalo a Milano-Bergamo, quindi le ore di volo sono frammentate e ridotte.

Intorno alle 12, arriviamo a Norimberga.

La città riemerge prepotentemente nei nostri ricordi, costruiti in un viaggio indimenticabile datato 2013. Allora, conoscevo a malapena due vocaboli della lingua locale, ma  nell’incontrare una ragazza sarda che ci disse di essere in viaggio per rispolverare le sue conoscenze di tedesco, pensai che fosse giunto il momento anche per me, di coltivare una passione latente, posseduta da sempre. L’anno dopo decisi di iniziare un corso in Italia e nel 2015 di partire per Berlino per migliorare e consolidare quanto appreso.

Anche per questo, Norimberga è sempre stata custodita nei cassetti più cari della mia memoria. Una sorta di imprinting per una delle esperienze più importanti della mia vita e che proprio la mia vita, ha segnato profondamente.

Compriamo due biglietti per la metro e ci dirigiamo ai binari della U2, per raggiungere l’Ibis Nuernberg City am Plaerrer.

Scegliamo di scendere alla Stazione Centrale, distante circa dieci minuti a piedi dal nostro albergo. Una passeggiata rigenerante e rinfrescante (la primavera non è ancora arrivata in città), durante la quale un ragazzo, probabilmente intuendo che non siamo del luogo, si propone di aiutarci. Parla in inglese, ma convinta lo faccia solo per agevolarci (atteggiamento tipico dei tedeschi particolarmente gentili) e soprattutto desiderosa di rimpolpare la mia parlata, gli rispondo in tedesco.  Lui mi guarda perplesso e spiazzato, scoprirò poco dopo che si tratta di un figlio dell’Erasmus, anglofono, che è rimasto a Norimberga per lavoro, ma che non ha alcuna conoscenza della lingua locale. Proseguiamo perciò nel parlare in inglese, fino a che, ci indica un hotel, convinto si tratti del nostro.  In realtà non ha la minima idea di dove accompagnarci ed eccedendo in gentilezza, pur di non ritrattare, ci conduce in angoli cittadini assolutamente casuali, che per fortuna, non ci impediscono di raggiungere la reale destinazione.

L’Hotel si rivela assolutamente all’altezza delle aspettative.  Alla reception veniamo accolti con ampi sorrisi e autentica gentilezza e soprattutto con un melodioso tedesco, nel quale mi tuffo in pieno. In più, ci concedono di prendere possesso della stanza due ore prima rispetto all’orario previsto per il Check-in, possibilità particolarmente amata dalle nostre stanche membra, attive dalle 3,40.

Riposiamo due ore, prima di avventurarci alla riscoperta del centro storico. Ci immergiamo nelle Mura, poco distanti dal nostro alloggio, che custodiscono la storia di questa cittadina e fungono da confine tra l’antico e il moderno.

Come accennato qualche riga fa, è prematuro parlare di primavera. Il freddo è ancora pungente, a tratti bipolare, con un sole che timidamente si affaccia dalle nuvole, per poi scomparire in un intenso grigio, che sembra portare temporali, ma non concretizza, per nostra fortuna, la minaccia.

Percorriamo le vie pedonali, fino a raggiungere la Piazza del Mercato. Notiamo che tante bancarelle e chioschi vengono allestiti, in occasione del mercatino di Pasqua, con il quale avremo la grande fortuna di familiarizzare prima della partenza.

Proseguiamo verso il Castello, per assaporare la veduta sulla città, sui suoi tetti spioventi, sulla ruota panoramica in lontananza e sulla torre della televisione. Ci avvolgiamo in calde sciarpe, proteggiamo la testa con le cuffie e ci perdiamo nel contemplare.

cof

 

cof

Pensando a ciò che è stato e a ciò che potrebbe essere, se davvero facessimo quel passo che portiamo dentro da tanto tempo, ma che le attuali condizioni rendono davvero difficile.

Ogni volta che trascorro del tempo nella mia amata Germania, ho la sensazione di sfiorare la persona che desidero essere davvero, la parte di me più appagata e serena, che spesso vive nel buio e nel timore.

Mano nella mano, arriviamo nella zona della casa di Albrecht Dürer, che scopriamo essere luogo di ritrovo per tanti giovani e famiglie, accompagnati dai loro quattro zampe. Tutti, sono seduti per terra a sorseggiare boccali di birra e non impieghiamo molto ad imitarli, spingendoci anche oltre e raggiungendo un ristorante bavarese dove, vista sulla piazza, ceniamo e ci rilassiamo, spendendo circa 12 euro a testa.

cof

 

cofcof

cof

Non abbiamo energie per affrontare una eventuale movida notturna, la sveglia alle 3,40 è un pesante zaino colmo di pietre che aleggia sui nostri corpi stanchi e ingobbisce le nostre forze. Ripercorriamo il centro storico per ritornare in Hotel e parliamo di quanto sia stata intensa la giornata, seppur faticosa.

Al risveglio scegliamo di fare colazione in albergo, un piccolo regalo per noi, al “modico” costo di 11 euro a testa.  Tanta scelta per Massi che ama il salato, io mi organizzo con dolci e familiari. Dopo aver spazzolato mezzo buffet e accumulato riserve caloriche che ci permetterebbero di affrontare un trimestrale letargo, ci dirigiamo alla Stazione Centrale, a piedi, per concretizzare gli itinerari pensati per la giornata.

cof

Prendiamo un treno regionale per Bamberg, sfruttando il Tages Ticket acquistato alle macchinette, che per 19,70 euro totali, permetterà ad entrambi di viaggiare illimitatamente, nella zona distrettuale di Nürnberg, sia sabato che domenica. Se avessimo avuto quattro figli, avrebbero viaggiato gratis anche loro, ma per questa volta passiamo (e probabilmente anche per le prossime trenta o quaranta).
Un’oretta di viaggio e giungiamo a destinazione.

Bamberg è ancor più bella di quanto ricordassimo. La visitammo d’estate e ci conquistò completamente, per questo non fatichiamo a destinare una giornata al rivederla.
Ci godiamo il suo centro storico, i suoi ponticelli paralleli, il Duomo e la parte alta.

cof

cof

Ci perdiamo tra le viuzze, il mercatino allestito in una delle piazze cittadine e respiriamo il passaggio dell’inverno che anche qui, sferza un colpo di coda e della primavera che scalcia per trovare spazio.
Quanto amo la Baviera. Non riesco a stancarmi di questi luoghi.
Per sfruttare al meglio il Tages Ticket, prima di arrivare alla stazione centrale di Norimberga,  facciamo tappa a Erlangen  e scopriamo una cittadina in piena festa di “primavera”, che ci regala un ulteriore mercatino, un centro storico carinissimo e due dolci pasquali che compriamo in panetteria, emulando alcuni anziani locali, in fila prima di noi. Ogni scusa è buona per riuscire a parlare in tedesco e il confronto con negozianti e commessi, resta una delle occasioni migliori.
Spazzoliamo le bontà in una panchina sotto qualche timido raggio di sole.

cofcof

Erlangen è una cittadina viva, probabilmente per la presenza massiccia di giovani universitari, la scopriamo per puro caso, scegliendola unicamente perché ci colpisce il suo nome e ciò che scorgiamo dai finestrini del treno.

Ci stupiamo nel trovare un viale di negozi e punti ristoro, caffè e lo percorriamo mano nella mano, respirando gli aromi della cucina tedesca che abbraccia quella orientale.
Approfittando dei negozi aperti, facciamo un po’ di shopping, qualche dono per i nostri cari (il trovare un carillon per mia madre, che li colleziona, mi rende felicissima), calze per Massi e qualche altro sfizio.
Siamo completamente a nostro agio.

La giornata volge al termine, ceniamo e rientriamo in Hotel, portando con noi il benessere che i momenti vissuti ci hanno regalato.

Il giorno successivo, direzione Regensburg (Ratisbona), dopo una colazione che fungerà anche da pranzo pasquale.
Per raggiungere la cittadina, non inclusa nel raggio del Tages Ticket, acquistiamo alle macchinette della stazione centrale, il Bayern Ticket per due persone, al costo di 31 euro, con il quale, abbiamo la possibilità di utilizzare  Ubahn, Sbahn, tram, bus e treni regionali, nell’intera Baviera. Nel 2013, ci spingemmo fino a Monaco con questa opzione e fu davvero conveniente. Regensburg è sullo stesso percorso, ma raggiungibile in circa un’ora e mezza.

Per altro, vogliamo goderci anche un po’ dei mercatini pasquali di Nürnberg, ci accontentiamo perciò dei paesaggi che scorgiamo all’andata e al ritorno (per quest’ultimo, scegliamo una tratta con più fermate, proprio per familiarizzare con più paesini, catturare immagini bavaresi, ed eventualmente, scegliere di scendere senza aspettative e rimanere stupiti, come nel caso di Erlangen).
Dalla stazione centrale di Ratisbona, raggiungiamo il centro storico in circa dieci minuti di passeggiata, con un fitto sottofondo di cori da stadio, che provengono da un’ala di binari affollata da tifosi (che partita ci sarà?). La polizia è schierata per evitare eventuali disagi e ci indica la strada per evitare incontri ravvicinati con gli appassionati di calcio.
La cittadina è densa di una storia rimasta intatta e non è stata devastata dalla guerra,  esperienza vissuta da Berlino e da tante altre città tedesche.

Vicoletti, strade acciottolate, addirittura una porta Pretoria che ancora resiste in parte, tra abitazioni private e ristoranti.
L’imponente Duomo, purtroppo circondato da lavori in corso e  i meravigliosi ponti che si affacciano su un Danubio parecchio arrabbiato, ma sempre suggestivo. Il vento è talmente trainante, da condurre le anatre a 50km/h senza che esse facciano alcuno sforzo fisico: una danza di code e zampe palmate.

cof
Tanti giovani locali, corrono e si allenano, nonostante le temperature ancora rigide e qualche irruzione piovana. Noi siamo sommersi da strati di sciarpe e maglioni e travolti da folate di vento improvvise quanto brevi.
Ci godiamo tutto il godibile, poi riprendiamo il treno per salutare Nürnberg e lo facciamo nel migliore dei modi, tra mercatini pasquali, tazze di caldo Frankenwein (cugino primo del Gluehwein) e patatine fritte, tra ponticelli e oggettistica artigianale, proprio come piace a noi.

IMG-20180401-WA0015

cof

Un arrivederci come si vede.
Il vino ci dona tepore e una discreta allegria che ci fa immergere completamente nel clima festoso.

IMG-20180401-WA0016

Come ci capitò nel 2013, salutiamo questa cittadina appagati da ciò che ci ha concesso e malinconici, all’idea di dovercene separare.

Torniamo a casa, dopo una lunga giornata tra aeroporti bavaresi e lombardi, carichi e soddisfatti per questa esperienza breve, ma veramente intensa.

 

Tschüss Nuernberg! Bis bald!

Di presagi e imprevisti, tra Svizzera e Francia (L’antipasto).

“Ma la Svizzera non è MOLTO cara?”

Mi chiede perplesso Massi quando gli propongo di scegliere Ginevra, come base per il nostro viaggio di fine estate.

“Amore mio, sono solo voci di corridoio, fidati di me! Cagliari è più costosa!”

Rispondo, attirata dalla tratta diretta Easyjet e dai “soli” 60 euro AR  per le date perfette per i nostri programmi.

Orari di decollo non particolarmente rilassanti, soprattutto le 6.30 del volo di ritorno, ma l’adrenalina in ascesa all’idea della vacanza, ci rende temerari: ce la possiamo fare, faccio i biglietti!

Nella scelta dell’hotel, l’originaria domanda di Massi aleggia spavalda e inizia a trovare risposta affermativa.

Devo escludere una buona fetta di strutture, accessibili solo post vincita al Super Enalotto o eredità milionaria. Depennati poi, ostelli con bagni in comune e letti a castello in dormitorio, nei quali faremmo lievitare esponenzialmente l’età media e ci offrirebbero un deambulatore e un semolino, trovo per fortuna un hotel perfetto, praticamente in pista di atterraggio per vicinanza all’aeroporto ma perfettamente collegato con il centro città, economicamente accessibile grazie ad un mega sconto a me dedicato, per il ruolo di utente Genius su Booking.com.

Risolte le faccende di volo e alloggio, mi dedico all’esplorazione su mappa dei dintorni di Ginevra, per organizzare gite ed escursioni, di cui andiamo ghiotti. Scopro con grande piacere che nella confinante Francia, tanti borghi possono essere raggiunti con i treni veloci.  Scelgo Annecy e Chambery, descritte sul web come meravigliose e distanti solo poche decine di chilometri dalla nostra base.

Faccio i biglietti di viaggio online, previa verifica serietà del sito che li emette (https://www.trainline.it/), uso paypal per ogni evenienza e in pochi minuti ho già in mano i documenti di viaggio stampati.

Non ci resta che attendere la data di partenza.

Alle 6,30 del 18 agosto, siamo su strada per raggiungere un parcheggio privato nei pressi dello scalo aeroportuale cagliaritano, purtroppo rallentati da un mezzo addetto al ritiro rifiuti e produttore di una fragranza di tutto rispetto,  che ovviamente abbraccia il nostro abitacolo.

Massi ed io ci guardiamo: sarà un presagio?

Il parcheggio si rivelerà eccellente e molto conveniente rispetto al taxi, in un orario nel quale non si ha il coraggio di disturbare qualcuno per avere un passaggio (https://www.parkingo.com/parcheggio-aeroporto-cagliari-elmas), lasciamo l’auto in custodia e una navetta ci conduce alle partenze.

Decolliamo in orario e il volo (con mia immensa gioia) sarà brevissimo, circa un’ora e venti.

Se non fosse stato per l’alito pestilenziale della signora seduta accanto a me, in stile bomba chimica, sarebbe stata una tratta rilassante e piacevole, con vista sulle Alpi.

Un cugino del presagio precedente? Mi chiedo.

Dopo l’atterraggio, seguiamo il lungo tragitto verso l’uscita.

cof

Chi è diretto in città, può prendere nella zona in cui vengono consegnati i bagagli (accanto alla porta, sulla sinistra), un biglietto Unireso che consente di usufruire dei mezzi pubblici nella zona 10 (gran parte di Ginevra), per circa 80 minuti, la validità comincia dopo l’emissione.  Purtroppo ci tratteniamo  troppo a lungo in aeroporto per poterne usufruire e siamo costretti a spendere 3 franchi a testa per due biglietti da utilizzare per il bus n.23,  che in 40 secondi ci condurrà al nostro Nash Airport Hotel (il presagio prende forma?).

Ad accoglierci alla reception, troviamo una simpaticissima e cortese ragazza romana, che ci fornisce informazioni utili, una mappa della città, una dei trasporti e soprattutto due biglietti che ci permetteranno di  utilizzare gratuitamente tutti i mezzi pubblici nella zona 10 per l’intera durata del soggiorno.

La stanza è veramente carina e pulita. L’iniziale temperatura è polare, perché gli addetti alle pulizie hanno dimenticato l’aria condizionata accesa e selezionata a  circa 15 gradi. Ma stemperiamo in pochi minuti.

Bollitore con tè e caffè in omaggio e due bottigliette d’acqua ugualmente offerte.

La vista è sulla pista di decollo e mi affascina il continuo fluire di aerei diretti in tutte le parti del mondo. Easyjet fa da padrona, con frequenza di decollo di almeno una volta ogni tre minuti.

La mia ambivalenza quando si tratta di volo, si palesa anche in questo. Detesto essere protagonista diretta di un viaggio aereo e nonostante la mia affinata capacità di gestire mentalmente l’ansia, il mio corpo diventa altro da me, reagendo in solitudine (tra sudorazione e pallore), mentre io sono convinta di essere rilassata.  Ma, trascorrerei ore ad ammirare decolli e atterraggi e i velivoli in rotta verso luoghi e culture, mi donano un senso di pace totale.

Mi incollo alla finestra e ammiro il susseguirsi dei giganti alati, fin quando un temporale corredato di tuoni, fulmini e apocalisse, irrompe improvvisamente e procrastina la nostra prima uscita in città.

Sarà il trisavolo del presagio? Mi chiedo.

Dopo tre quarti d’ora torna il sereno.  Siamo pronti a scoprire Ginevra!

I parenti del presagio, si faranno vivi?

IMG_20170820_211626

Di Cracovia, pierogi, freddo polare e natale senza fine.

“Cracovia non è molto nevosa e l’inverno è tollerabile”, dicevano gli amici emigrati.

“Il clima è molto meno rigido, rispetto a qualche decennio fa”,  dicevano i turisti sui forum.

“Ero in vacanza lì  in periodo natalizio e il freddo era più o meno come quello di Cagliari, anzi forse      meno!”, diceva la parrucchiera di fiducia.

Poi, Anna ed io, guardammo le previsioni meteo  relative al periodo della nostra mini vacanza e fu subito Artide: -20 gradi di media per i primi due giorni, -15 il terzo e, come nelle migliori storie a lieto fine,  -1 per la data del nostro rientro (praticamente primavera).

Atterriamo il 7 gennaio in territorio polacco, dopo due ore di volo Ryanair (circa 50 euro a testa AR), avvolte nei nostri indumenti meticolosamente selezionati e acquistati prima del viaggio.

img_20170107_132357

Strati di maglie e calze termiche, maglia della salute, maglione, calzamaglia normale, parka, sciarpa in stile Lenny Kravitz e cuffia, mi separano alla nascita dall’omino Michelin, ma assolvono pienamente la loro funzione isolante.

Dall’aeroporto, dopo aver cambiato in Zloty circa venti euro, ci dirigiamo alla stazione dei treni (raggiungibile in 5 minuti di passeggiata, seguendo le indicazioni) e dopo aver fatto due biglietti per la Stazione Centrale di Krakow (Krakòw Glowny) al costo di 8 Zloty a testa (circa due euro), prendiamo posto su uno dei caldi vagoni, emozionate per l’inizio della nostra vacanza tra sorelle.

La stazione, rinnovata nel 2016, è molto ampia e i treni efficienti e puntuali: in diciotto minuti esatti arriviamo a destinazione.

Seguiamo  le indicazioni per il Centro Storico (Stare Miasto), distante circa dieci minuti di passeggiata da Glowny  e una volta attraversata la Galeria Krakowska, imponente centro commerciale e passaggio pedonale in direzione cittadina, una Cracovia di bianco vestita e di gelo ghiacciata, ci accoglie.

La neve è indiscussa protagonista e concede una atmosfera magica.

img_20170108_114503

Non è la prima volta che trascorro qualche giorno in città, ma lo scenario invernale, da me particolarmente amato, mi permette di riviverla con sguardo nuovo e di scoprirne aspetti celati dalla primavera che mi accompagnò nel viaggio del 2012.

Mentre ci dirigiamo in Hotel, notiamo che sono ancora allestiti i Mercatini Natalizi.

La sorpresa mi emoziona e mi restituisce la gioia perduta nel dicembre 2014, anno in cui, a causa di uno sciopero dei controllori di volo, una vacanza in Germania slittò di due settimane, impedendo a me e a Massi di assaporare i mercatini, per i quali prenotammo il viaggio. Trovarli ad attenderci  il 7 gennaio, in maniera del tutto inaspettata, parifica quel debito turistico mai dimenticato.

Anna ed io, raggiungiamo l’albergo (http://pokoje-goscinne-isabel.krakowhotels.net/it/)  struttura a pochi passi dalla Piazza Centrale, costata a testa, per tre notti “addirittura” 36 euro.

Perfetta soluzione, con segnale Wi-fi eccezionale, camera accogliente, silenziosa e riscaldata, tè e caffè sempre a disposizione, gentile dono per gli ospiti.

Colazione non inclusa per mia scelta personale, sarebbe stata quasi completamente “salata” e non amo particolarmente uova sode e cetriolini al risveglio. (Abbiamo preferito sederci ogni mattina, in uno dei numerosissimi bar della piazza e per tre euro a testa, strafogarci di torte, dolci e cappuccini)

img_20170108_101337img_20170109_090444

All’arrivo in Reception, ci accoglie una ragazza sorridente e gentilissima, che ci consegna le chiavi e ci mostra la stanza.

Sistemiamo i bagagli, verifichiamo di essere abbastanza coperte e ci tuffiamo in città.

Prima tappa: chiosco dei Mercatini dedicato ai Pierogi, piatto tipico locale e mia passione.

img_20170107_152511

Chiedo due porzioni delle mezze lune del mio cuore e mentre mi accingo a cercare gli zloty per pagare, scelgo furbescamente di sfilarmi un guanto, convinta di accelerare l’operazione di estinzione del debito.

In meno di venti secondi, la maledizione dei -20 gradi si abbatte sulle mie dita, paralizzate e doloranti. Porgo gli zloty al ragazzo dei Pierogi e verbalizzo ad Anna il mio timore di rischiare una amputazione per congelamento.  Lei sorride e comincia a massaggiarmi. Qualche minuto e il sangue riprende a circolare, liberandomi da una sensazione terribile di immobilità e dolore.

Audaci e felici, mangiamo i nostri Pierogi in uno dei tavolini vicini al chiosco. È una esperienza mistica e indimenticabile, ma i ravioli sono davvero eccezionali, come li ricordavo!

Innaffiamo il pasto con l’amato  Gluehwein (impossibile pronunciarlo in polacco, ma la parola tedesca è universalmente riconosciuta), che ovviamente si sfredda in meno di un minuto, affievolendo la speranza che il bicchiere possa fungere da scaldino per le nostre mani bisognose di tepore.

Ma che ci importa? La Piazza è bellissima, abbiamo speso cinque euro per pranzare in due e nonostante i -20 gradi  tanti passeggiano tra i vari espositori e abbiamo un mezzo efficacissimo per riscaldarci: camminare!

img_20170108_180948

Percorriamo il centro storico, pieno di locali, ristoranti, negozi.

Il freddo è talmente intenso da far gelare il nostro stesso respiro, che si solidifica in bianca coreografia sulle sciarpe. La dimensione delle mie narici, rende la coreografia sulla mia, una vera e propria pista sciistica, ma sopravvivo.

Le luminarie natalizie colorano le strade e ci guidano verso il Wawel, il castello di Cracovia, i cui dintorni, abbracciati da una coltre bianca, restituiscono in pieno il fascino invernale.

La Vistola, il fiume che attraversa la città, è quasi completamente ghiacciato e solo qualche coraggioso gruppo di cigni e anatre, permette di individuare le oasi scongelate, che divengono per i volatili piscina e luogo sicuro.

Passeggiamo sul lungo fiume e il ricordo del maggio soleggiato e tiepido, cornice della mia prima esperienza a Krakow, nel quale famiglie, bambini, coppie e piccioni, si rilassavano sotto il tepore dei raggi, mi torna alla mente. Ora ci siamo solo io, Anna e una sagoma poco lontana che cammina in solitudine. Le nostre orme si affiancano a quelle palmate delle anatre.

Godiamo del silenzio per un po’, poi esigenze di riattivazione circolatoria, ci spingono verso il quartiere ebraico, che però non raggiungiamo e sostituiamo con un localino accogliente, nel quale ci ristoriamo con cioccolata e cappuccino.

img_20170107_170554

La serata vola, senza pensieri.

Ceniamo con una zuppa di funghi in un chiosco dei mercatini nella Piazza Centrale.
Degustiamo con tale avidità questo piatto tipico e soprattutto gradito per temperatura e funzione scongelante, da non renderci conto di aver scelto come postazione per assaporarlo,  un raccoglitore di rifiuti, mimetizzato perfettamente per forma e colore, con i tavolini a disposizione dei consumatori.

Sarà il via vai di persone che getta oggetti non identificati alle nostre spalle a far sorgere i primi dubbi, esplosi infine in un timido e imbarazzato trasloco verso luoghi di convivio più appropriati.

img_20170107_184331

La mattina successiva, mentre visitiamo i mercatini degli artisti e degli artigiani della Piazza Centrale, notiamo un giovane che con passione racconta la storia della città, in perfetto italiano, rivolto ad un gruppo di infreddoliti astanti. Scorge i nostri incuriositi sguardi e ci invita a seguirlo: si chiama Paolo, ed è una guida di un tour gratuito, che ci regalerà una splendida giornata, che resterà tra i miei ricordi più cari. (non perdetevelo, questo il sito per i punti di incontro, le date e i tours proposti:  https://freewalkingtour.com/krakow/ )

img_20170108_123020_001_cover

Ci accompagna per tutta la mattinata nei luoghi significativi del centro storico, arricchendo ciascuna tappa con descrizioni avvincenti del passato di Krakow. Ricorda  la leggenda del trombettiere che suona sulla torre di guardia della Piazza del Mercato e quel piccolo punto luce che si scorge volgendo lo sguardo verso l’alto, grazie a lui prende vita e significato. Ci racconta, mentre passeggiamo nella zona del Wawel, l’affascinante leggenda del calzolaio che sposò la figlia del re, dopo aver ucciso, con astuzia e abilità, il drago che terrorizzava la città (grazie a Paolo, ho scoperto perché il drago è il simbolo cittadino). Condivide con noi la storia dei docenti polacchi deportati dai nazisti, mentre ci godiamo il tepore di  un bar dell’Università.

Nel pomeriggio, dopo un pranzo a base di Pierogi,  Paolo ci conduce attraverso Kazimierz (quartiere Ebraico), tra sinagoghe, il set di Schindler’s List e la famosa fabbrica di pentole e tegami (ora museo).

Ripercorriamo con lui il periodo della deportazione ebraica, la sofferenza, le lacrime. Condivide con noi le sue perplessità sulla ambivalente figura di Oskar Schindler e sottolinea le imprecisioni storiche presenti nel film di Spielberg (ad esempio il fatto che Schindler al momento dell’arrivo dei russi, fosse già scappato e non in lacrime come appare nella scena finale della mia amata pellicola).

Ci racconta che il regista considerò troppo moderna la reale zona del ghetto e scelse di girare le scene, in una altra parte del quartiere, che per caratteristiche, si sarebbe maggiormente avvicinata alla realtà del periodo narrato.  Riconosco il set e le scale dove, in una scena,  una madre e una figlia si nascondono e trovano l’aiuto di un compagno di classe di quest’ultima, sfuggendo alla deportazione.

Le ore scorrono d’un fiato e dobbiamo salutare  e ringraziare Paolo, studente universitario in lingua e letteratura Italiane, figlio di genitori emigrati in Italia nel periodo più nero del Comunismo Polacco e rientrato da circa un decennio nella sua terra d’origine.

È  stato in grado di coinvolgerci con passione e competenza e si è meritato una mancia dignitosa, che  purtroppo non è arrivata da parte di tutti i partecipanti (con mia grande irritazione).

15965907_10211177953341099_7232368785984739188_n

Prendiamo il tram per rientrare in centro (i biglietti possono essere acquistati alle macchinette presenti alla fermata e vanno validati all’interno del mezzo, 90 minuti costano 2,80 zloty), dove ci scaldiamo con una cioccolata calda prima della cena.

La mattina successiva, incontriamo nei pressi dell’Hotel,  i referenti per la nostra visita guidata ad Auschwitz-Birkenau, prenotata prima della partenza con una compagnia privata. L’idea originaria era di prenotare direttamente dal sito del museo, ma i posti, qualche giorno prima erano terminati (questo il sito, organizzate con anticipo: http://auschwitz.org/en/museum/news/)

Intorno alle 11.30, dopo circa un’ora e venti di viaggio in bus privato, arriviamo nei pressi del  Museo.     Ad accompagnarci  attraverso i luoghi del ricordo, sarà un ragazzo polacco, con eccellente padronanza della lingua italiana.

Rivedo Auschwitz dopo cinque anni, ma il magone che opprime il mio petto, al momento dell’ingresso e alla vista del famoso cancello che recita “Arbeit macht frei” è intenso come la prima volta.

Ascoltiamo il racconto dell’orrore, in silenzio.

Quel che resta del campo è completamente innevato.

img_20170109_130910

img_20170109_122810

Mentre cammino, accanto ai miei compagni di gruppo, infreddolita nonostante la protezione di strati di indumenti termici, non posso fare a meno di ricordare gli appelli estenuanti sopportati dai prigionieri, nudi per ore, fuori dai blocchi, all’alba del gelido inverno polacco.

Sento il rumore dei miei passi, dei passi degli altri componenti del gruppo, unico suono udibile immerso nel silenzio delle nostre mute riflessioni e ricordo le testimonianze dei sopravvissuti, che settanta anni prima di noi, percorrevano quelle stesse strade, sfiniti e affamati, malati e scalzi.

La guida ci accompagna attraverso i blocchi visitabili, racconta di esecuzioni, esperimenti, ricorda quel che è stato Auschwitz, ma sottolinea quanto fosse terribile la vita dei deportati, già nella fase precedente all’arrivo al campo. Il campo era l’epilogo di un inferno già vissuto, che estenuava e massacrava psicologicamente e fisicamente. Il campo era solo un tassello conclusivo, ci spiega.

Dopo Auschwitz visitiamo Birkenau e la guida ci racconta degli arrivi, delle selezioni, delle condizioni di vita inumane all’interno delle baracche.

img_20170109_135719

Sottolinea come purtroppo, non ci siano adeguati finanziamenti  statali destinati alla tutela del memoriale e aggiunge che delle quindici baracche visitabili fino a qualche anno prima, soltanto una abbia resistito e abbia la responsabilità di custodire una memoria dal valore inestimabile. Ma se dovesse essere anch’essa abbandonata a se stessa, cosa accadrebbe?

Le sue parole sono cariche di amarezza e rassegnazione.

Prima di rientrare a Cracovia, acquisto due libri per sostenere il museo, piccolo gesto che tutti possiamo fare per tutelare un bene storico così prezioso. Si aggiungeranno alla fornita bibliografia della memoria, che custodisco a casa.

img_20170109_191902

Trascorriamo l’ultima parte della serata tra il centro storico e la Galeria Krakowska. È difficile smettere di pensare alla visita ad Auschwitz conclusa poco prima.

Il giorno della partenza, dopo il check out e un’ultima chiacchierata con la ragazza alla reception, raggiungiamo la stazione dei treni a piedi, con una passeggiata di circa un quarto d’ora.

Il clima è decisamente migliorato.

Sarebbe stato bello, potersi trattenere ancora, per visitare le Miniere di Sale o qualche città nei dintorni, sfruttando i collegamenti ferroviari. Ma il clima non troppo clemente e il tempo limitato, non mi hanno permesso di concretizzare itinerari che rimanderò alla prossima occasione.

Perchè Cracovia va scoperta in più occasioni, nelle diverse sfaccettature stagionali e certamente tra noi non è un addio, ma un arrivederci, un arrivederci a presto.