Di Budapest a Natale e di giornate indelebili.

Non esiste viaggio che ami più di quello invernale. La mia mente, inizia a sognare mercatini natalizi, vino caldo e addobbi, più o meno dalla primavera. Luminarie, casette di legno, la miscela di fragranze dolci e salate, rappresentano un feticcio viaggereccio che attendo con infrenabili entusiasmo e impazienza.

Quest’anno la mia passione viscerale (l’anno scorso in realtà, visto il passaggio del testimone appena avvenuto tra 2019 e 2020), coinvolge non solo Massi, ma anche mia sorella Anna e i miei cognati Michela e Roberto: insieme raggiungeremo Budapest il 26 dicembre. Ci incontriamo in aeroporto in un tiepido pomeriggio sardo, imbacuccati come se dovessimo superare il glaciale inverno sulla Terror e attendiamo il decollo sudando come cotiche allo spiedo. La temperatura in aereo rasenta quella dell’agosto cagliaritano alle 14, sotto il sole, ma sappiamo che il nostro bagaglio, ripieno di indumenti termici, si rivelerà l’arma vincente una volta atterrati in Ungheria. Uno scambio di posti, inaspettato e assai gradito, mi consente di sedere accanto a Massi e rimescola la randomica assegnazione dei sedili offerta gratuitamente da Ryanair, che aveva spalmato il nostro gruppo su tutto l’aereo. Due ore di volo tranquillo ci conducono alla meta. Atterriamo a fine serata in un aeroporto ordinato, pulito e dotato di tutto ciò che occorre per chi giunge in città da viaggiatore.

Prima tappa Atm, abbiamo bisogno di un po’ di fiorini per le spese iniziali: tickets dei mezzi pubblici e cibo. Acquistiamo i biglietti al banco della BKK, azienda dei trasporti cittadini. Scegliamo un abbonamento di gruppo (massimo per 5 persone) della durata di 24 ore, che ci permetterà di usufruire di metro, bus e tram. In più, compriamo i nostri biglietti per il bus 100E, che non rientra nelle linee urbane incluse nell’abbonamento, ma ha un costo di 900 fiorini (circa 3 euro). Per ulteriori informazioni su trasporti e tariffe, suggerisco il sito dedicato: https://bkk.hu/en/tickets-and-passes/prices/.

Per raggiungere il nostro Hotel (Danubius Arena), utilizziamo il bus 100E fino alla stazione Astoria, che ci coglie alla sprovvista e ci regala la nostra prima corsa direttamente sul mezzo per riuscire a scendere in tempo, poi da lì, ci infiliamo nella metro M2 rossa, verso la fermata Puskás Ferenc Stadion che dista circa un minuto di camminata dall’albergo.

Il Check-in viene rallentato da un problema verosimilmente informatico, che trattiene l’addetto alla Reception per parecchi minuti. Visibilmente disperato, guarda il monitor davanti a lui, senza accorgersi che chiediamo la sua attenzione.  Ma tutto si risolve per il meglio e otteniamo le nostre stanze, che per fortuna sono nello stesso piano e perfino una accanto all’altra. La camera è ampia, pulita, insonorizzata, dotata del preziosissimo bollitore e di una allettante vasca da bagno che mi concederà assoluto relax in numerosi fine serata. Mi bastano pochi minuti per capire che ho fatto la scelta giusta: l’hotel è perfetto per le nostre esigenze e considerati il costo contenuto e il panorama mozzafiato godibile dalla finestra, lo promuovo immediatamente a pieni voti. Ceniamo con i panini presi all’aeroporto e stiamo un po’ insieme in una delle stanze per organizzare la giornata successiva, prima della buonanotte.

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 Il giorno dopo, scegliamo di fare colazione nella zona di Deák Ferenc tér. Sarà il caso a decidere la location, perché non abbiamo una precisa idea di cosa troveremo una volta usciti dalla metro. Notiamo subito i mercatini che vengono preparati per l’apertura e una maestosa ruota panoramica, che mostrerà tutta la sua bellezza dopo il tramonto, illuminata e visibile da parecchi chilometri di distanza. Entriamo in un piccolo bar, dove una gentilissima coppia di turisti ci cede il proprio tavolo per concederci una colazione comune. Prendiamo cappuccini, croissant, muffin e succhi d’arancia. I prezzi sono veramente contenuti rispetto al Nord Europa (è ancora fresco il ricordo delle colazioni fatte a Helsinki qualche mese prima, ma soprattutto di quelle norvegesi e svedesi, per cui sarebbe stato utile un mutuo). A stomaco pieno, ci perdiamo tra le vie cittadine, inebriati da odori di spezie, cannella e arrosto.

Superiamo Pest, la parte più moderna della città, per raggiungere Buda, la parte antica e percorriamo il Ponte delle Catene, ribattezzabile come il ponte dei venti polari che attraversano in scioltezza i vestiti e oserei dire perfino l’epidermide, il derma e l’adipe. La città vecchia, meravigliosa, restituisce tutta la sua bellezza sotto un timido sole che ne esalta i lineamenti architettonici. Ci dirigiamo verso il distretto del Castello, lungo una salita e numerosi scalini. Incrociamo persone giunte da tutte le parti del mondo e assorbiamo un intrecciarsi di idiomi, profumi, sguardi e volti. La rappresentanza italiana è decisamente imponente. Ci perdiamo nel panorama che il distretto del castello concede, poi proseguiamo tra le viuzze che si snodano nel quartiere storico.

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Scegliamo di entrare in un Labirinto segnalato da una freccia. Esperienza decisamente interessante e fuori dagli schemi. Uno spazio che porta con sé secoli di storia e che venne utilizzato come prigione, luogo di tortura, bunker, ospedale militare e tanto altro ancora. Anna, Michela ed io (Massi e Roberto preferiscono aspettare fuori) attraversiamo gli stretti e bui passaggi, dove incontriamo allestimenti di opere liriche, feste, bambini inquietanti, tombe e pozzi. La visita si conclude, lasciandoci addosso soddisfazione e stordimento insieme.

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Pranziamo in un ristorante self service, accogliente e soprattutto economico. Io e Massi prendiamo del riso con verdure e crocchette di patate, gli altri assaggiano anche il famoso spezzatino che inizialmente siamo convinti si chiami Gulasch, ma grazie ad una guida turistica, scopriremo avere un altro nome(Pörkölt). Vorremmo trattenerci, ma un giovane cameriere ci fa capire che il tavolo attende nuovi ospiti.

Dopo il pasto, ci aspetta il Bastione dei Pescatori, imponente, romantico, gremito. In assoluto uno dei luoghi che amo maggiormente della città e che mi conquistò già nel 2006, quando per la prima volta Massi e io ci recammo a Budapest.

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Portiamo con noi tutta la bellezza possibile e ci dirigiamo a piedi verso il Danubio, per visitare il memoriale dedicato alle vittime dell’Olocausto. Sulla riva del fiume, decine di scarpe giacciono allineate, rendendo indelebile il ricordo dell’efferatezza nazista. Calzature di tutti i tipi, di tutte le dimensioni, lasciate sulla riva del fiume mentre le vittime venivano gettate tra le acque e uccise con un colpo di pistola alla testa. Tra le tante, mi trafiggono due scarpine da bimbo, non c’era salvezza nemmeno per i più indifesi e vulnerabili, nessuno veniva risparmiato. La ferocia dei carnefici e l’impotenza delle vittime, sono restituite come un pugno in pieno petto. Pietre e lumicini, sono posizionati lungo il memoriale. Sapere che tanti preservano la memoria con questi piccoli gesti di vicinanza, fa bene all’anima.

Ci tratteniamo per un po’, dando così la possibilità a Roberto di fare delle foto con tutta la calma di cui ha bisogno. Riprendiamo poi il ponte delle catene e riabbracciamo Pest, dove le luminarie, animano strade e mercatini. L’atmosfera è magica. Sorseggiamo un Mulled Wine nei pressi della Basilica; su di essa, un gioco di luci tridimensionale accompagnato da un sottofondo musicale. Uno spettacolo che interrompe il fitto vociare e per qualche minuto dona un silenzio assoluto. Degustiamo poi il dolce tipico ungherese, la cui impronunciabilità (kürtöskalács) è direttamente proporzionale all’impossibilità di smaltirne l’apporto calorico.  Crema alla vaniglia, panna montata, cioccolato, cannella, calorie, iperglicemia e bontà: siamo satolli.

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La serata vola e prima del rientro, cerchiamo un market aperto per fare una piccola spesa.

Il giorno dopo facciamo colazione nei pressi del Parlamento, dove troviamo un carinissimo Bar, nell’edificio che ospita il Museo del Cioccolato. Dolce e salato si intrecciano al nostro tavolo, perché Roberto preserva un certo grado di leggerezza con una omelette con pancetta. Noi scegliamo croissant, paste alle noci e cappuccini. Il locale è talmente carino, che decidiamo all’unanimità di tornare anche la mattina successiva.

Per le 10:30 abbiamo prenotato un Free Walking Tour (in italiano) con una guida ungherese di nome Orsi, che si rivelerà brillante, preparata e simpaticissima. Per due ore e mezza, ci concede il suo vissuto e ci porta in una Budapest diversa da quella raccontata dai resoconti cartacei. Dolori, oppressioni, ferite che hanno lasciato il segno e che si fondono inevitabilmente con la personalità dei cittadini. Orsi ci fa riflettere sulle differenze generazionali e si illumina nel parlare delle speranze dei giovani ungheresi. Con autentica passione ci dona parti di sé e della sua vita, sfiorando le corde della tolleranza, dell’empatia, della comprensione verso culture altre, che nascono da storie differenti. La visita parte dal Parlamento e si conclude davanti alla grande Sinagoga. Durante il Tour, ci fermiamo accanto alla recente scultura commemorativa, che il governo ha eretto in ricordo delle vittime dell’Olocausto e che vede l’arcangelo Gabriele (simbolo dell’Ungheria), sottomesso dall’aquila imperiale tedesca, che lo sovrasta. Immagine che edulcora il ruolo attivo avuto dagli stessi governanti ungheresi nel sostegno al nazismo e assolve corresponsabili e collaborazionisti. Orsi ci spiega quanto ancora venga criticata la scelta di erigere un monumento che falsifica la realtà, alimentando un revisionismo mal tollerato dai cittadini, che da anni protestano in maniera attiva e continuativa, deponendo lungo il perimetro della scultura scritti, fotografie e documenti, testimonianza di ciò che realmente accadde.  Un tassello delicato, raccontato con lucidità e chiarezza.

Consiglio caldamente il Free Tour con Orsi, per maggiori informazioni potete dare uno sguardo su https://www.freetourinitaliano.com/.

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Dopo il tour, ci dirigiamo verso i Mercati Generali con l’idea di pranzare al piano superiore dell’edificio, che ospita vari ristoranti. Ma la nostra idea è tutt’altro che originale e il numero spropositato di persone con cui dovremmo condividere spazi e ossigeno, ci porta a modificare i programmi. Facciamo un giro tra i box al piano terra, ammirando la cura nell’esposizione, respirando i profumi di spezie, zuppe, frutta e dolci. Poi ci rituffiamo nelle vie cittadine per trovare un posto accogliente dove mangiare. Mia cognata nota un ristorante che soddisfa tutti, dove possiamo riposarci e rifocillarci. Anna, Michela e Roberto, assaggiano la zuppa di Gulasch, Massi ed io scegliamo degli gnocchi e una piadina. Costo onestissimo, ma i fiorini ungheresi sono dispettosi e quando pensi di avere un capitale, scopri amaramente con il convertitore di valuta, che la povertà regna sovrana e devi prelevare ulteriormente. Roberto ribattezza la moneta locale “cazzillo” e per tutta la durata del viaggio, l’entità dei cazzilli nei portafogli, sarà l’argomento principe.

Dopo pranzo, decidiamo di visitare il quartiere ebraico e ce ne innamoriamo. Un intreccio di localini, pub, negozi, ristoranti, murales e palazzi antichi. Per caso, scopriamo una galleria di artisti e hobbisti e diamo fondo alle nostre finanze comprando dei quadretti, che abbelliranno le nostre case. Le luci natalizie, amplificano il fascino degli scorci che sono già di per sé suggestivi. Adoro questo periodo dell’anno ed è sempre un privilegio potersi immergere nel fascino delle città vestite a festa. Passeggiamo fino alla Fashion Street, elegante e raffinata via pedonale nei pressi della ruota panoramica, impreziosita da alberi di Natale e luminarie imponenti.  Da lì, raggiungiamo i mercatini natalizi di Piazza Vorosmarty, i più antichi della città. Poi, sosta per un tè caldo nel bar di un hotel che ci permette di usare gratuitamente anche un bagno discretamente lussuoso e tappa finale della serata ai Mercatini sotto la Basilica, dove ci scaldiamo con un buon Mulled Wine e delle eccezionali patate arrosto. Brindisi, per salutare una meravigliosa Budapest in notturna, in una delle panche in legno allestite per i mercatini, conquistata dopo essere stati scacciati da un bambino che si abbuffava in solitudine e che con molta decisione ha rifiutato la nostra richiesta di poter sedere accanto a lui.

Il giorno successivo, il volo sarà a metà serata, per questo possiamo sfruttare al massimo la mattina. Colazione nel “nostro” Bar vicino al parlamento, dove Michela e Roberto, si tengono leggeri con uova fritte e omelette alle 9 del mattino. È domenica e parte della città dorme ancora. A stomaco pieno, ci dirigiamo verso il Museo Memoriale dell’Olocausto, che mi colpì profondamente nel 2006 e che suggerisco ai miei compagni di viaggio. Purtroppo, nonostante le informazioni ne confermino l’apertura, i cancelli sono chiusi e ci arrendiamo all’impossibilità di accedere alla struttura.

Un Mercatino rionale, piccino, piccino con pane e formaggi, addolcisce subito la nostra delusione. Dentro un Bar allestito in un edificio catacombale, ci sediamo per degustare una pagnotta, poi decidiamo di dirigerci al quartiere ebraico per esplorarne meglio gli angoli più caratteristici. Scelta portatrice di frutti inaspettati. Ci imbattiamo in un palazzo che ospita espositori, bar, ristoranti, un giardino e addirittura musica dal vivo: è il famoso Szimpla Kert, locale amatissimo sia per la vita diurna che per quella notturna.

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Seguiamo il fluire dei visitatori e ci godiamo uno spettacolo senza uguali. Ultima tappa: Mercatini di Natale per un finale, caldo Mulled Wine all’aperto, accanto al tepore di una fiamma che arde dentro una teca di vetro. Tiriamo insieme le somme di un’esperienza che ha rispecchiato e superato le aspettative di tutti e salutiamo una Budapest meravigliosa, fredda ma soleggiata, accogliente e portatrice di emozioni.  Sappiamo che sarà un arrivederci e non un addio, perché il desiderio di ritrovare una tale bellezza, resterà vivo e chiederà di essere ascoltato di nuovo, in futuro.

Avevo Ventisei anni quando visitai la città per la prima volta, rivederla alla soglia dei Quaranta mi ha concesso di immergermi nell’infrenabile fluire degli anni che passano, ho sfiorato tutto ciò che ho vissuto e che in tredici anni, mi ha condotto alla Silvia che sono adesso. È stato intenso, come ogni viaggio.  In aereo, durante il breve volo di rientro, assaporo la piacevole carezza donata da un’esperienza breve, ma goduta al massimo. E per questo bagaglio emozionale, devo ringraziare soprattutto i miei compagni di viaggio.