Di presagi e imprevisti, tra Svizzera e Francia (L’antipasto).

“Ma la Svizzera non è MOLTO cara?”

Mi chiede perplesso Massi quando gli propongo di scegliere Ginevra, come base per il nostro viaggio di fine estate.

“Amore mio, sono solo voci di corridoio, fidati di me! Cagliari è più costosa!”

Rispondo, attirata dalla tratta diretta Easyjet e dai “soli” 60 euro AR  per le date perfette per i nostri programmi.

Orari di decollo non particolarmente rilassanti, soprattutto le 6.30 del volo di ritorno, ma l’adrenalina in ascesa all’idea della vacanza, ci rende temerari: ce la possiamo fare, faccio i biglietti!

Nella scelta dell’hotel, l’originaria domanda di Massi aleggia spavalda e inizia a trovare risposta affermativa.

Devo escludere una buona fetta di strutture, accessibili solo post vincita al Super Enalotto o eredità milionaria. Depennati poi, ostelli con bagni in comune e letti a castello in dormitorio, nei quali faremmo lievitare esponenzialmente l’età media e ci offrirebbero un deambulatore e un semolino, trovo per fortuna un hotel perfetto, praticamente in pista di atterraggio per vicinanza all’aeroporto ma perfettamente collegato con il centro città, economicamente accessibile grazie ad un mega sconto a me dedicato, per il ruolo di utente Genius su Booking.com.

Risolte le faccende di volo e alloggio, mi dedico all’esplorazione su mappa dei dintorni di Ginevra, per organizzare gite ed escursioni, di cui andiamo ghiotti. Scopro con grande piacere che nella confinante Francia, tanti borghi possono essere raggiunti con i treni veloci.  Scelgo Annecy e Chambery, descritte sul web come meravigliose e distanti solo poche decine di chilometri dalla nostra base.

Faccio i biglietti di viaggio online, previa verifica serietà del sito che li emette (https://www.trainline.it/), uso paypal per ogni evenienza e in pochi minuti ho già in mano i documenti di viaggio stampati.

Non ci resta che attendere la data di partenza.

Alle 6,30 del 18 agosto, siamo su strada per raggiungere un parcheggio privato nei pressi dello scalo aeroportuale cagliaritano, purtroppo rallentati da un mezzo addetto al ritiro rifiuti e produttore di una fragranza di tutto rispetto,  che ovviamente abbraccia il nostro abitacolo.

Massi ed io ci guardiamo: sarà un presagio?

Il parcheggio si rivelerà eccellente e molto conveniente rispetto al taxi, in un orario nel quale non si ha il coraggio di disturbare qualcuno per avere un passaggio (https://www.parkingo.com/parcheggio-aeroporto-cagliari-elmas), lasciamo l’auto in custodia e una navetta ci conduce alle partenze.

Decolliamo in orario e il volo (con mia immensa gioia) sarà brevissimo, circa un’ora e venti.

Se non fosse stato per l’alito pestilenziale della signora seduta accanto a me, in stile bomba chimica, sarebbe stata una tratta rilassante e piacevole, con vista sulle Alpi.

Un cugino del presagio precedente? Mi chiedo.

Dopo l’atterraggio, seguiamo il lungo tragitto verso l’uscita.

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Chi è diretto in città, può prendere nella zona in cui vengono consegnati i bagagli (accanto alla porta, sulla sinistra), un biglietto Unireso che consente di usufruire dei mezzi pubblici nella zona 10 (gran parte di Ginevra), per circa 80 minuti, la validità comincia dopo l’emissione.  Purtroppo ci tratteniamo  troppo a lungo in aeroporto per poterne usufruire e siamo costretti a spendere 3 franchi a testa per due biglietti da utilizzare per il bus n.23,  che in 40 secondi ci condurrà al nostro Nash Airport Hotel (il presagio prende forma?).

Ad accoglierci alla reception, troviamo una simpaticissima e cortese ragazza romana, che ci fornisce informazioni utili, una mappa della città, una dei trasporti e soprattutto due biglietti che ci permetteranno di  utilizzare gratuitamente tutti i mezzi pubblici nella zona 10 per l’intera durata del soggiorno.

La stanza è veramente carina e pulita. L’iniziale temperatura è polare, perché gli addetti alle pulizie hanno dimenticato l’aria condizionata accesa e selezionata a  circa 15 gradi. Ma stemperiamo in pochi minuti.

Bollitore con tè e caffè in omaggio e due bottigliette d’acqua ugualmente offerte.

La vista è sulla pista di decollo e mi affascina il continuo fluire di aerei diretti in tutte le parti del mondo. Easyjet fa da padrona, con frequenza di decollo di almeno una volta ogni tre minuti.

La mia ambivalenza quando si tratta di volo, si palesa anche in questo. Detesto essere protagonista diretta di un viaggio aereo e nonostante la mia affinata capacità di gestire mentalmente l’ansia, il mio corpo diventa altro da me, reagendo in solitudine (tra sudorazione e pallore), mentre io sono convinta di essere rilassata.  Ma, trascorrerei ore ad ammirare decolli e atterraggi e i velivoli in rotta verso luoghi e culture, mi donano un senso di pace totale.

Mi incollo alla finestra e ammiro il susseguirsi dei giganti alati, fin quando un temporale corredato di tuoni, fulmini e apocalisse, irrompe improvvisamente e procrastina la nostra prima uscita in città.

Sarà il trisavolo del presagio? Mi chiedo.

Dopo tre quarti d’ora torna il sereno.  Siamo pronti a scoprire Ginevra!

I parenti del presagio, si faranno vivi?

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Di Cracovia, pierogi, freddo polare e natale senza fine.

“Cracovia non è molto nevosa e l’inverno è tollerabile”, dicevano gli amici emigrati.

“Il clima è molto meno rigido, rispetto a qualche decennio fa”,  dicevano i turisti sui forum.

“Ero in vacanza lì  in periodo natalizio e il freddo era più o meno come quello di Cagliari, anzi forse      meno!”, diceva la parrucchiera di fiducia.

Poi, Anna ed io, guardammo le previsioni meteo  relative al periodo della nostra mini vacanza e fu subito Artide: -20 gradi di media per i primi due giorni, -15 il terzo e, come nelle migliori storie a lieto fine,  -1 per la data del nostro rientro (praticamente primavera).

Atterriamo il 7 gennaio in territorio polacco, dopo due ore di volo Ryanair (circa 50 euro a testa AR), avvolte nei nostri indumenti meticolosamente selezionati e acquistati prima del viaggio.

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Strati di maglie e calze termiche, maglia della salute, maglione, calzamaglia normale, parka, sciarpa in stile Lenny Kravitz e cuffia, mi separano alla nascita dall’omino Michelin, ma assolvono pienamente la loro funzione isolante.

Dall’aeroporto, dopo aver cambiato in Zloty circa venti euro, ci dirigiamo alla stazione dei treni (raggiungibile in 5 minuti di passeggiata, seguendo le indicazioni) e dopo aver fatto due biglietti per la Stazione Centrale di Krakow (Krakòw Glowny) al costo di 8 Zloty a testa (circa due euro), prendiamo posto su uno dei caldi vagoni, emozionate per l’inizio della nostra vacanza tra sorelle.

La stazione, rinnovata nel 2016, è molto ampia e i treni efficienti e puntuali: in diciotto minuti esatti arriviamo a destinazione.

Seguiamo  le indicazioni per il Centro Storico (Stare Miasto), distante circa dieci minuti di passeggiata da Glowny  e una volta attraversata la Galeria Krakowska, imponente centro commerciale e passaggio pedonale in direzione cittadina, una Cracovia di bianco vestita e di gelo ghiacciata, ci accoglie.

La neve è indiscussa protagonista e concede una atmosfera magica.

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Non è la prima volta che trascorro qualche giorno in città, ma lo scenario invernale, da me particolarmente amato, mi permette di riviverla con sguardo nuovo e di scoprirne aspetti celati dalla primavera che mi accompagnò nel viaggio del 2012.

Mentre ci dirigiamo in Hotel, notiamo che sono ancora allestiti i Mercatini Natalizi.

La sorpresa mi emoziona e mi restituisce la gioia perduta nel dicembre 2014, anno in cui, a causa di uno sciopero dei controllori di volo, una vacanza in Germania slittò di due settimane, impedendo a me e a Massi di assaporare i mercatini, per i quali prenotammo il viaggio. Trovarli ad attenderci  il 7 gennaio, in maniera del tutto inaspettata, parifica quel debito turistico mai dimenticato.

Anna ed io, raggiungiamo l’albergo (http://pokoje-goscinne-isabel.krakowhotels.net/it/)  struttura a pochi passi dalla Piazza Centrale, costata a testa, per tre notti “addirittura” 36 euro.

Perfetta soluzione, con segnale Wi-fi eccezionale, camera accogliente, silenziosa e riscaldata, tè e caffè sempre a disposizione, gentile dono per gli ospiti.

Colazione non inclusa per mia scelta personale, sarebbe stata quasi completamente “salata” e non amo particolarmente uova sode e cetriolini al risveglio. (Abbiamo preferito sederci ogni mattina, in uno dei numerosissimi bar della piazza e per tre euro a testa, strafogarci di torte, dolci e cappuccini)

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All’arrivo in Reception, ci accoglie una ragazza sorridente e gentilissima, che ci consegna le chiavi e ci mostra la stanza.

Sistemiamo i bagagli, verifichiamo di essere abbastanza coperte e ci tuffiamo in città.

Prima tappa: chiosco dei Mercatini dedicato ai Pierogi, piatto tipico locale e mia passione.

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Chiedo due porzioni delle mezze lune del mio cuore e mentre mi accingo a cercare gli zloty per pagare, scelgo furbescamente di sfilarmi un guanto, convinta di accelerare l’operazione di estinzione del debito.

In meno di venti secondi, la maledizione dei -20 gradi si abbatte sulle mie dita, paralizzate e doloranti. Porgo gli zloty al ragazzo dei Pierogi e verbalizzo ad Anna il mio timore di rischiare una amputazione per congelamento.  Lei sorride e comincia a massaggiarmi. Qualche minuto e il sangue riprende a circolare, liberandomi da una sensazione terribile di immobilità e dolore.

Audaci e felici, mangiamo i nostri Pierogi in uno dei tavolini vicini al chiosco. È una esperienza mistica e indimenticabile, ma i ravioli sono davvero eccezionali, come li ricordavo!

Innaffiamo il pasto con l’amato  Gluehwein (impossibile pronunciarlo in polacco, ma la parola tedesca è universalmente riconosciuta), che ovviamente si sfredda in meno di un minuto, affievolendo la speranza che il bicchiere possa fungere da scaldino per le nostre mani bisognose di tepore.

Ma che ci importa? La Piazza è bellissima, abbiamo speso cinque euro per pranzare in due e nonostante i -20 gradi  tanti passeggiano tra i vari espositori e abbiamo un mezzo efficacissimo per riscaldarci: camminare!

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Percorriamo il centro storico, pieno di locali, ristoranti, negozi.

Il freddo è talmente intenso da far gelare il nostro stesso respiro, che si solidifica in bianca coreografia sulle sciarpe. La dimensione delle mie narici, rende la coreografia sulla mia, una vera e propria pista sciistica, ma sopravvivo.

Le luminarie natalizie colorano le strade e ci guidano verso il Wawel, il castello di Cracovia, i cui dintorni, abbracciati da una coltre bianca, restituiscono in pieno il fascino invernale.

La Vistola, il fiume che attraversa la città, è quasi completamente ghiacciato e solo qualche coraggioso gruppo di cigni e anatre, permette di individuare le oasi scongelate, che divengono per i volatili piscina e luogo sicuro.

Passeggiamo sul lungo fiume e il ricordo del maggio soleggiato e tiepido, cornice della mia prima esperienza a Krakow, nel quale famiglie, bambini, coppie e piccioni, si rilassavano sotto il tepore dei raggi, mi torna alla mente. Ora ci siamo solo io, Anna e una sagoma poco lontana che cammina in solitudine. Le nostre orme si affiancano a quelle palmate delle anatre.

Godiamo del silenzio per un po’, poi esigenze di riattivazione circolatoria, ci spingono verso il quartiere ebraico, che però non raggiungiamo e sostituiamo con un localino accogliente, nel quale ci ristoriamo con cioccolata e cappuccino.

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La serata vola, senza pensieri.

Ceniamo con una zuppa di funghi in un chiosco dei mercatini nella Piazza Centrale.
Degustiamo con tale avidità questo piatto tipico e soprattutto gradito per temperatura e funzione scongelante, da non renderci conto di aver scelto come postazione per assaporarlo,  un raccoglitore di rifiuti, mimetizzato perfettamente per forma e colore, con i tavolini a disposizione dei consumatori.

Sarà il via vai di persone che getta oggetti non identificati alle nostre spalle a far sorgere i primi dubbi, esplosi infine in un timido e imbarazzato trasloco verso luoghi di convivio più appropriati.

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La mattina successiva, mentre visitiamo i mercatini degli artisti e degli artigiani della Piazza Centrale, notiamo un giovane che con passione racconta la storia della città, in perfetto italiano, rivolto ad un gruppo di infreddoliti astanti. Scorge i nostri incuriositi sguardi e ci invita a seguirlo: si chiama Paolo, ed è una guida di un tour gratuito, che ci regalerà una splendida giornata, che resterà tra i miei ricordi più cari. (non perdetevelo, questo il sito per i punti di incontro, le date e i tours proposti:  https://freewalkingtour.com/krakow/ )

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Ci accompagna per tutta la mattinata nei luoghi significativi del centro storico, arricchendo ciascuna tappa con descrizioni avvincenti del passato di Krakow. Ricorda  la leggenda del trombettiere che suona sulla torre di guardia della Piazza del Mercato e quel piccolo punto luce che si scorge volgendo lo sguardo verso l’alto, grazie a lui prende vita e significato. Ci racconta, mentre passeggiamo nella zona del Wawel, l’affascinante leggenda del calzolaio che sposò la figlia del re, dopo aver ucciso, con astuzia e abilità, il drago che terrorizzava la città (grazie a Paolo, ho scoperto perché il drago è il simbolo cittadino). Condivide con noi la storia dei docenti polacchi deportati dai nazisti, mentre ci godiamo il tepore di  un bar dell’Università.

Nel pomeriggio, dopo un pranzo a base di Pierogi,  Paolo ci conduce attraverso Kazimierz (quartiere Ebraico), tra sinagoghe, il set di Schindler’s List e la famosa fabbrica di pentole e tegami (ora museo).

Ripercorriamo con lui il periodo della deportazione ebraica, la sofferenza, le lacrime. Condivide con noi le sue perplessità sulla ambivalente figura di Oskar Schindler e sottolinea le imprecisioni storiche presenti nel film di Spielberg (ad esempio il fatto che Schindler al momento dell’arrivo dei russi, fosse già scappato e non in lacrime come appare nella scena finale della mia amata pellicola).

Ci racconta che il regista considerò troppo moderna la reale zona del ghetto e scelse di girare le scene, in una altra parte del quartiere, che per caratteristiche, si sarebbe maggiormente avvicinata alla realtà del periodo narrato.  Riconosco il set e le scale dove, in una scena,  una madre e una figlia si nascondono e trovano l’aiuto di un compagno di classe di quest’ultima, sfuggendo alla deportazione.

Le ore scorrono d’un fiato e dobbiamo salutare  e ringraziare Paolo, studente universitario in lingua e letteratura Italiane, figlio di genitori emigrati in Italia nel periodo più nero del Comunismo Polacco e rientrato da circa un decennio nella sua terra d’origine.

È  stato in grado di coinvolgerci con passione e competenza e si è meritato una mancia dignitosa, che  purtroppo non è arrivata da parte di tutti i partecipanti (con mia grande irritazione).

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Prendiamo il tram per rientrare in centro (i biglietti possono essere acquistati alle macchinette presenti alla fermata e vanno validati all’interno del mezzo, 90 minuti costano 2,80 zloty), dove ci scaldiamo con una cioccolata calda prima della cena.

La mattina successiva, incontriamo nei pressi dell’Hotel,  i referenti per la nostra visita guidata ad Auschwitz-Birkenau, prenotata prima della partenza con una compagnia privata. L’idea originaria era di prenotare direttamente dal sito del museo, ma i posti, qualche giorno prima erano terminati (questo il sito, organizzate con anticipo: http://auschwitz.org/en/museum/news/)

Intorno alle 11.30, dopo circa un’ora e venti di viaggio in bus privato, arriviamo nei pressi del  Museo.     Ad accompagnarci  attraverso i luoghi del ricordo, sarà un ragazzo polacco, con eccellente padronanza della lingua italiana.

Rivedo Auschwitz dopo cinque anni, ma il magone che opprime il mio petto, al momento dell’ingresso e alla vista del famoso cancello che recita “Arbeit macht frei” è intenso come la prima volta.

Ascoltiamo il racconto dell’orrore, in silenzio.

Quel che resta del campo è completamente innevato.

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Mentre cammino, accanto ai miei compagni di gruppo, infreddolita nonostante la protezione di strati di indumenti termici, non posso fare a meno di ricordare gli appelli estenuanti sopportati dai prigionieri, nudi per ore, fuori dai blocchi, all’alba del gelido inverno polacco.

Sento il rumore dei miei passi, dei passi degli altri componenti del gruppo, unico suono udibile immerso nel silenzio delle nostre mute riflessioni e ricordo le testimonianze dei sopravvissuti, che settanta anni prima di noi, percorrevano quelle stesse strade, sfiniti e affamati, malati e scalzi.

La guida ci accompagna attraverso i blocchi visitabili, racconta di esecuzioni, esperimenti, ricorda quel che è stato Auschwitz, ma sottolinea quanto fosse terribile la vita dei deportati, già nella fase precedente all’arrivo al campo. Il campo era l’epilogo di un inferno già vissuto, che estenuava e massacrava psicologicamente e fisicamente. Il campo era solo un tassello conclusivo, ci spiega.

Dopo Auschwitz visitiamo Birkenau e la guida ci racconta degli arrivi, delle selezioni, delle condizioni di vita inumane all’interno delle baracche.

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Sottolinea come purtroppo, non ci siano adeguati finanziamenti  statali destinati alla tutela del memoriale e aggiunge che delle quindici baracche visitabili fino a qualche anno prima, soltanto una abbia resistito e abbia la responsabilità di custodire una memoria dal valore inestimabile. Ma se dovesse essere anch’essa abbandonata a se stessa, cosa accadrebbe?

Le sue parole sono cariche di amarezza e rassegnazione.

Prima di rientrare a Cracovia, acquisto due libri per sostenere il museo, piccolo gesto che tutti possiamo fare per tutelare un bene storico così prezioso. Si aggiungeranno alla fornita bibliografia della memoria, che custodisco a casa.

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Trascorriamo l’ultima parte della serata tra il centro storico e la Galeria Krakowska. È difficile smettere di pensare alla visita ad Auschwitz conclusa poco prima.

Il giorno della partenza, dopo il check out e un’ultima chiacchierata con la ragazza alla reception, raggiungiamo la stazione dei treni a piedi, con una passeggiata di circa un quarto d’ora.

Il clima è decisamente migliorato.

Sarebbe stato bello, potersi trattenere ancora, per visitare le Miniere di Sale o qualche città nei dintorni, sfruttando i collegamenti ferroviari. Ma il clima non troppo clemente e il tempo limitato, non mi hanno permesso di concretizzare itinerari che rimanderò alla prossima occasione.

Perchè Cracovia va scoperta in più occasioni, nelle diverse sfaccettature stagionali e certamente tra noi non è un addio, ma un arrivederci, un arrivederci a presto.

Il ritrovato Belgio e la ritrovata voglia di raccontare.

Ricomincio dal verde sconfinato, dalle mucche rilassate sulle distese erbose, dal cioccolato che non vorresti smettere di degustare, esposto come fosse un  prezioso  di cui aver cura, nelle vetrine dei negozietti affacciate su strade affollate.

Ricomincio dal Belgio, che mi colpì con freccia cupidica nel 2010 e che per tanto tempo ho sperato di rivedere, desiderio realizzato dopo sei anni, nel giugno scorso.

Riprendo a coltivare il mio amato blog, per troppi mesi trascurato, nonostante le piccole tappe europee esplorate dall’inizio dell’anno,  di cui custodisco appunti di viaggio, in attesa che  le mie mani e i miei sguardi nostalgici li facciano sbocciare in pubblicazione.

A Cagliari la stagione balneare è già cominciata con successo, quando Massi ed io, atterriamo a Charleroi- Bruxelles con volo Ryanair (circa 60 euro a testa AR), in un umido pomeriggio.  Le previsioni meteo sbirciate durante la mattinata, non sono particolarmente confortanti. Una sinfonia temporalesca in stile fine del mondo, è prevista per tutti i giorni della nostra permanenza.

Ma l’assenza di perturbazioni al nostro arrivo, ci riempie di ottimismo.

Ci dirigiamo verso il Bus Shuttle per il quale abbiamo acquistato i biglietti online  poi stampati (https://www.brussels-city-shuttle.com/it#/) prima della partenza, usufruendo per questo di uno sconto di circa un euro per ticket. La piazzola di sosta dei mezzi si identifica e raggiunge facilmente, poiché superata l’uscita, voltando a destra e percorrendo qualche metro, si scorgono immediatamente  le transenne “ammazza furbizia” che contengono la fila.

La salita sul Bus avviene in modo molto ordinato e sereno e c’è posto per tutti i viaggiatori paganti.

In un’ora circa raggiungiamo la Stazione Midi di Bruxelles, distante (in teoria) quindici minuti a piedi dal nostro hotel.  La teoria è però sconfitta da stanchezza, sopravvalutazione del nostro senso dell’orientamento e dal calar del sole, così, arriviamo in Hotel dopo più di mezz’ora di camminata, appesantita da bagagli e pioggia che in ritardo ci da il benvenuto.

Alloggiamo al Bedford, un quattro stelle per il quale ottengo uno sconto eccezionale grazie al mio essere utente Genius su booking.com (http://www.booking.com/hotel/be/bedford.it.html ), saremo a cinque minuti dalla Grand Place e la colazione abbondante e variegata sarà inclusa.

Alla Reception ci accoglie un giovane e sorridente ragazzo siciliano.

Socializziamo e condividiamo qualcosa delle nostre vite.

Ci assegna poco dopo una camera al quinto piano, augurandoci una buona serata.

Massi  e io, iniziamo a sentirci discretamente provati per il lungo viaggio, abbiamo voglia di rilassarci e di abbuffarci con le leccornie comprate in stazione all’arrivo in città. Proprio la stanchezza non ci mette in allerta, quando dopo diversi tentativi, non siamo in grado di aprire la porta della camera.

Insisto nell’appoggiare la scheda sull’oasi dedicata, nei pressi della maniglia, ma l’uscio resta serrato.

Poi, finalmente (penso) la porta cede, ma non per merito nostro.

Un robusto signore anglofono è davanti a noi, sconcertato, ma soprattutto nudo.

L’imbarazzo prende forma nei nostri sguardi (prontamente puntati verso il soffitto per evitare sgradite visioni) e nelle nostre bocche spalancate. Gli spiego che c’è stato un errore nella attribuzione del numero della stanza e mi scuso.

Quando torniamo in Reception e spieghiamo l’accaduto, riceviamo cascate di scuse e una quadrupla più grande del nostro appartamento a Cagliari, senza nessun costo aggiuntivo.

Il sonno nell’accogliente lettone, ci rigenera.

Il giorno successivo è domenica e abbiamo in programma una gita a Brugge, scelta pianificata per usufruire degli sconti nel weekend  (biglietti acquistati online e stampati prima della partenza http://www.belgianrail.be/en/Default.aspx  ).

Una ricca colazione ci mette energie in zaino, ci dirigiamo grintosi alla Stazione Centrale (Gare Central).

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Forti del nostro ticket che ci permetterebbe di visitare tutto il Belgio in una giornata, alla modica cifra di 20 euro, guardiamo il tabellone delle partenze tanto euforici quanto superficiali e cadiamo nella tela di una profezia che si auto avvera. Invece del diretto verso la cittadina, prendiamo un treno con circa seicento tappe intermedie su tutto il territorio e siamo a Brugge in tre ore. Pur avendo tentato di tamponare il danno, chiedendo informazioni al Capo Stazione, dobbiamo attendere l’arrivo a Brugge senza poter cambiare vettura, poiché impiegheremo un tempo superiore nel tornare a Bruxelles e prendere un altro treno.

Ma che ci importa in fondo? Siamo in vacanza, la giornata è soleggiata contro tutte le previsioni e poco distante dalla Stazione di Brugge (dove prendiamo una mappa della città, gratuitamente, all’Info Point), vediamo,  immerso nel verde un fantastico Food Truck Festival che durerà tutto il giorno.

Ci immergiamo tra la gente, assorbendo profumo di fritto e arrosto, integrati perfettamente nel contesto.

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Poi proseguiamo per rivedere una cittadina che amammo moltissimo durante la nostra prima volta in Belgio.

La Piazza ci attende con le sue casupole colorate, le cioccolaterie, turisti.

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I furgoncini che vendono fritti e oleosi spuntini, ci chiamano, cediamo e degustiamo in piazza una porzione extra large di patatine imburrate (i nostri stomaci vanno in ferie per qualche ora).

Passeggiamo tra scorci e canali, la giornata vola.

Scegliamo di concluderla con una birra, prima di rientrare a Bruxelles.

Seduti verso la piazza, viviamo uno di quei momenti nei quali la mente è travolta da note serotoninergiche e tutto ci sembra leggero e possibile.

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Il rientro non riserva sorprese. Solo ci colpisce la ferita ancora aperta di una Bruxelles che ha subito il recente attentato e si scopre esposta. I militari sono presenti in molte zone strategiche della città, scrutanti e attenti.

Dedichiamo il terzo giorno alla capitale.

Dopo la nostra soddisfacente colazione, raggiungiamo in un soffio la Grand Place, dove ci fermiamo  a lungo per trattenere quanto più possibile ricordi visivi, di tanta bellezza, dei colori, dei volti.

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Tappa obbligata al Manneken Pis, il bimbo dall’urina incontrollabile, sempre molto elegante  e curato nei dettagli.  A parte noi, c’è un limitato gruppo di orientali che scatta e sorride, quindi riesco a ritagliarmi uno spazio ottimo per qualche foto.

Nonostante avessimo già vissuto nel 2010 l’esperienza, decidiamo di rispolverare i nostri ricordi utilizzando i Bus turistici della City SightSeeing, che al costo di 25 euro a testa, ci accompagnano in un tour delle principali attrazioni, fino a quando non scorgiamo un verde parco con laghetti, nel quale scegliamo di improvvisare un pic-nic e rilassarci.

A fine serata, una fitta, anche se non aggressiva, pioggerella, ci costringe ad alzarci.  Passeggiamo mano nella mano, protetti dai nostri ombrelli. Nemmeno la pioggia è in grado di rovinare la bellezza di certi momenti, anzi, se discreta ne intensifica la portata. L’unico nemico, almeno per i miei capelli, è l’umidità quasi intollerabile.

Il giorno seguente, abbiamo il volo alle 21.20, possiamo perciò dedicare ancora una intera giornata alla nostra amata Bruxelles.

Dopo il check out,  ci dirigiamo verso il Birrificio a conduzione familiare Cantillon, aperto al pubblico e soprattutto dispensatore di ottime degustazioni.

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Al costo di 7 euro a testa, è possibile visitare la struttura,  guida cartacea alla mano, dopo  aver ascoltato un preambolo sulla sua storia esposto in inglese, dallo stesso proprietario e alla fine del tour, bere due birre del campionario, incluse nel biglietto ed eventualmente  proseguire fino a ubriachezza molesta, pagando di tasca, se lo si desidera.

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Bere alle 11 del mattino, cambia e migliora la prospettiva della nostra ultima giornata in Belgio.Rassicura me, simil-aerofobica e rassicura Massi, il cui ruolo ufficiale di calmante, viene alleggerito dalle proprietà distensive della birra.

Trascorriamo le ore successive tra negozi e cioccolaterie, un po’ per degustare, un po’ per acquistare.

Il tragitto verso il Bus Shuttle che ci condurrà in aeroporto, è illuminato dai lampi e musicalizzato dai tuoni di un temporale fuori misura.Siamo stati veramente fortunati e ringrazio l’apocalisse che ha scelto di posticipare la propria visita.

Volo parzialmente sereno, con picchi di ansia regalati da una signora che utilizzava tranquillamente facebook ad alta quota, nonostante i rimproveri degli assistenti di volo e i miei.

Mi affido alla sorte, che benevola ci riconduce a casa. Sono pronta per l’avventura che ci attende tra qualche settimana.

 

 

 

Di Copenaghen e di altre meraviglie nordiche.

Sveglia alle 3.30, il Taxi passerà alle 4.45 per condurci all’aeroporto in una calda e umida nottata di fine agosto.
I più lucidi appaiono i nostri mici, che superata l’iniziale perplessità derivante dal buio totale ancora imperante, pretenderanno la colazione e intoneranno, per raggiungere lo scopo, miagolii da tenore lirico.
Io e Massi, palpebre cascanti e ripresa lenta, verifichiamo di non aver scordato nulla e iniziamo l’avventura: Copenaghen ci aspetta!
Il volo Alitalia da Cagliari AR (con scalo a Roma Fiumicino), ci costerà circa 200 euro a testa, un’offerta che, trattandosi della capitale danese, “non si poteva proprio rifiutare”.

Atterriamo all’aeroporto di Kastrup intorno alle 12 e raggiungiamo in circa dieci minuti il binario del treno che ci condurrà alla stazione centrale (Københavns Hovedbanegård). Lo scalo aeroportuale ha le sembianze di un centro commerciale: per gli affamati appena giunti in città, un paradiso di ristoranti, chioschi e punti ristoro. Noi decidiamo di pranzare dopo aver raggiunto l’hotel, acquistiamo i biglietti del treno alle macchinette automatiche (che NON sono in prossimità dei binari, ma al piano superiore) e prendiamo posto nel silenzioso e veloce mezzo, che raggiungerà il principale snodo ferroviario in circa 7 minuti, durante i quali discorriamo con una studentessa italiana, appena atterrata, la quale ci spiegherà di dover trascorrere due anni a Copenaghen e condividerà con noi le proprie paure. Reduce dalla lunga esperienza berlinese e empatizzando profondamente con lei, fungo da mamma chioccia, rassicurandola con autentico interesse.
La Stazione Centrale dista circa cinque minuti di camminata dall’Hotel Løven, nel quale alloggeremo (scelto tra tanti per prezzo e posizione), che si rivelerà una struttura senza pretese, senza televisione, senza un utilizzabile segnale wifi, ma con un supermercato LIDL salva portafoglio a circa 200m e un frigo enorme in camera, che ne risolleveranno le sorti. Mentre ci dirigiamo verso l’albergo, grida di intensità riconducibile ad un massacro da film Horror, attirano la nostra attenzione: è il caloroso benvenuto del Parco di divertimenti Tivoli, paradiso ludico, al quale perfino Walt Disney si ispirò, che permette ai visitatori uno sfogo da competizione attraverso l’urlo libero in concomitanza con l’utilizzo dei numerosissimi giochi.

Tivoli

Tivoli

Dopo un veloce check in e un pisolino ristoratore, percorriamo a piedi le ampie strade che portano al centro e ci perdiamo in una Copenaghen rinfrescata da un nordico venticello e affollata da pedoni e ciclisti. L’altezza media locale ci inquieta e perfino il metro e ottanta di Massi potrebbe ricevere la candidatura per la “sindrome da Folletto Lannister”.
Raggiungiamo lo Strøget nel centro storico cittadino, isola pedonale attorno alla quale si diramano viuzze animate da artisti di strada, negozi, ristoranti, gelaterie e lo percorriamo mano nella mano, sentendoci parte di una atmosfera rilassata e gradevole che culminerà nei colori di Nyhavn, antico porticciolo da cartolina, icona della città e magia per occhi e anima di chi ha la fortuna di trascorrervi del tempo. La sveglia notturna è valsa la pena, il tramonto assaporato tra i ristoranti, i profumi e le sfumature di Copenaghen, ci concede emozioni e ricordi di rara bellezza.

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Il giorno successivo scegliamo, come spesso in occasioni precedenti, di familiarizzare con la città attraverso il Bus Turistico – Red Bus (175 corone a testa, per l’intera giornata, Hop On, Hop Off). Spiegazione anche in italiano, dettagliata e interessante, relativa ai principali luoghi di interesse. Scendiamo nei pressi della Statua della Sirenetta, che ci attende cupa e inquieta, volta verso l’orizzonte. Tanti turisti in fila per la foto di rito, ma a destare la mia attenzione, sono purtroppo i numerosi rifiuti che galleggiano nei pressi delle rocce che sostengono la scultura: plastica, cartone, addirittura frutta, annebbiano la bellezza del simbolo danese ed è un vero peccato.

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La nostra mattinata prosegue nella Langelinie, tra verde sconfinato, azzurro del cielo, blu dei laghetti e nero delle magliette indossate dai crocieristi della “Full Metal Cruise” attraccata in zona, completamente dedicata agli amanti del genere, che popolano le strade del centro. Dedicheremo la serata alla visita del quartiere Nørrebro multietnico e accogliente, dispensatore di positività, al rientro dal quale ci fermeremo in una panchina lungo un laghetto dove cigni veri e in sembianze di pedalò, ci accompagneranno fino al calar del sole, che ci concederà una vista mozzafiato sulla città.
Grazie ai preziosi consigli di due cari amici ex abitanti danesi, scegliamo di dedicare le giornate successive, alla visita di Roskilde e Malmoe (in Svezia), cittadine poco distanti da Copenaghen e facilmente raggiungibili con gli efficienti treni locali.
Spenderemo per raggiungere la prima, famosa città legata profondamente alla storia vichinga, 192 corone AR a testa. Sul treno che partirà dalla stazione centrale di Copenaghen e avrà come capolinea proprio Roskilde, wifi gratuito e bustine con i logo della compagnia ferroviaria a disposizione dei passeggeri, le trovo carine e ne prenderò una decina come souvenir a costo zero! In venticinque minuti siamo a destinazione, la stazione è minimale, con un solo binario e le macchinette dispensatrici di biglietti lungo le banchine d’attesa. Il centro è raggiungibile con una breve camminata che allungata di poco, conduce anche al museo vichingo (l’assenza di veri e propri confini tra museo ed esterno, creerà confusione in me e Massi, che ci renderemo conto solo dopo aver visitato parte della struttura, di essere al suo interno senza biglietto!). Pausa relax su una panchina e pranzo nei tavolino all’aperto del centro grazie ad un clima tiepido e coccolante.

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Rientriamo a Copenaghen nel pomeriggio e visitiamo il parco Tivoli (99 corone a testa per l’ingresso, giochi da pagare a parte, all’interno), luogo magico, dove prati, specchi d’acqua dimora di pesci, anatre, cigni e gabbiani, giochi, punti di ristoro e colorate strutture, regalano una esperienza senza uguali. Visitai il parco divertimenti nei pressi di Parigi, circa dieci anni fa, ma nulla a paragone con la meraviglia tivoliana, una città dentro la città, dove l’età perde significato e dove grandi e piccini possono vivere un piccolo sogno. Scorgo adulti che accompagnano i propri bambini in giochi più o meno audaci e leggo più ansia nei loro occhi che in quella dei loro piccoli. Il sottofondo di grida, ci fa compagnia e ci fa sorridere.

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La serata si conclude con la piacevole esibizione dell’orchestra di Tivoli. Ricordi preziosi che custodiamo gelosamente.
Penultima giornata dedicata a Malmoe, che raggiungiamo in circa trenta minuti, con 172 corone danesi (all’andata), 105 corone svedesi (al ritorno) dalla stazione centrale. Un bellissimo panorama accompagna il nostro viaggio in treno, dal quale scorgiamo le tipiche pale eoliche nordiche che spuntano dall’acqua e paiono galleggiare sul mare, sono tante, tantissime!
Giunti nella cittadina svedese, identifico nei pressi della stazione un info point, dove ci danno una mappa della città (gratuitamente) e sorrisi di buona giornata. Il centro è vicinissimo. Passeggiamo tra viuzze, piazze e ponticelli e ci godiamo questa perla nordica, dove l’architettura ci rimanda al 2011 e al nostro indimenticabile viaggio a Stoccolma.

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Tornati nella “cugina” Danimarca, in serata visitiamo la tanto discussa e controversa Christiania, quartiere-cittadina parzialmente autogovernato all’interno di Copenaghen, che tra le altre cose, possiede un ampio e fornitissimo Green Light District, nel quale erba e “cannoni”, vengono venduti e fumati in amicizia totale. Letture precedenti alla visita, ci mettono al corrente delle regole da rispettare all’interno della zona ormai polo turistico affollatissimo:
-non fotografare
-non utilizzare i cellulari (no telefonate)
-non ostentare (?)
L’ultima regola ci lascia perplessi, ma cerchiamo di rispettarla. Resto affascinata dai colori, dai sorrisi e dal profumo intenso dell’erba che stende l’olfatto di grandi e piccini.Un’esperienza particolare, affatto pericolosa (come alcuni l’avevano definita) e assolutamente da depennare nella lista di cose da fare. L’atmosfera è distesa ed è possibile accomodarsi nei tavoli all’aperto, bere una birretta e per chi lo desidera, fumare i prodotti locali. Senza dubbio una fetta turistica sui generis.

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Percorriamo al rientro il bellissimo quartiere di Christianshavn, perla cittadina dove il fascino delle case risalenti al Diciannovesimo secolo, si fonde con una modernità in continua evoluzione.
La nostra esperienza danese, dinamica e arricchente, si conclude con quella velocità accelerata, tipica dei momenti di gioia e passione. Una tappa non economica, ma il cui costo è stato ripagato dalla bellezza dei luoghi, dei profumi e delle sensazioni vissute.
Resto a disposizione, per qualunque più precisa informazione che possa essere utile a quanti tra voi, progetteranno un viaggio in questa nordica, amabile cittadina.

Mesi Berlinesi: l’Alloggio.

Raggiungo l’ingresso dell’appartamento nel quartiere Friedrichshain, che custodirà per mesi il mio quotidiano e oscillo tra la morbosa curiosità di conoscere la proprietaria/coinquilina, che ha scelto di affittarmi una camera e il timore che tra noi, l’imprinting non sia positivo, compromettendo la convivenza.
Premo il tasto del citofono e attendo.
Una voce flebile, la cui origine geografica sembrerebbe all’apparenza localizzata almeno a due chilometri di distanza, appresa la mia identità bisbiglia qualcosa, ovviamente in tedesco accelerato e dialettalizzato e altrettanto ovviamente io non comprendo.
Resto impalata all’ingresso senza sapere esattamente cosa fare, fino a che una bella signora di mezza età, bionda e sorridente, apre il portone, mi porge la mano e senza che io possa proferire obiezioni, trascina la mia valigia da 25 kg fino alla porta di casa: è lei, è R.!
Poggiati i miei bagagli, si dirige a passo veloce verso una scarpiera “a cielo aperto” e mi porge un paio di pantofole. Siamo ancora nell’ambito dei primi venti secondi di conoscenza e io resto un po’ spiazzata, temo una sua ossessione per la pulizia dei pavimenti con pattine annesse e tento di spiegarle che ho le mie pantofole in valigia, ringraziandola comunque per la premura. Il mio tedesco è acerbo e imbarazzato. Il mio non verbale è certamente più chiaro, per questo R. cerca di mettermi a mio agio utilizzando il suo bagaglio inglese, bagaglio che tuttavia deve richiudere nell’immediato, poiché discretamente impolverato causa inutilizzo dagli anni Settanta (almeno).
Così rimaniamo io, lei, le pantofole e il tentativo di costruire una comunicazione sufficientemente comprensibile per entrambe, fatta di vocaboli tedeschi reali (i suoi) e neologismi improbabili (i miei).
Scoprirò che è usanza comune in Germania, indossare le pantofole all’ingresso , che si sia ospiti o residenti. R. in quell’occasione, mi dava solo un tedesco benvenuto.
La prima sera, mi chiede di cenare con lei e la sua gentilezza mi rassicura e mi fa sentire accolta.
Prepara insalata di rucola, formaggi e cetrioli alla tedesca. La condivisione di aspetti delle nostre vite è intervallata da lunghi momenti di silenzio, che purtroppo visto il limite iniziale del mio vocabolario, non possono essere facilmente riempiti. È frustrante, ma il pasto all’arrivo, quella sera, diverrà il simbolo della mia crescita nell’apprendimento del tedesco, aneddoto natalizio da raccontare a parenti e amici che domanderanno se davvero sia stato utile, fare una esperienza all’estero per agevolare l’acquisizione della lingua.
E di quella cena ricorderò anche l’audacia con cui R., ha esplorato la sua cavità orale con manualità avida e decisa, facendomi inizialmente temere un rischio soffocamento derivante dall’ingestione di un boccone di dimensione eccessive. Ma davanti alla richiesta di rassicurazioni, l’esibizione da parte sua, di un pezzo di rucola incastrato tra i denti e vittoriosamente estratto, è stata in grado di rasserenare il mio animo turbato.
Siamo così diverse io e R.:
vegetariana io, avida consumatrice di carne rossa, grassa e succosa, impadellata e imburrata quotidianamente, lei (l’odore delle sue cene, penetrerà nei miei abiti, seppur custoditi nell’armadio, legandosi alle fibre di tessuto con un patto di sangue a lunga scadenza),
anti fumo io, accanita fumatrice lei (ogni sera, varcato l’ingresso al rientro a casa, verrò abbracciata da una nuvola di fumo di dimensioni epocali, anch’essa ancorata ai miei abiti e ai miei capelli)
eppure, fin da subito troviamo una discreta sintonia nell’organizzazione della convivenza.
Prima di abbandonarmi al sonno, quella sera, nel caldo divano letto in Finowstraße, in una camera accogliente e adatta alle mie esigenze, sistemo i miei prodotti nel bagno (che condividerò ovviamente con R.) e mi preparo per la notte. Lavaggio denti, spazzolate ai capelli e test della comodità del wc. Proprio in quest’ultima fase, volgo lo sguardo verso l’ampia finestra della stanza e mi accorgo dell’assenza di tende che proteggano la mia privacy. Sono in un ambiente illuminato da luce artificiale, perciò ad alta visibilità dall’esterno, di notte, esposta a tutti i potenziali osservatori che abitano nel palazzo di fronte, costituito da circa sette piani di finestroni a distanza ravvicinata, tutti puntati sul bagno di R. . Vorrei avvolgermi nella tenda della vasca, avere uno scudo, una tuta spaziale o almeno un passamontagna, ma dopo la cascata di imbarazzo associata a quel momento, mi rendo conto col passare dei giorni, che soltanto io, ho interesse verso ciò che accade all’esterno dell’appartamento, che alle famiglie tedesche, del tutto disinteressate all’utilizzo di tende, non importa violare la privacy altrui, ma focalizzarsi sulla propria esistenza. L’immagine del mio vicinato cagliaritano, al corrente anche del numero di volte in cui durante la settimana butto la spazzatura, lentamente cede spazio all’amabile abitudine di farsi gli affari propri e pur con giornate altalenanti, mi abituo al nuovo assetto della mia vita.
Prendere possesso della camera, sancisce il definitivo inizio di un’avventura che segnerà in maniera significativa la mia esistenza. Mi aspetterà successivamente l’avvio del corso di tedesco, del quale presto mi piacerebbe raccontarvi.

Berlin

Berlin

Mesi Berlinesi: L’ARRIVO.

Chiedetemi se ero felice e vi risponderò di SI.

Nonostante l’ansia mi incellofanasse mente e stomaco, concedendo con parsimonia celle di respiro. Nulla di cui stupirsi, il mio coraggio è fatto così: gode di interminabili momenti letargici, per poi palesarsi improvvisamente attraverso eruzioni energiche e fertili, che mi permettono di VIVERE.

Rinchiuse in spazi remoti le mie paure, semino la via di realizzazione di uno dei miei più grandi desideri: vivere in Germania, vivere l’evoluzione: da turista ad abitante, migliorare l’adorato tedesco, ricominciare professionalmente da zero, mettendomi in gioco. Contatto una scuola di lingue a Berlino e mi iscrivo per un corso della durata iniziale di due mesi, che senza troppo indugio, proseguirà per cinque. Saluto il mio compagno, alleato e sostegno, quasi annegando tra le lacrime, in un mite quattordici febbraio sardo, spodestato poche ore dopo, da un glaciale inverno berlinese. Realizzo di aver superato il confine tra il “pensato” e l’”agito”, quando prendo posto sul velivolo Alitalia, che da Elmas mi condurrà a Roma e da lì nella capitale tedesca. Mi guardo intorno e cerco la mano di Massi, feticcio anti-aerofobia, concessa sempre in comodato d’uso durante atterraggi, decolli e turbolenze. Ma sono sola, sola con i miei desideri e i miei timori, sola con la mia eruzione di coraggio, che un po’ maledico e un po’ ringrazio.

Atterro a Tegel terminal C e trascino fino al bus TXL (terminal B), trenta chili tra stiva e cabina. Sento parzialmente la fatica fisica, perché l’adrenalina lievita, agevolata da ciò che vedo, da ciò che ascolto, dagli odori che sento. Sono arrivata, la mia esperienza comincia da qui, dalla richiesta di un biglietto all’autista, nel mio tedesco ancora un po’ maccheronico, dal percorso del Bus, che prima di raggiungere Alexanderplatz, saluta la Stazione Centrale, la porta di Brandeburgo, il Viale dei Tigli, l’isola dei Musei. Mi commuovo, osservando quella che sarà la mia città per lunghe settimane, guardo la mia immagine riflessa sui finestrini del mezzo e provo un po’ di tenerezza per quella giovane donna, abbracciata alle sue valigie, dall’aria stanca, ma dagli occhi attenti e felini, che catturano tutto, per non perdere nulla di quella cascata emozionale.

Raggiungo l’hotel, nel quale alloggerò la prima notte, senza alcuna fatica e soprattutto senza mappa, seguendo solamente l’istinto d’orientamento che, per la prima volta nella mia vita, non fallirà. Su Booking.com avevo prenotato una stanza presso l’H2 Berlin- Alexanderplatz, poco distante dalla fermata capolinea del TXL. Fatico a portare le valigie fino alla Reception, ma ce la faccio e mi espongo spiegando in tedesco, che ho prenotato una singola, aspettando la classica risposta con annessa richiesta di documento e consegna chiavi. Ma il ragazzo che mi accoglie parla a lungo, parla velocemente (troppo velocemente) e troppo in tedesco. Frustrata ma eccessivamente orgogliosa per cambiare lingua, utilizzo i concetti raccolti per costruire informazioni di senso logico e capisco che mi devo recare nell’Hotel accanto a quello in cui mi trovo, perché per un problema con le stanze, alloggerò lì, allo stesso prezzo e per gli stessi servizi. Prima di entrare nell’altro albergo, incrocio anche le dita dei piedi, nella speranza di aver compreso bene quanto sentito all’alloggio precedente. La posta in gioco è troppo alta, non voglio dormire la prima notte nella U-bahn insieme ai senza tetto, perciò al Ramada Hotel (questo il nome), parlo in inglese e sperimento un senso di maggiore leggerezza.

La stanza mi aspetta, finalmente posso riposare le stanche membra. È il mio stomaco “canterino” a ricordarmi che dalla mattina non mangio qualcosa che sia definibile come cibo, a parte i vari snack Alitalia. Accompagnata da sciarpa, guanti, cuffia e calzamaglia sotto strati di maglie e maglioni, esco e vado a procacciare provviste prima che i supermercati chiudano.

Berlino mi accoglie tra luci e persone che affollano Alexanderplatz. Non so esattamente dove troverò un supermercato, ma mi sento al sicuro, accolta fin dal principio e cammino in direzione della Fernsehturm (torre della televisione), che mi guiderà ogni giorno per cinque mesi, catturandomi come l’occhio di Sauron attraeva l’anello, punto di riferimento saldo e rassicurante, in una città dove non ho mai sperimentato disorientamento. Proprio sotto la Fernsehturm, scorgo l’insegna gialla del discount Netto e la mia fame viene placata da pane e formaggio. Il peso dell’overdose emozionale comincia e farsi sentire, mi dirigo in albergo e sogno di avventure e nuove esperienze su un diversamente comodo cuscino berlinese, ripiegato in quattro per raggiungere il volume desiderato.

Mi aspetta tanto, mi aspetta ancora tutto e condividerò tutto, a piccole dosi, proprio qui.

l'arrivo

l’arrivo

La neve che avanza: tra Frankfurt, Heidelberg e Mainz.

Ormai appassionatissimi di “fast-trip”, io e il mio compagno progettiamo un weekend lungo nella nostra amata Germania, per rivedere (almeno inizialmente così crediamo) i mercatini natalizi, che ci conquistarono nel 2013 a Vienna e per tornare a Francoforte e ad Heidelberg, esplorate nel 2009.
Periodo scelto per il viaggio: 12-15 dicembre 2014.
Periodo di prenotazione: metà settembre.
Periodo di sconvolgimento programmi causa sciopero nazionale epocale con praticamente unanime adesione: inizio dicembre.
Allertati dalle notizie rimbalzate sui media, abbiamo la certezza di dover rinunciare al tanto atteso viaggio, circa due giorni prima della partenza, quando Ryanair, ci comunica via e.mail, la cancellazione del nostro volo.
Il mio picco nevrotico originato dalla brutta notizia, viene fortunatamente addolcito dalla chat con l’operatrice della compagnia Low Cost, che inizialmente un po’ restia e riservata, cede al mio pressing in stile stalkeraggio incalzante e ci concede senza spese, il cambio data per entrambi i voli: andata e ritorno.
Purtroppo, i mercatini saranno già conclusi al nostro arrivo, ma le vacanze natalizie avranno tinte tedesche dal 26 al 29 dicembre (spesa a testa AR tratta Cagliari-Frankfurt Hahn: 65 euro).
Il cambio data, implica anche un cambio Hotel, poiché per quel periodo, non troviamo camere disponibili presso l’alloggio inizialmente prenotato. Un’analisi accurata di prezzi, posizione e servizi, mi porta a scegliere l’Hotel Excelsior (http://www.hotelexcelsior-frankfurt.de/cms/index.php/it/ circa 200 euro totali per 3 notti, colazione inclusa, wifi e frigo bar free –quotidianamente rifornito), praticamente di fronte alla Stazione Centrale (Hauptbahnof) di Francoforte.

Partiamo dall’aeroporto di Cagliari-Elmas nel primo pomeriggio di un 26 dicembre tiepido e soleggiato, che cederà il posto ad un freddo inverno tedesco, carico di neve e temperature sotto lo zero.
Decollo puntuale e atterraggio in orario perfetto all’aeroporto di Frankfurt-Hahn, distante circa 180km dal centro città(1 ora e 45 minuti).
Alla stazione centrale, ci accompagnerà per 15 euro a testa (30 in totale tra andata e ritorno) il comodo bus della compagnia Bohr ( utili informazioni in lingua inglese o tedesca, sono reperibili nel seguente sito: http://www.bohr.de/en/) , che fortunatamente non rispetta gli orari tabulati e condivisi nella propria pagina internet e parte con un’ora d’anticipo rispetto al previsto (17.30 e non 18.30), dalla piazzola di sosta del Terminal B, fronte ingresso-uscita Aeroporto (facilissimo trovarla, poiché l’aeroporto è veramente di dimensioni ridotte, perciò tutto è a portata di mano e soprattutto perché un cartello indica la direzione da seguire una volta usciti dall’ala arrivi).
Intorno alle 19.15, raggiungiamo la fermata capolinea del Bus a Francoforte città, esattamente a 5 minuti di cammino dall’Hotel che ci accoglierà.
La Stazione Centrale è già davanti a noi e ci rendiamo conto di quanto breve sia la distanza dal nostro albergo (20 passi, forse).
Il freddo è pungente e scegliamo di entrare proprio alla stazione per rifocillarci e verificare gli orari dei treni per le nostre escursioni dei giorni successivi (Heidelberg e Mainz ci aspettano), nei tabelloni su sfondo giallo presenti in vari punti dello snodo ferroviario.

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All’interno dell’imponente struttura, gli addobbi natalizi sono ancora protagonisti, tra luci e alberi carichi e colorati, scorgiamo tra i vari negozi e punti di ristoro, un chiosco a noi familiare e fornitore di pasti veloci particolarmente gustosi: Ditsch! Focacce e pizze farcite, saranno la nostra cena per questa prima nottata in Germania.
Mentre aspettiamo il nostro turno, si avvicina a noi un ragazzo con un aspetto poco rassicurante che ci chiede qualche moneta in perfetto tedesco (al di là della richiesta e del non verbale inquietante, approfitto per incrementare la mia conoscenza della lingua locale), ma scopriamo poco dopo che si tratta di un italiano. Immediatamente però, la polizia interviene e lo fa allontanare: forze dell’ordine da 10 e lode.
Acquistiamo prelibatezze e ci dirigiamo in Hotel per il Check in.
L’ambiente è accogliente e riscaldato nel classico stile tropical-invernale della Germania. Mappe della città, sono disponibili gratuitamente all’ingresso e un’ampia sala relax attende gli ospiti che possono sorseggiare bibite calde a disposizione su un’ampia tavola (gentile offerta dell’Hotel), su comodi divanetti.
In dieci minuti, sbrighiamo le formalità relative al check in e scopriamo con piacere che la camera è molto carina e spaziosa, ma soprattutto (come accennato poco sopra), che le bevande nel frigo bar sono un gentile, quotidiano omaggio. Perché privarsene, dunque? La frase che durante le ore in albergo, andrà per la maggiore tra me e Massi, sarà: “Birretta?” e parliamo di una eccellente birretta tedesca!
Direi che anche per questa tappa, l’alloggio si è rivelato una fantastica scelta. Giudizio rinforzato la mattina seguente, quando, dopo un sonno ristoratore e la neve al risveglio, familiarizziamo con la colazione inclusa nel prezzo.
Scelta vastissima di dolce e salato (addirittura i Noodle vegetariani, che però, purtroppo, la mattina ammazzerebbero il mio povero, delicato stomaco), bibite calde e fresche e un ampio spazio dove sedersi e energizzarsi prima della giornata in città.

Siamo carichi e pronti per la nostra prima gita: Heidelberg arriviamo!

Heidelberg

Heidelberg

Grazie alle informazioni raccolte prima del viaggio, so che per spostarci con i treni regionali (RE), in modalità economica, durante il fine settimana, la scelta migliore è lo Schönes-Wochenende-Ticket (http://www.bahn.com/i/view/ITA/it/prices/germany/schoenes-wochenende-ticket.shtml ), un biglietto per gruppi fino a 5 persone che per 40 euro totali, ti permette di prendere i mezzi tedeschi (ad eccezione dei treni veloci ICE e IC), per illimitati viaggi, dalle 9 della mattina alle 3 a.m del giorno seguente.
Intenzionati a rivedere la graziosa cittadina che dista circa un’ora e mezza da Francoforte, acquistiamo il biglietto alle macchinette automatiche (che hanno istruzioni anche in Italiano e forniscono il resto anche di banconote di grosso taglio, tutto in monete, però!) e prendiamo il treno delle 10.
Il paesaggio che si può scorgere dai finestrini è da sogno, boschi innevati che ricordano il film “Le Cronache di Narnia”, bianco e candore, riflessi di luce e la natura che si arrende all’inverno. Resto affascinata, incantata.
Giungiamo in una Heidelberg innevata, intorno alle 11.36 e ci dirigiamo subito al Tourist Info, dove recuperiamo mappe e suggerimenti su come raggiungere il centro storico.
In un quarto d’ora di cammino, sotto la neve, ma felici, ci immergiamo nella zona pedonale della cittadina (dopo Bismarckplatz), nella quale negozi, persone e altri turisti, non intimoriti dalle condizioni atmosferiche avverse, come noi si godono le viuzze e gli angoli che Heidelberg regala.

Camminiamo tenendoci per mano, scattando foto ove possibile e piano, piano, la perturbazione diminuisce, fino a cessare, lasciando un manto bianco sopra marciapiedi, strade e tettoie, che, scopriremo in prima persona, ogni tanto lasciano scivolare qualche kg di neve sui passanti.

Heidelberg

Heidelberg

Pur avendolo già visitato, ci dirigiamo verso il Castello, ma l’ingresso da noi prescelto (ovvero quello dai giardini), è chiuso nel periodo invernale, per questo scegliamo di proseguire la nostra passeggiata, senza rivedere l’attrazione turistica visitata nel 2009.
Ci fermiamo per pranzo in un locale self service, dove per circa 10 euro totali, ci strafoghiamo di panini, focacce e dolci.
Abbiamo così la giusta carica calorica per affrontare il pomeriggio, durante il quale, raggiungiamo la zona dell’ Alte Brücke (il ponte vecchio), che ci regala una suggestiva vista su tutta la città, imbiancata dalla neve e colorata di grigio dal fumo dei caminetti accesi: meraviglia indimenticabile.

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Riesco a scattare qualche foto, schivando le decine di turisti giapponesi che occupano quasi tutto il ponte e quando intravedo il negozio di Käthe Wohlfahrt, simbolo del natale per eccellenza, trascino Massi e mi perdo tra addobbi, palline, alberi e candele, come accadde qualche anno prima a Rothenburg ob der Tauber, cittadina nella quale visitammo per la prima volta l’esercizio commerciale che vive (e fa vivere) il natale tutto l’anno.
Dopo una breve tappa in un negozio di souvenir, ci dirigiamo alla stazione, dove un puntualissimo treno, ci riporterà a Francoforte, anch’essa innevata.
Prima di rientrare in Hotel, verifichiamo gli orari dei treni per il giorno successivo, visto il nostro desiderio di raggiungere Mainz (Magonza in italiano), piccola cittadina, descritta con lode, dai viaggiatori che vi hanno fatto tappa.

Colazione abbondante e direzione stazione centrale, dove per circa 26 euro, acquistiamo un biglietto giornaliero (che anche in questo caso sarebbe stato valido per un gruppo di massimo 5 persone), che ci consentirà di raggiungere Mainz e di utilizzare i trasporti cittadini di Francoforte entro un certo perimetro (info utilissime nel sito ufficiale dei trasporti della regione di Francoforte: http://www.rmv.de/it/ ).
È la S8 a condurci alla nostra meta (la metropolitana veloce di superficie Schnell-bahn), in circa mezz’ora.
Nevica delicatamente, senza infastidire chi come noi, ha il desiderio di respirare l’inverno tedesco e assaporare tutto in una breve vacanza.

Mainz

Mainz

L’Altstadt (il centro storico) di Mainz, dista circa 10 minuti a piedi dalla stazione centrale della cittadina.
Ancora sopravvive qualche bancarella natalizia nei pressi di una pista di pattinaggio sul ghiaccio, dove bimbi e adulti corrono e concedono coreografie in stile Carolina Kostner , anche se, il vuoto fisico lasciato dai mercatini recentemente smontati, è palpabile. Sarebbe stata senza dubbio un’esperienza ancora più ricca.
La strada che percorriamo è innevata con punti mediamente scongelati e per tale ragione un po’ scivolosa. Mantenere l’equilibrio, diventa per noi obiettivo prioritario, per questo gli abitanti di Mainz che si destreggiano in un jogging acrobatico sul lungo fiume, ci turbano un po’.
Il paesaggio però, cura ogni turbamento e ci culla in una sensazione positiva e rigenerante di benessere.
Cigni, anatre e piccioni, condividono le sponde innevate del fiume, cercando timidi raggi di sole, che scaldano anche le nostre guance rosse e gelate.

Mainz

Mainz

Ci dirigiamo alla stazione all’ora di pranzo, per rifocillarci e riprendere la S8 che ci riporterà a Frankfurt, desideriamo rivedere la città-base ed è la nostra ultima sera in Germania, purtroppo.
Tornati sul Meno, raggiungiamo a piedi dalla Haptbahnof la zona del Römer, passando accanto alla Banca Centrale Europea, dove l’imponente Euro, non risulta in 5 anni mutato.
Il Römer, simbolo cittadino, è affascinante come lo ricordavo, con i suoi tre frontoni e il maestoso albero natalizio che si erge davanti ad esso, accanto al quale, come nel 2009, io e Massi scattiamo una foto.

Frankfurt

Frankfurt

I turisti affollano la piazza, che percorriamo sentendo l’aroma dei dolci e delle cialde, sfornate da una pasticceria davanti alla quale, scorgiamo una lunga fila di clienti affamati e infreddoliti.
Raggiungiamo il ponte, dirigendoci verso il quartiere Sachsenhausen, famoso per i suoi locali e le sue attrazioni. Proprio dal ponte, riusciamo a godere di una vista mozzafiato su una Francoforte al tramonto. Uno dei momenti più intensi ed emozionanti della nostra breve vacanza.

Frankfurt

Frankfurt

La città ci saluta a sua volta con l’ultima nevicata, che imbiancherà ulteriormente i tetti e le strade.

Il giorno della partenza, dopo una colazione abbondante e come sempre gustosa, raggiungiamo la fermata del bus Bohr, magistralmente guidato e gestito, da un autista che credo parlasse correttamente almeno 5 lingue, di rara simpatia. Ci accomodiamo al calduccio, nel mezzo, intorno alle 8.00, partiremo mezz’ora dopo e raggiungeremo alle 10.30 l’ aeroporto, che fronteggia una fitta nevicata, a causa della quale il nostro volo, subirà circa due ore di ritardo. Lo scalo aeroportuale, resterà infatti chiuso per le avverse condizioni meteorologiche.
Un po’ di turbolenze accompagneranno il viaggio di ritorno, ma atterriamo puntualmente nella nostra Cagliari.
Un altro viaggio è nei ricordi, un’altra avventura che precede quella imminente e di più lunga durata, che sto per affrontare.
Vi terrò aggiornati.

Resto a disposizione per qualsiasi altra curiosità o informazione.
Buoni Viaggi a voi tutti!
Silvia

Ben ritrovata LONDRA!

Una diagnosi relativa alla mia persona, giunge improvvisa di recente: “Silvia, tu hai la Poriomania!”.
È il sorriso di mia madre ad accompagnare questa definizione psichiatrica, mentre siamo in volo e ci dirigiamo insieme ad altri 4 compagni di viaggio, a Londra. In un contesto che potrebbe confermare l’azzardo diagnostico della mia genitrice, taccio e rifletto, sorridendo a mia volta.
Lontana da Londra da quindici anni (la visitai durante una gita scolastica nel 1999), non attendo di essere implorata per progettare e realizzare il verbalizzato desiderio materno di visitare la metropoli inglese e trovo nel mese di giugno, un volo molto conveniente Ryanair diretto a Londra, con partenza da Alghero (70 euro a testa A/R) per il 10 ottobre (rientro il 13).
Parallelamente, parte la ricerca di un alloggio, che trova il suo epilogo nella prenotazione di tre stanze all’hotel IBIS London Stratford (148 euro a testa, per 3 notti).
Come nelle precedenti occasioni, i giudizi positivi degli ospiti, rivestono un ruolo fondamentale nella mia scelta finale. Clienti entusiasti, soprattutto per la tranquillità della zona e per i servizi in essa presenti: due fornitissimi centri commerciali a cinque minuti dall’albergo (uno, il Westfield, è il più grande d’Europa), stazione di bus e metro alla stessa distanza dalla struttura (con linea rossa Central, che conduce in 20 minuti al centro della città) e nei pressi dell’Underground Stratford, il capolinea del bus Terravision che dall’aeroporto di Stansted ci porterà a Londra city.
Tutto è pianificato, non ci resta che attendere il 10 ottobre.
Partenza da Cagliari all’alba, poiché il volo da Alghero è previsto per le 10.40.
All’arrivo all’aeroporto algherese, amara sorpresa: il parcheggio low cost (nel quale siamo soliti lasciare l’auto quando decolliamo dal Nord Sardegna), è completo e giungono notizie di un’ analoga situazione, relativa al vicino parcheggio con tariffe non scontate. Riusciamo faticosamente a trovare posto per le nostre auto, ma il disagio è stato rilevante ed è stata rilevante anche la discrepanza tra la spesa che avevamo preventivato (16 euro totali) e quella che siamo stati costretti a fare a causa del cambio di zona di sosta (30 euro, 12 per il primo giorno e 6 per i successivi).
Il volo è affollatissimo, tanto che, all’imbarco, il personale di terra ci suggerisce di mettere in stiva (gratuitamente) anche il bagaglio a mano. Siamo temerari e decidiamo di provare a sistemarlo in cabina, riuscendoci, per fortuna.
Decollo puntuale e atterraggio in anticipo, Ryanair non ci delude mai!
Purtroppo, causa ISIS, Ebola e lavori gestionali in corso, i controlli post-atterraggio sono di una lunghezza disarmante: due ore di fila per la verifica dei documenti di identità e un fiume di persone che sbuffa e si lamenta in tutte le lingue del mondo. Non abbiamo comunque alternativa, se desideriamo uscire da Stansted, siamo costretti a seguire il percorso delle centinaia di persone che ci precedono.

Dopo l’estenuante imprinting con l’aeroporto londinese, ci dirigiamo verso la piazzola di sosta del Bus Terravision, che ci condurrà a London City. Avevamo acquistato i biglietti andata e ritorno, ad Alghero, al costo di 13 euro a testa  ( 12 sterline, per informazioni: http://www.terravision.eu/italiano/london.html ).   Per raggiungere il bus, seguiamo le indicazioni per l’uscita (siamo ancora dentro l’aeroporto), ma non varchiamo le porte scorrevoli per andare all’esterno, prendendo invece l’ascensore che si trova alla destra delle porte e scendendo al piano 0 (zero).    Troveremo lì, il bus che ci condurrà a Stratford, esattamente nella piazzola di sosta n.12 (rimane invariata, perciò, per coloro i quali, devono raggiungere lo stesso capolinea, valgono le informazioni che ho fornito).
In circa 45 minuti, giungiamo in una Londra colorata e caotica: sono le 16.00.
Il nostro albergo, si trova a circa dieci minuti di cammino dal capolinea del bus Terravision. Dalla stazione di Stratford, percorriamo lo Stratford Centre (centro commerciale) fino all’ingresso opposto a quello principale e giriamo a sinistra, seguendo la piazzola della chiesa, attraversiamo poi , girando a destra, il parchetto della chiesa e proprio di fronte a noi, scorgiamo l’insegna dell’IBIS (è necessario attraversare per raggiungerlo).
Il personale dell’albergo è molto gentile, alla reception, al nostro arrivo, è di turno Giuseppe, un giovane ragazzo italiano disponibilissimo.
Le stanze sono confortevoli e pulite, insonorizzate e dotate di bollitore e te in omaggio. Bagno ampio e materasso comodo. Ottima scelta, anche in questa occasione.
La nostra avventura londinese, può avere ufficialmente inizio.
Organizzatrice e guida, scelgo come prima tappa Piccadilly Circus!

Piccadilly
Prima di raggiungere il famosissimo luogo di interesse, ci fermiamo però da Subway, per riempire i nostri stomaci, che durante la giornata avevano accolto solo stuzzichini e dolciumi. Al costo di circa 3 sterline a testa, mangiamo un panino e ci dissetiamo (1 sterlina equivale a circa 1,20 euro).
Rifocillati, ci dirigiamo alla stazione di Stratford per acquistare, per ciascuno di noi, la Oyster Card, card plastificata ricaricabile, che permette di scegliere differenti tipi di abbonamenti , grazie ai quali è possibile agevolmente utilizzare i mezzi di trasporto londinesi.
Premessa: nemmeno scalatori, maratoneta, corridori e grandi atleti, potrebbero visitare Londra SOLO a piedi, ma la bella notizia è che grazie a metropolitana, bus a due piani, treni di superficie etc, puntuali e frequenti, gli spostamenti in città sono semplici e facilmente gestibili.
Prima della partenza, mi documento scrupolosamente sui costi e sui mezzi pubblici londinesi e scelgo, tra le varie opzioni la Oyster in modalità “pay as you go” (tutte le info in questo utilissimo sito: http://www.vivilondra.it/trasporti/londra-biglietti-oyster-card-travelcard.html ), che consente con una ricarica di circa 8.50 sterline al giorno (meno durante i week end), di utilizzare tutti i principali mezzi di trasporto della metropoli, per tutto il giorno, senza limiti di accesso, nelle zone 1-2-3 (le zone londinesi sono 6, ma quelle turistiche sono la 1 e la 2, la 3 è quella dove si trova l’IBIS hotel).
Per coloro i quali si trattengono a Londra per una settimana o più, risulta maggiormente economica la Travel Card, che può essere caricata sulla Oyster stessa (ovvero, nella card plastificata, possono essere caricati differenti tipi di abbonamento –settimanale, mensile etc., noi, vista la breve permanenza – 4 giorni – avremo speso molto di più con un abbonamento settimanale. Per informazioni utili, visionare il sito che ho postato poco sopra).
In regola con il pagamento delle tariffe di viaggio, ci dirigiamo con la Central line verso Oxford Circus, fermata da cui raggiungeremo facilmente a piedi Piccadilly. Lungo i corridoi della Tube londinese musicisti e artisti accompagnano i nostri tragitti verso i vagoni, in ogni occasione cerco di dar loro qualche sterlina, sono bravissimi!

the Tube
All’uscita dalla metro, ci accoglie una Oxford Street, affollata, illuminata e viva! I famosi bus rossi a due piani, simbolo londinese, si susseguono nelle strade ampie, circondate da negozi e persone di ogni etnia.
È fantastico, più emozionante di quanto ricordassi.
Camminiamo affascinati e adrenalinici e raggiungiamo il grande schermo illuminato di Piccadilly, pensando a quanto sia strano, in poche ore, raggiungere un mondo completamente differente da quello in cui vivi e sei cresciuto.
Ci godiamo ogni attimo, seduti in una piazzetta di fronte al multi schermo.
Cena a base di “Fish and Chips” per parte del gruppo, io e Massi, vegetariani, non fatichiamo a trovare una alternativa.
Attendiamo con ansia la giornata successiva.

Colazione da Starbucks per il secondo giorno londinese: nuova esperienza per i nostri compagni di viaggio, una consuetudine per me e Massi, quando ci troviamo all’estero. Cappuccino e pasta, circa 4 sterline a testa, il che, ci sembra veramente low cost dopo la recente esperienza norvegese.
In un sabato timidamente soleggiato, scelgo di accompagnare il gruppo alla scoperta di Portobello Road e del suo mercato. Fermata Nothing Hill e siamo subito immersi in un quartiere variopinto, allegro e come sempre affollato. Bancarelle e negozietti “sfilano” in una coreografica scelta di oggetti e sapori.

Portobello Road
Siamo incantati davanti a sorrisi, lingue differenti, culture fuse e integrate. Sperimento una discreta soddisfazione per aver scelto di visitare questa zona, così caratteristica, ancor più animata durante il sabato, poiché proprio in questo giorno settimanale, si svolge anche il mercatino d’antiquariato, che visitiamo e troviamo gradevole.
Foto e souvenir e poi via! Verso il Big Ben!

Big Ben
Un quarto d’ora di metro con opportune coincidenze e raggiungiamo la stazione di Westminster. All’uscita dalla metro, l’orologio più famoso del mondo, è lì ad attenderci insieme al Parlamento, imponente e fiero. Aerei in fila con frequenza di uno al minuto, attraversano i cieli londinesi, ipnotizzandoci e facendoci sognare il momento in cui saremo noi ad imbarcarci in un velivolo con quattro motori, specializzato in tratte intercontinentali, come quelli che solcano l’azzurro sopra di noi.

Prima di pranzo, raggiungiamo la Wenstminster Abbey , poco distante dalla Clock Tower (il tanto amato Big Ben), e passeggiamo nei suoi giardini esterni.
(Comunicazione di servizio: tra le tante cose, mi colpisce la difficoltà di trovare bagni pubblici, a parte quelli della metro [costo utilizzo 50 pence]. Visto il bacino di turisti, immaginavo di trovarne tantissimi lungo le vie cittadine, ma così non è stato.)
Attirati da una folla sempre più compatta, apparsa nei giardini dai quali si può ammirare il complesso dello Houses of Parliament, notiamo che sta prendendo piede una manifestazione anti ISIS, che attraverso cartelli e slogan, si propone di sensibilizzare il governo britannico sulla pericolosità dell’atteggiamento turco, percepito non collaborativo dagli astanti.

manifestazione

Ci uniamo per un po’ ai presenti e scattiamo qualche foto, ma quando la situazione pare degenerare e interviene la polizia, scegliamo di allontanarci e consumato il nostro pranzo, ci dirigiamo verso la Ruota Panoramica: il London Eye.
È il Tamigi ad accompagnarci verso l’attrazione, solcato da imbarcazioni turistiche e illuminato da un sole che si fa spazio tra le nuvole. La vista è bellissima e non possiamo resistere alla tentazione di immortalare lo spettacolo davanti ai nostri occhi. Sul ponte, scorgiamo un’altra manifestazione, questa volta di un folto gruppo di ambientalisti.
Il traffico risente della folla e questo ci permette di notare un bus a due piani, del tipico colore rosso, interamente dedicato alle nozze di due giovani, che festeggiano insieme ai loro ospiti, con una originale visita della città.

wedding
Vicino al London Eye, Massi e Manrico gustano una birra londinese presa al bar, troviamo una panchina libera nel lungo Tamigi e ci rilassiamo, osservando con curiosità il via vai di turisti di svariate nazionalità che si dirige alla ruota, per accedere alla quale una lunga fila di almeno tre quarti d’ora e una spesa di 17 sterline, ci scoraggiano. Abbiamo pochi giorni e scegliamo di comune accordo, di goderci la città, senza dedicarci troppo alle visite” interne”.
Dopo il relax, propongo al gruppo di raggiungere Buckingham Palace. Il consenso è unanime e con la metro, raggiungiamo la Stazione Victoria, poco distante dal Palazzo. Sono le 18 di una bellissima giornata di ottobre, immaginiamo la Sovrana, William, Kate e famiglia, intenti a preparare la loro tipica cena inglese e sorridiamo.
Scattiamo tante foto e ci rilassiamo poi in una panchina del vicino Green Park.
Le energie sono ancora tantissime e scegliamo di visitare anche Trafalgar Square, che raggiungiamo con la metro.
Fervono i preparativi per un evento che coinvolge la comunità africana, non riusciamo perciò a entrare nella Piazza, godendocela comunque lungo il perimetro e ammirando l’edificio che ospita la National Gallery, proprio lì accanto.
Una Londra notturna, ci regala ancora tante emozioni, siamo appagati da un viaggio che ci sta offrendo davvero moltissimo.

National Gallery
Spesa da Tesco (presentissima catena di supermercati) per la nostra cena. Ottimi panini, dolci e bibite, ad una cifra irrisoria, con 5 sterline a testa, siamo sazi e soddisfatti, dopo una giornata così positivamente stancante.

Dopo una abbondante colazione da Starbucks, la nostra domenica è inaugurata con la visita alla Torre di Londra (fermata metro Tower Hill, della District Line verde). Ad attenderci i mille papaveri rossi, in memoria della Grande Guerra e delle vittime della stessa. Ci godiamo il complesso sorto durante l’ XI secolo e ricordiamo che fu famoso soprattutto come luogo di detenzione (ad esempio di Thomas More) e proprio per via della sua funzione, sono tante le lugubri leggende riconducibili alla Torre.
Una gradevole passeggiata, ci conduce poi lungo il Tower Bridge, poco distante e semplicemente mozzafiato. Lo percorriamo con calma, nonostante la folla, perché non vogliamo perdere nulla del momento che stiamo vivendo.
Su richiesta e per desiderio di Manrico, nostro compagno di viaggio, scegliamo di visitare la nave-museo Belfast, al costo di 15 sterline. Un spesa d’ingresso rara per i musei londinesi, poiché nella maggior parte dei casi, sono gratuiti, ma comunque compensata dalla piacevole esperienza. Il percorso museale, ripercorre con una eccellente attenzione al dettaglio, la vita dei militari di marina, durante la seconda guerra mondiale. Tutti gli ambienti della nave, sono strutturati in modo da condurre il visitatore in un interessante viaggio mentale storico: dalla cucina di bordo, all’infermeria, dalla sala dei comandi, alle cuccette. È stata una esperienza particolare e arricchente.

Belfast
Dopo la visita, pranziamo nei tavolini di un M&S, altra catena di market fornitissimi, dove con una modica cifra (circa 6 sterline a testa), ci godiamo un pranzo estremamente soddisfacente e gustoso, comprendente macedonia e dolce.
Trascorriamo il pomeriggio ad Hyde Park, tra scoiattoli e cigni. Relax e sorrisi, immersi in una natura socializzata e per niente intimorita dall’uomo.

hyde park
Purtroppo nuvole minacciose si avvicinano e scegliamo di andare a visitare la National Gallery, gratuita e aperta fino alle 18. Artisti italiani e stranieri sono esposti nelle colorate sale, che visitiamo con vivo interesse e commozione.
Purtroppo, la pioggia ci attende e ci accompagnerà fino alla fine della serata, che concluderemo alla Cattedrale di St. Paul, maestosa davanti ai nostri occhi, con la cupola simile a quella di San Pietro.
È la nostra ultima notte a Londra e scegliamo di cenare in un locale di cucina portoghese, nei pressi del nostro Hotel: Nando’s.
In un ambiente allegro e colorato, il personale sorridente e di rara gentilezza, ci accompagna al tavolo e ci spiega che per poter cenare, dobbiamo ordinare e pagare al banco e poi attendere che i camerieri consegnino le ordinazioni ai tavoli.
Scegliamo perciò seguendo i nostri gusti, la scelta è vastissima, anche per vegetariani, nonostante la maggior parte dei piatti sia a base di pollo.
Per circa 10 sterline a testa, ci rimpinziamo di patatine fritte e hamburger vegetali (e di carne per i non vegetariani) e beviamo una eccellente birra (anche più d’una). Nando’s è una scelta suggerita caldamente.

Giunge troppo presto la data del rientro.
Il volo è previsto per le 17, ma alla luce delle file interminabili all’arrivo, scegliamo di prendere il bus alle 13.10, per non rischiare ritardi o peggio ancora di perdere il volo.
Dedichiamo la mattina allo shopping e sfruttiamo il fornitissimo centro commerciale di Westfield che sorge vicinissimo al nostro hotel. All’ibis chiediamo di poter lasciare i bagagli nel deposito e scopriamo che, a differenza di tutte le altre esperienze in strutture all’estero, è richiesto il pagamento di 2 sterline. Nonostante la cifra sia irrisoria e non abbia influito sul viaggio, ritengo sarebbe più adeguato consentire l’utilizzo gratuito della stanza custode delle valigie.
Il bus di Terravision ci accompagna a Stansted, dove, per fortuna, i controlli sono scorrevoli e non estenuanti.
Il volo decolla e atterra secondo programma.
Arrivederci Londra!

Se vi occorressero ulteriori informazioni e pensate possa essere io a fornirvele, contattatemi pure: initineremassimo10chili@gmail.com

Sarà un piacere esservi d’aiuto!

Silvia