Il ritrovato Belgio e la ritrovata voglia di raccontare.

Ricomincio dal verde sconfinato, dalle mucche rilassate sulle distese erbose, dal cioccolato che non vorresti smettere di degustare, esposto come fosse un  prezioso  di cui aver cura, nelle vetrine dei negozietti affacciate su strade affollate.

Ricomincio dal Belgio, che mi colpì con freccia cupidica nel 2010 e che per tanto tempo ho sperato di rivedere, desiderio realizzato dopo sei anni, nel giugno scorso.

Riprendo a coltivare il mio amato blog, per troppi mesi trascurato, nonostante le piccole tappe europee esplorate dall’inizio dell’anno,  di cui custodisco appunti di viaggio, in attesa che  le mie mani e i miei sguardi nostalgici li facciano sbocciare in pubblicazione.

A Cagliari la stagione balneare è già cominciata con successo, quando Massi ed io, atterriamo a Charleroi- Bruxelles con volo Ryanair (circa 60 euro a testa AR), in un umido pomeriggio.  Le previsioni meteo sbirciate durante la mattinata, non sono particolarmente confortanti. Una sinfonia temporalesca in stile fine del mondo, è prevista per tutti i giorni della nostra permanenza.

Ma l’assenza di perturbazioni al nostro arrivo, ci riempie di ottimismo.

Ci dirigiamo verso il Bus Shuttle per il quale abbiamo acquistato i biglietti online  poi stampati (https://www.brussels-city-shuttle.com/it#/) prima della partenza, usufruendo per questo di uno sconto di circa un euro per ticket. La piazzola di sosta dei mezzi si identifica e raggiunge facilmente, poiché superata l’uscita, voltando a destra e percorrendo qualche metro, si scorgono immediatamente  le transenne “ammazza furbizia” che contengono la fila.

La salita sul Bus avviene in modo molto ordinato e sereno e c’è posto per tutti i viaggiatori paganti.

In un’ora circa raggiungiamo la Stazione Midi di Bruxelles, distante (in teoria) quindici minuti a piedi dal nostro hotel.  La teoria è però sconfitta da stanchezza, sopravvalutazione del nostro senso dell’orientamento e dal calar del sole, così, arriviamo in Hotel dopo più di mezz’ora di camminata, appesantita da bagagli e pioggia che in ritardo ci da il benvenuto.

Alloggiamo al Bedford, un quattro stelle per il quale ottengo uno sconto eccezionale grazie al mio essere utente Genius su booking.com (http://www.booking.com/hotel/be/bedford.it.html ), saremo a cinque minuti dalla Grand Place e la colazione abbondante e variegata sarà inclusa.

Alla Reception ci accoglie un giovane e sorridente ragazzo siciliano.

Socializziamo e condividiamo qualcosa delle nostre vite.

Ci assegna poco dopo una camera al quinto piano, augurandoci una buona serata.

Massi  e io, iniziamo a sentirci discretamente provati per il lungo viaggio, abbiamo voglia di rilassarci e di abbuffarci con le leccornie comprate in stazione all’arrivo in città. Proprio la stanchezza non ci mette in allerta, quando dopo diversi tentativi, non siamo in grado di aprire la porta della camera.

Insisto nell’appoggiare la scheda sull’oasi dedicata, nei pressi della maniglia, ma l’uscio resta serrato.

Poi, finalmente (penso) la porta cede, ma non per merito nostro.

Un robusto signore anglofono è davanti a noi, sconcertato, ma soprattutto nudo.

L’imbarazzo prende forma nei nostri sguardi (prontamente puntati verso il soffitto per evitare sgradite visioni) e nelle nostre bocche spalancate. Gli spiego che c’è stato un errore nella attribuzione del numero della stanza e mi scuso.

Quando torniamo in Reception e spieghiamo l’accaduto, riceviamo cascate di scuse e una quadrupla più grande del nostro appartamento a Cagliari, senza nessun costo aggiuntivo.

Il sonno nell’accogliente lettone, ci rigenera.

Il giorno successivo è domenica e abbiamo in programma una gita a Brugge, scelta pianificata per usufruire degli sconti nel weekend  (biglietti acquistati online e stampati prima della partenza http://www.belgianrail.be/en/Default.aspx  ).

Una ricca colazione ci mette energie in zaino, ci dirigiamo grintosi alla Stazione Centrale (Gare Central).

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Forti del nostro ticket che ci permetterebbe di visitare tutto il Belgio in una giornata, alla modica cifra di 20 euro, guardiamo il tabellone delle partenze tanto euforici quanto superficiali e cadiamo nella tela di una profezia che si auto avvera. Invece del diretto verso la cittadina, prendiamo un treno con circa seicento tappe intermedie su tutto il territorio e siamo a Brugge in tre ore. Pur avendo tentato di tamponare il danno, chiedendo informazioni al Capo Stazione, dobbiamo attendere l’arrivo a Brugge senza poter cambiare vettura, poiché impiegheremo un tempo superiore nel tornare a Bruxelles e prendere un altro treno.

Ma che ci importa in fondo? Siamo in vacanza, la giornata è soleggiata contro tutte le previsioni e poco distante dalla Stazione di Brugge (dove prendiamo una mappa della città, gratuitamente, all’Info Point), vediamo,  immerso nel verde un fantastico Food Truck Festival che durerà tutto il giorno.

Ci immergiamo tra la gente, assorbendo profumo di fritto e arrosto, integrati perfettamente nel contesto.

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Poi proseguiamo per rivedere una cittadina che amammo moltissimo durante la nostra prima volta in Belgio.

La Piazza ci attende con le sue casupole colorate, le cioccolaterie, turisti.

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I furgoncini che vendono fritti e oleosi spuntini, ci chiamano, cediamo e degustiamo in piazza una porzione extra large di patatine imburrate (i nostri stomaci vanno in ferie per qualche ora).

Passeggiamo tra scorci e canali, la giornata vola.

Scegliamo di concluderla con una birra, prima di rientrare a Bruxelles.

Seduti verso la piazza, viviamo uno di quei momenti nei quali la mente è travolta da note serotoninergiche e tutto ci sembra leggero e possibile.

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Il rientro non riserva sorprese. Solo ci colpisce la ferita ancora aperta di una Bruxelles che ha subito il recente attentato e si scopre esposta. I militari sono presenti in molte zone strategiche della città, scrutanti e attenti.

Dedichiamo il terzo giorno alla capitale.

Dopo la nostra soddisfacente colazione, raggiungiamo in un soffio la Grand Place, dove ci fermiamo  a lungo per trattenere quanto più possibile ricordi visivi, di tanta bellezza, dei colori, dei volti.

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Tappa obbligata al Manneken Pis, il bimbo dall’urina incontrollabile, sempre molto elegante  e curato nei dettagli.  A parte noi, c’è un limitato gruppo di orientali che scatta e sorride, quindi riesco a ritagliarmi uno spazio ottimo per qualche foto.

Nonostante avessimo già vissuto nel 2010 l’esperienza, decidiamo di rispolverare i nostri ricordi utilizzando i Bus turistici della City SightSeeing, che al costo di 25 euro a testa, ci accompagnano in un tour delle principali attrazioni, fino a quando non scorgiamo un verde parco con laghetti, nel quale scegliamo di improvvisare un pic-nic e rilassarci.

A fine serata, una fitta, anche se non aggressiva, pioggerella, ci costringe ad alzarci.  Passeggiamo mano nella mano, protetti dai nostri ombrelli. Nemmeno la pioggia è in grado di rovinare la bellezza di certi momenti, anzi, se discreta ne intensifica la portata. L’unico nemico, almeno per i miei capelli, è l’umidità quasi intollerabile.

Il giorno seguente, abbiamo il volo alle 21.20, possiamo perciò dedicare ancora una intera giornata alla nostra amata Bruxelles.

Dopo il check out,  ci dirigiamo verso il Birrificio a conduzione familiare Cantillon, aperto al pubblico e soprattutto dispensatore di ottime degustazioni.

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Al costo di 7 euro a testa, è possibile visitare la struttura,  guida cartacea alla mano, dopo  aver ascoltato un preambolo sulla sua storia esposto in inglese, dallo stesso proprietario e alla fine del tour, bere due birre del campionario, incluse nel biglietto ed eventualmente  proseguire fino a ubriachezza molesta, pagando di tasca, se lo si desidera.

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Bere alle 11 del mattino, cambia e migliora la prospettiva della nostra ultima giornata in Belgio.Rassicura me, simil-aerofobica e rassicura Massi, il cui ruolo ufficiale di calmante, viene alleggerito dalle proprietà distensive della birra.

Trascorriamo le ore successive tra negozi e cioccolaterie, un po’ per degustare, un po’ per acquistare.

Il tragitto verso il Bus Shuttle che ci condurrà in aeroporto, è illuminato dai lampi e musicalizzato dai tuoni di un temporale fuori misura.Siamo stati veramente fortunati e ringrazio l’apocalisse che ha scelto di posticipare la propria visita.

Volo parzialmente sereno, con picchi di ansia regalati da una signora che utilizzava tranquillamente facebook ad alta quota, nonostante i rimproveri degli assistenti di volo e i miei.

Mi affido alla sorte, che benevola ci riconduce a casa. Sono pronta per l’avventura che ci attende tra qualche settimana.

 

 

 

Di Copenaghen e di altre meraviglie nordiche.

Sveglia alle 3.30, il Taxi passerà alle 4.45 per condurci all’aeroporto in una calda e umida nottata di fine agosto.
I più lucidi appaiono i nostri mici, che superata l’iniziale perplessità derivante dal buio totale ancora imperante, pretenderanno la colazione e intoneranno, per raggiungere lo scopo, miagolii da tenore lirico.
Io e Massi, palpebre cascanti e ripresa lenta, verifichiamo di non aver scordato nulla e iniziamo l’avventura: Copenaghen ci aspetta!
Il volo Alitalia da Cagliari AR (con scalo a Roma Fiumicino), ci costerà circa 200 euro a testa, un’offerta che, trattandosi della capitale danese, “non si poteva proprio rifiutare”.

Atterriamo all’aeroporto di Kastrup intorno alle 12 e raggiungiamo in circa dieci minuti il binario del treno che ci condurrà alla stazione centrale (Københavns Hovedbanegård). Lo scalo aeroportuale ha le sembianze di un centro commerciale: per gli affamati appena giunti in città, un paradiso di ristoranti, chioschi e punti ristoro. Noi decidiamo di pranzare dopo aver raggiunto l’hotel, acquistiamo i biglietti del treno alle macchinette automatiche (che NON sono in prossimità dei binari, ma al piano superiore) e prendiamo posto nel silenzioso e veloce mezzo, che raggiungerà il principale snodo ferroviario in circa 7 minuti, durante i quali discorriamo con una studentessa italiana, appena atterrata, la quale ci spiegherà di dover trascorrere due anni a Copenaghen e condividerà con noi le proprie paure. Reduce dalla lunga esperienza berlinese e empatizzando profondamente con lei, fungo da mamma chioccia, rassicurandola con autentico interesse.
La Stazione Centrale dista circa cinque minuti di camminata dall’Hotel Løven, nel quale alloggeremo (scelto tra tanti per prezzo e posizione), che si rivelerà una struttura senza pretese, senza televisione, senza un utilizzabile segnale wifi, ma con un supermercato LIDL salva portafoglio a circa 200m e un frigo enorme in camera, che ne risolleveranno le sorti. Mentre ci dirigiamo verso l’albergo, grida di intensità riconducibile ad un massacro da film Horror, attirano la nostra attenzione: è il caloroso benvenuto del Parco di divertimenti Tivoli, paradiso ludico, al quale perfino Walt Disney si ispirò, che permette ai visitatori uno sfogo da competizione attraverso l’urlo libero in concomitanza con l’utilizzo dei numerosissimi giochi.

Tivoli

Tivoli

Dopo un veloce check in e un pisolino ristoratore, percorriamo a piedi le ampie strade che portano al centro e ci perdiamo in una Copenaghen rinfrescata da un nordico venticello e affollata da pedoni e ciclisti. L’altezza media locale ci inquieta e perfino il metro e ottanta di Massi potrebbe ricevere la candidatura per la “sindrome da Folletto Lannister”.
Raggiungiamo lo Strøget nel centro storico cittadino, isola pedonale attorno alla quale si diramano viuzze animate da artisti di strada, negozi, ristoranti, gelaterie e lo percorriamo mano nella mano, sentendoci parte di una atmosfera rilassata e gradevole che culminerà nei colori di Nyhavn, antico porticciolo da cartolina, icona della città e magia per occhi e anima di chi ha la fortuna di trascorrervi del tempo. La sveglia notturna è valsa la pena, il tramonto assaporato tra i ristoranti, i profumi e le sfumature di Copenaghen, ci concede emozioni e ricordi di rara bellezza.

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Il giorno successivo scegliamo, come spesso in occasioni precedenti, di familiarizzare con la città attraverso il Bus Turistico – Red Bus (175 corone a testa, per l’intera giornata, Hop On, Hop Off). Spiegazione anche in italiano, dettagliata e interessante, relativa ai principali luoghi di interesse. Scendiamo nei pressi della Statua della Sirenetta, che ci attende cupa e inquieta, volta verso l’orizzonte. Tanti turisti in fila per la foto di rito, ma a destare la mia attenzione, sono purtroppo i numerosi rifiuti che galleggiano nei pressi delle rocce che sostengono la scultura: plastica, cartone, addirittura frutta, annebbiano la bellezza del simbolo danese ed è un vero peccato.

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La nostra mattinata prosegue nella Langelinie, tra verde sconfinato, azzurro del cielo, blu dei laghetti e nero delle magliette indossate dai crocieristi della “Full Metal Cruise” attraccata in zona, completamente dedicata agli amanti del genere, che popolano le strade del centro. Dedicheremo la serata alla visita del quartiere Nørrebro multietnico e accogliente, dispensatore di positività, al rientro dal quale ci fermeremo in una panchina lungo un laghetto dove cigni veri e in sembianze di pedalò, ci accompagneranno fino al calar del sole, che ci concederà una vista mozzafiato sulla città.
Grazie ai preziosi consigli di due cari amici ex abitanti danesi, scegliamo di dedicare le giornate successive, alla visita di Roskilde e Malmoe (in Svezia), cittadine poco distanti da Copenaghen e facilmente raggiungibili con gli efficienti treni locali.
Spenderemo per raggiungere la prima, famosa città legata profondamente alla storia vichinga, 192 corone AR a testa. Sul treno che partirà dalla stazione centrale di Copenaghen e avrà come capolinea proprio Roskilde, wifi gratuito e bustine con i logo della compagnia ferroviaria a disposizione dei passeggeri, le trovo carine e ne prenderò una decina come souvenir a costo zero! In venticinque minuti siamo a destinazione, la stazione è minimale, con un solo binario e le macchinette dispensatrici di biglietti lungo le banchine d’attesa. Il centro è raggiungibile con una breve camminata che allungata di poco, conduce anche al museo vichingo (l’assenza di veri e propri confini tra museo ed esterno, creerà confusione in me e Massi, che ci renderemo conto solo dopo aver visitato parte della struttura, di essere al suo interno senza biglietto!). Pausa relax su una panchina e pranzo nei tavolino all’aperto del centro grazie ad un clima tiepido e coccolante.

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Rientriamo a Copenaghen nel pomeriggio e visitiamo il parco Tivoli (99 corone a testa per l’ingresso, giochi da pagare a parte, all’interno), luogo magico, dove prati, specchi d’acqua dimora di pesci, anatre, cigni e gabbiani, giochi, punti di ristoro e colorate strutture, regalano una esperienza senza uguali. Visitai il parco divertimenti nei pressi di Parigi, circa dieci anni fa, ma nulla a paragone con la meraviglia tivoliana, una città dentro la città, dove l’età perde significato e dove grandi e piccini possono vivere un piccolo sogno. Scorgo adulti che accompagnano i propri bambini in giochi più o meno audaci e leggo più ansia nei loro occhi che in quella dei loro piccoli. Il sottofondo di grida, ci fa compagnia e ci fa sorridere.

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La serata si conclude con la piacevole esibizione dell’orchestra di Tivoli. Ricordi preziosi che custodiamo gelosamente.
Penultima giornata dedicata a Malmoe, che raggiungiamo in circa trenta minuti, con 172 corone danesi (all’andata), 105 corone svedesi (al ritorno) dalla stazione centrale. Un bellissimo panorama accompagna il nostro viaggio in treno, dal quale scorgiamo le tipiche pale eoliche nordiche che spuntano dall’acqua e paiono galleggiare sul mare, sono tante, tantissime!
Giunti nella cittadina svedese, identifico nei pressi della stazione un info point, dove ci danno una mappa della città (gratuitamente) e sorrisi di buona giornata. Il centro è vicinissimo. Passeggiamo tra viuzze, piazze e ponticelli e ci godiamo questa perla nordica, dove l’architettura ci rimanda al 2011 e al nostro indimenticabile viaggio a Stoccolma.

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Tornati nella “cugina” Danimarca, in serata visitiamo la tanto discussa e controversa Christiania, quartiere-cittadina parzialmente autogovernato all’interno di Copenaghen, che tra le altre cose, possiede un ampio e fornitissimo Green Light District, nel quale erba e “cannoni”, vengono venduti e fumati in amicizia totale. Letture precedenti alla visita, ci mettono al corrente delle regole da rispettare all’interno della zona ormai polo turistico affollatissimo:
-non fotografare
-non utilizzare i cellulari (no telefonate)
-non ostentare (?)
L’ultima regola ci lascia perplessi, ma cerchiamo di rispettarla. Resto affascinata dai colori, dai sorrisi e dal profumo intenso dell’erba che stende l’olfatto di grandi e piccini.Un’esperienza particolare, affatto pericolosa (come alcuni l’avevano definita) e assolutamente da depennare nella lista di cose da fare. L’atmosfera è distesa ed è possibile accomodarsi nei tavoli all’aperto, bere una birretta e per chi lo desidera, fumare i prodotti locali. Senza dubbio una fetta turistica sui generis.

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Percorriamo al rientro il bellissimo quartiere di Christianshavn, perla cittadina dove il fascino delle case risalenti al Diciannovesimo secolo, si fonde con una modernità in continua evoluzione.
La nostra esperienza danese, dinamica e arricchente, si conclude con quella velocità accelerata, tipica dei momenti di gioia e passione. Una tappa non economica, ma il cui costo è stato ripagato dalla bellezza dei luoghi, dei profumi e delle sensazioni vissute.
Resto a disposizione, per qualunque più precisa informazione che possa essere utile a quanti tra voi, progetteranno un viaggio in questa nordica, amabile cittadina.

Mesi Berlinesi: l’Alloggio.

Raggiungo l’ingresso dell’appartamento nel quartiere Friedrichshain, che custodirà per mesi il mio quotidiano e oscillo tra la morbosa curiosità di conoscere la proprietaria/coinquilina, che ha scelto di affittarmi una camera e il timore che tra noi, l’imprinting non sia positivo, compromettendo la convivenza.
Premo il tasto del citofono e attendo.
Una voce flebile, la cui origine geografica sembrerebbe all’apparenza localizzata almeno a due chilometri di distanza, appresa la mia identità bisbiglia qualcosa, ovviamente in tedesco accelerato e dialettalizzato e altrettanto ovviamente io non comprendo.
Resto impalata all’ingresso senza sapere esattamente cosa fare, fino a che una bella signora di mezza età, bionda e sorridente, apre il portone, mi porge la mano e senza che io possa proferire obiezioni, trascina la mia valigia da 25 kg fino alla porta di casa: è lei, è R.!
Poggiati i miei bagagli, si dirige a passo veloce verso una scarpiera “a cielo aperto” e mi porge un paio di pantofole. Siamo ancora nell’ambito dei primi venti secondi di conoscenza e io resto un po’ spiazzata, temo una sua ossessione per la pulizia dei pavimenti con pattine annesse e tento di spiegarle che ho le mie pantofole in valigia, ringraziandola comunque per la premura. Il mio tedesco è acerbo e imbarazzato. Il mio non verbale è certamente più chiaro, per questo R. cerca di mettermi a mio agio utilizzando il suo bagaglio inglese, bagaglio che tuttavia deve richiudere nell’immediato, poiché discretamente impolverato causa inutilizzo dagli anni Settanta (almeno).
Così rimaniamo io, lei, le pantofole e il tentativo di costruire una comunicazione sufficientemente comprensibile per entrambe, fatta di vocaboli tedeschi reali (i suoi) e neologismi improbabili (i miei).
Scoprirò che è usanza comune in Germania, indossare le pantofole all’ingresso , che si sia ospiti o residenti. R. in quell’occasione, mi dava solo un tedesco benvenuto.
La prima sera, mi chiede di cenare con lei e la sua gentilezza mi rassicura e mi fa sentire accolta.
Prepara insalata di rucola, formaggi e cetrioli alla tedesca. La condivisione di aspetti delle nostre vite è intervallata da lunghi momenti di silenzio, che purtroppo visto il limite iniziale del mio vocabolario, non possono essere facilmente riempiti. È frustrante, ma il pasto all’arrivo, quella sera, diverrà il simbolo della mia crescita nell’apprendimento del tedesco, aneddoto natalizio da raccontare a parenti e amici che domanderanno se davvero sia stato utile, fare una esperienza all’estero per agevolare l’acquisizione della lingua.
E di quella cena ricorderò anche l’audacia con cui R., ha esplorato la sua cavità orale con manualità avida e decisa, facendomi inizialmente temere un rischio soffocamento derivante dall’ingestione di un boccone di dimensione eccessive. Ma davanti alla richiesta di rassicurazioni, l’esibizione da parte sua, di un pezzo di rucola incastrato tra i denti e vittoriosamente estratto, è stata in grado di rasserenare il mio animo turbato.
Siamo così diverse io e R.:
vegetariana io, avida consumatrice di carne rossa, grassa e succosa, impadellata e imburrata quotidianamente, lei (l’odore delle sue cene, penetrerà nei miei abiti, seppur custoditi nell’armadio, legandosi alle fibre di tessuto con un patto di sangue a lunga scadenza),
anti fumo io, accanita fumatrice lei (ogni sera, varcato l’ingresso al rientro a casa, verrò abbracciata da una nuvola di fumo di dimensioni epocali, anch’essa ancorata ai miei abiti e ai miei capelli)
eppure, fin da subito troviamo una discreta sintonia nell’organizzazione della convivenza.
Prima di abbandonarmi al sonno, quella sera, nel caldo divano letto in Finowstraße, in una camera accogliente e adatta alle mie esigenze, sistemo i miei prodotti nel bagno (che condividerò ovviamente con R.) e mi preparo per la notte. Lavaggio denti, spazzolate ai capelli e test della comodità del wc. Proprio in quest’ultima fase, volgo lo sguardo verso l’ampia finestra della stanza e mi accorgo dell’assenza di tende che proteggano la mia privacy. Sono in un ambiente illuminato da luce artificiale, perciò ad alta visibilità dall’esterno, di notte, esposta a tutti i potenziali osservatori che abitano nel palazzo di fronte, costituito da circa sette piani di finestroni a distanza ravvicinata, tutti puntati sul bagno di R. . Vorrei avvolgermi nella tenda della vasca, avere uno scudo, una tuta spaziale o almeno un passamontagna, ma dopo la cascata di imbarazzo associata a quel momento, mi rendo conto col passare dei giorni, che soltanto io, ho interesse verso ciò che accade all’esterno dell’appartamento, che alle famiglie tedesche, del tutto disinteressate all’utilizzo di tende, non importa violare la privacy altrui, ma focalizzarsi sulla propria esistenza. L’immagine del mio vicinato cagliaritano, al corrente anche del numero di volte in cui durante la settimana butto la spazzatura, lentamente cede spazio all’amabile abitudine di farsi gli affari propri e pur con giornate altalenanti, mi abituo al nuovo assetto della mia vita.
Prendere possesso della camera, sancisce il definitivo inizio di un’avventura che segnerà in maniera significativa la mia esistenza. Mi aspetterà successivamente l’avvio del corso di tedesco, del quale presto mi piacerebbe raccontarvi.

Berlin

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