Di Budapest a Natale e di giornate indelebili.

Non esiste viaggio che ami più di quello invernale. La mia mente, inizia a sognare mercatini natalizi, vino caldo e addobbi, più o meno dalla primavera. Luminarie, casette di legno, la miscela di fragranze dolci e salate, rappresentano un feticcio viaggereccio che attendo con infrenabili entusiasmo e impazienza.

Quest’anno la mia passione viscerale (l’anno scorso in realtà, visto il passaggio del testimone appena avvenuto tra 2019 e 2020), coinvolge non solo Massi, ma anche mia sorella Anna e i miei cognati Michela e Roberto: insieme raggiungeremo Budapest il 26 dicembre. Ci incontriamo in aeroporto in un tiepido pomeriggio sardo, imbacuccati come se dovessimo superare il glaciale inverno sulla Terror e attendiamo il decollo sudando come cotiche allo spiedo. La temperatura in aereo rasenta quella dell’agosto cagliaritano alle 14, sotto il sole, ma sappiamo che il nostro bagaglio, ripieno di indumenti termici, si rivelerà l’arma vincente una volta atterrati in Ungheria. Uno scambio di posti, inaspettato e assai gradito, mi consente di sedere accanto a Massi e rimescola la randomica assegnazione dei sedili offerta gratuitamente da Ryanair, che aveva spalmato il nostro gruppo su tutto l’aereo. Due ore di volo tranquillo ci conducono alla meta. Atterriamo a fine serata in un aeroporto ordinato, pulito e dotato di tutto ciò che occorre per chi giunge in città da viaggiatore.

Prima tappa Atm, abbiamo bisogno di un po’ di fiorini per le spese iniziali: tickets dei mezzi pubblici e cibo. Acquistiamo i biglietti al banco della BKK, azienda dei trasporti cittadini. Scegliamo un abbonamento di gruppo (massimo per 5 persone) della durata di 24 ore, che ci permetterà di usufruire di metro, bus e tram. In più, compriamo i nostri biglietti per il bus 100E, che non rientra nelle linee urbane incluse nell’abbonamento, ma ha un costo di 900 fiorini (circa 3 euro). Per ulteriori informazioni su trasporti e tariffe, suggerisco il sito dedicato: https://bkk.hu/en/tickets-and-passes/prices/.

Per raggiungere il nostro Hotel (Danubius Arena), utilizziamo il bus 100E fino alla stazione Astoria, che ci coglie alla sprovvista e ci regala la nostra prima corsa direttamente sul mezzo per riuscire a scendere in tempo, poi da lì, ci infiliamo nella metro M2 rossa, verso la fermata Puskás Ferenc Stadion che dista circa un minuto di camminata dall’albergo.

Il Check-in viene rallentato da un problema verosimilmente informatico, che trattiene l’addetto alla Reception per parecchi minuti. Visibilmente disperato, guarda il monitor davanti a lui, senza accorgersi che chiediamo la sua attenzione.  Ma tutto si risolve per il meglio e otteniamo le nostre stanze, che per fortuna sono nello stesso piano e perfino una accanto all’altra. La camera è ampia, pulita, insonorizzata, dotata del preziosissimo bollitore e di una allettante vasca da bagno che mi concederà assoluto relax in numerosi fine serata. Mi bastano pochi minuti per capire che ho fatto la scelta giusta: l’hotel è perfetto per le nostre esigenze e considerati il costo contenuto e il panorama mozzafiato godibile dalla finestra, lo promuovo immediatamente a pieni voti. Ceniamo con i panini presi all’aeroporto e stiamo un po’ insieme in una delle stanze per organizzare la giornata successiva, prima della buonanotte.

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 Il giorno dopo, scegliamo di fare colazione nella zona di Deák Ferenc tér. Sarà il caso a decidere la location, perché non abbiamo una precisa idea di cosa troveremo una volta usciti dalla metro. Notiamo subito i mercatini che vengono preparati per l’apertura e una maestosa ruota panoramica, che mostrerà tutta la sua bellezza dopo il tramonto, illuminata e visibile da parecchi chilometri di distanza. Entriamo in un piccolo bar, dove una gentilissima coppia di turisti ci cede il proprio tavolo per concederci una colazione comune. Prendiamo cappuccini, croissant, muffin e succhi d’arancia. I prezzi sono veramente contenuti rispetto al Nord Europa (è ancora fresco il ricordo delle colazioni fatte a Helsinki qualche mese prima, ma soprattutto di quelle norvegesi e svedesi, per cui sarebbe stato utile un mutuo). A stomaco pieno, ci perdiamo tra le vie cittadine, inebriati da odori di spezie, cannella e arrosto.

Superiamo Pest, la parte più moderna della città, per raggiungere Buda, la parte antica e percorriamo il Ponte delle Catene, ribattezzabile come il ponte dei venti polari che attraversano in scioltezza i vestiti e oserei dire perfino l’epidermide, il derma e l’adipe. La città vecchia, meravigliosa, restituisce tutta la sua bellezza sotto un timido sole che ne esalta i lineamenti architettonici. Ci dirigiamo verso il distretto del Castello, lungo una salita e numerosi scalini. Incrociamo persone giunte da tutte le parti del mondo e assorbiamo un intrecciarsi di idiomi, profumi, sguardi e volti. La rappresentanza italiana è decisamente imponente. Ci perdiamo nel panorama che il distretto del castello concede, poi proseguiamo tra le viuzze che si snodano nel quartiere storico.

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Scegliamo di entrare in un Labirinto segnalato da una freccia. Esperienza decisamente interessante e fuori dagli schemi. Uno spazio che porta con sé secoli di storia e che venne utilizzato come prigione, luogo di tortura, bunker, ospedale militare e tanto altro ancora. Anna, Michela ed io (Massi e Roberto preferiscono aspettare fuori) attraversiamo gli stretti e bui passaggi, dove incontriamo allestimenti di opere liriche, feste, bambini inquietanti, tombe e pozzi. La visita si conclude, lasciandoci addosso soddisfazione e stordimento insieme.

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Pranziamo in un ristorante self service, accogliente e soprattutto economico. Io e Massi prendiamo del riso con verdure e crocchette di patate, gli altri assaggiano anche il famoso spezzatino che inizialmente siamo convinti si chiami Gulasch, ma grazie ad una guida turistica, scopriremo avere un altro nome(Pörkölt). Vorremmo trattenerci, ma un giovane cameriere ci fa capire che il tavolo attende nuovi ospiti.

Dopo il pasto, ci aspetta il Bastione dei Pescatori, imponente, romantico, gremito. In assoluto uno dei luoghi che amo maggiormente della città e che mi conquistò già nel 2006, quando per la prima volta Massi e io ci recammo a Budapest.

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Portiamo con noi tutta la bellezza possibile e ci dirigiamo a piedi verso il Danubio, per visitare il memoriale dedicato alle vittime dell’Olocausto. Sulla riva del fiume, decine di scarpe giacciono allineate, rendendo indelebile il ricordo dell’efferatezza nazista. Calzature di tutti i tipi, di tutte le dimensioni, lasciate sulla riva del fiume mentre le vittime venivano gettate tra le acque e uccise con un colpo di pistola alla testa. Tra le tante, mi trafiggono due scarpine da bimbo, non c’era salvezza nemmeno per i più indifesi e vulnerabili, nessuno veniva risparmiato. La ferocia dei carnefici e l’impotenza delle vittime, sono restituite come un pugno in pieno petto. Pietre e lumicini, sono posizionati lungo il memoriale. Sapere che tanti preservano la memoria con questi piccoli gesti di vicinanza, fa bene all’anima.

Ci tratteniamo per un po’, dando così la possibilità a Roberto di fare delle foto con tutta la calma di cui ha bisogno. Riprendiamo poi il ponte delle catene e riabbracciamo Pest, dove le luminarie, animano strade e mercatini. L’atmosfera è magica. Sorseggiamo un Mulled Wine nei pressi della Basilica; su di essa, un gioco di luci tridimensionale accompagnato da un sottofondo musicale. Uno spettacolo che interrompe il fitto vociare e per qualche minuto dona un silenzio assoluto. Degustiamo poi il dolce tipico ungherese, la cui impronunciabilità (kürtöskalács) è direttamente proporzionale all’impossibilità di smaltirne l’apporto calorico.  Crema alla vaniglia, panna montata, cioccolato, cannella, calorie, iperglicemia e bontà: siamo satolli.

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La serata vola e prima del rientro, cerchiamo un market aperto per fare una piccola spesa.

Il giorno dopo facciamo colazione nei pressi del Parlamento, dove troviamo un carinissimo Bar, nell’edificio che ospita il Museo del Cioccolato. Dolce e salato si intrecciano al nostro tavolo, perché Roberto preserva un certo grado di leggerezza con una omelette con pancetta. Noi scegliamo croissant, paste alle noci e cappuccini. Il locale è talmente carino, che decidiamo all’unanimità di tornare anche la mattina successiva.

Per le 10:30 abbiamo prenotato un Free Walking Tour (in italiano) con una guida ungherese di nome Orsi, che si rivelerà brillante, preparata e simpaticissima. Per due ore e mezza, ci concede il suo vissuto e ci porta in una Budapest diversa da quella raccontata dai resoconti cartacei. Dolori, oppressioni, ferite che hanno lasciato il segno e che si fondono inevitabilmente con la personalità dei cittadini. Orsi ci fa riflettere sulle differenze generazionali e si illumina nel parlare delle speranze dei giovani ungheresi. Con autentica passione ci dona parti di sé e della sua vita, sfiorando le corde della tolleranza, dell’empatia, della comprensione verso culture altre, che nascono da storie differenti. La visita parte dal Parlamento e si conclude davanti alla grande Sinagoga. Durante il Tour, ci fermiamo accanto alla recente scultura commemorativa, che il governo ha eretto in ricordo delle vittime dell’Olocausto e che vede l’arcangelo Gabriele (simbolo dell’Ungheria), sottomesso dall’aquila imperiale tedesca, che lo sovrasta. Immagine che edulcora il ruolo attivo avuto dagli stessi governanti ungheresi nel sostegno al nazismo e assolve corresponsabili e collaborazionisti. Orsi ci spiega quanto ancora venga criticata la scelta di erigere un monumento che falsifica la realtà, alimentando un revisionismo mal tollerato dai cittadini, che da anni protestano in maniera attiva e continuativa, deponendo lungo il perimetro della scultura scritti, fotografie e documenti, testimonianza di ciò che realmente accadde.  Un tassello delicato, raccontato con lucidità e chiarezza.

Consiglio caldamente il Free Tour con Orsi, per maggiori informazioni potete dare uno sguardo su https://www.freetourinitaliano.com/.

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Dopo il tour, ci dirigiamo verso i Mercati Generali con l’idea di pranzare al piano superiore dell’edificio, che ospita vari ristoranti. Ma la nostra idea è tutt’altro che originale e il numero spropositato di persone con cui dovremmo condividere spazi e ossigeno, ci porta a modificare i programmi. Facciamo un giro tra i box al piano terra, ammirando la cura nell’esposizione, respirando i profumi di spezie, zuppe, frutta e dolci. Poi ci rituffiamo nelle vie cittadine per trovare un posto accogliente dove mangiare. Mia cognata nota un ristorante che soddisfa tutti, dove possiamo riposarci e rifocillarci. Anna, Michela e Roberto, assaggiano la zuppa di Gulasch, Massi ed io scegliamo degli gnocchi e una piadina. Costo onestissimo, ma i fiorini ungheresi sono dispettosi e quando pensi di avere un capitale, scopri amaramente con il convertitore di valuta, che la povertà regna sovrana e devi prelevare ulteriormente. Roberto ribattezza la moneta locale “cazzillo” e per tutta la durata del viaggio, l’entità dei cazzilli nei portafogli, sarà l’argomento principe.

Dopo pranzo, decidiamo di visitare il quartiere ebraico e ce ne innamoriamo. Un intreccio di localini, pub, negozi, ristoranti, murales e palazzi antichi. Per caso, scopriamo una galleria di artisti e hobbisti e diamo fondo alle nostre finanze comprando dei quadretti, che abbelliranno le nostre case. Le luci natalizie, amplificano il fascino degli scorci che sono già di per sé suggestivi. Adoro questo periodo dell’anno ed è sempre un privilegio potersi immergere nel fascino delle città vestite a festa. Passeggiamo fino alla Fashion Street, elegante e raffinata via pedonale nei pressi della ruota panoramica, impreziosita da alberi di Natale e luminarie imponenti.  Da lì, raggiungiamo i mercatini natalizi di Piazza Vorosmarty, i più antichi della città. Poi, sosta per un tè caldo nel bar di un hotel che ci permette di usare gratuitamente anche un bagno discretamente lussuoso e tappa finale della serata ai Mercatini sotto la Basilica, dove ci scaldiamo con un buon Mulled Wine e delle eccezionali patate arrosto. Brindisi, per salutare una meravigliosa Budapest in notturna, in una delle panche in legno allestite per i mercatini, conquistata dopo essere stati scacciati da un bambino che si abbuffava in solitudine e che con molta decisione ha rifiutato la nostra richiesta di poter sedere accanto a lui.

Il giorno successivo, il volo sarà a metà serata, per questo possiamo sfruttare al massimo la mattina. Colazione nel “nostro” Bar vicino al parlamento, dove Michela e Roberto, si tengono leggeri con uova fritte e omelette alle 9 del mattino. È domenica e parte della città dorme ancora. A stomaco pieno, ci dirigiamo verso il Museo Memoriale dell’Olocausto, che mi colpì profondamente nel 2006 e che suggerisco ai miei compagni di viaggio. Purtroppo, nonostante le informazioni ne confermino l’apertura, i cancelli sono chiusi e ci arrendiamo all’impossibilità di accedere alla struttura.

Un Mercatino rionale, piccino, piccino con pane e formaggi, addolcisce subito la nostra delusione. Dentro un Bar allestito in un edificio catacombale, ci sediamo per degustare una pagnotta, poi decidiamo di dirigerci al quartiere ebraico per esplorarne meglio gli angoli più caratteristici. Scelta portatrice di frutti inaspettati. Ci imbattiamo in un palazzo che ospita espositori, bar, ristoranti, un giardino e addirittura musica dal vivo: è il famoso Szimpla Kert, locale amatissimo sia per la vita diurna che per quella notturna.

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Seguiamo il fluire dei visitatori e ci godiamo uno spettacolo senza uguali. Ultima tappa: Mercatini di Natale per un finale, caldo Mulled Wine all’aperto, accanto al tepore di una fiamma che arde dentro una teca di vetro. Tiriamo insieme le somme di un’esperienza che ha rispecchiato e superato le aspettative di tutti e salutiamo una Budapest meravigliosa, fredda ma soleggiata, accogliente e portatrice di emozioni.  Sappiamo che sarà un arrivederci e non un addio, perché il desiderio di ritrovare una tale bellezza, resterà vivo e chiederà di essere ascoltato di nuovo, in futuro.

Avevo Ventisei anni quando visitai la città per la prima volta, rivederla alla soglia dei Quaranta mi ha concesso di immergermi nell’infrenabile fluire degli anni che passano, ho sfiorato tutto ciò che ho vissuto e che in tredici anni, mi ha condotto alla Silvia che sono adesso. È stato intenso, come ogni viaggio.  In aereo, durante il breve volo di rientro, assaporo la piacevole carezza donata da un’esperienza breve, ma goduta al massimo. E per questo bagaglio emozionale, devo ringraziare soprattutto i miei compagni di viaggio.

 

 

 

Su Varsavia vestita a festa e sulla bellezza che ci ha donato.

Quello a Varsavia, è stato un viaggio pianificato per caso e prescelto per compatibilità con giorni liberi e voli diretti da Cagliari. Un viaggio assaporato lentamente, fatto di emozioni inattese, piacevoli scoperte, aspettative rispecchiate e superate dal vissuto. Un momento di condivisione tra sorelle. Come ogni viaggio, è iniziato con un decollo, alle 10 del mattino di un 2 gennaio isolano, ancora inebriato dalle festività appena trascorse.

Dopo un’ora e quaranta un po’ turbolenta, Anna ed io atterriamo a Modlin, aeroporto secondario della capitale polacca, ma non per questo meno vivo o accogliente rispetto a scali europei più ampi. Uscite dalla zona arrivi, riceviamo un fresco benvenuto siberiano, coreograficamente arricchito da leggeri fiocchi di neve.

Siamo attrezzate, avendo consultato le previsioni meteo prima della partenza e soprattutto essendo veterane di un invernale viaggio cracoviano, che nel 2017, ci accolse con -20 gradi, segnando a lungo termine la scelta dell’abbigliamento da mettere in valigia in certe circostanze. Identifichiamo senza problemi in un piazzale di sosta, il Modlin Bus, mezzo più comodo e veloce per raggiungere la zona della Stazione Centrale e del Palazzo della Cultura e della Scienza (nonché il nostro Hotel). L’acquisto dei biglietti online prima della vacanza, ci permette di prendere posto velocemente e di goderci il viaggio, che durerà circa 50 minuti ( https://www.modlinbus.com Sito ufficiale per acquisto online. È possibile comprare i biglietti anche nel gabbiotto ModlinBus dentro l’aeroporto o direttamente dall’autista, con una maggiorazione rispetto al prezzo offerto in internet).

È a questo punto della nostra esperienza, che iniziamo a ricevere richieste di informazioni in polacco, da parte dei locali. Prima sul bus, poi per strada, poi un po’ ovunque. Passanti che ci scelgono come supporto in situazioni di incertezza e che con foga pronunciano parole per noi incomprensibili. Appare chiaro fin dagli esordi della vacanza, che siamo perfettamente integrate nel contesto est europeo.

Giunte in città e salutato il Modlin Bus, sappiamo che il nostro albergo dista circa 350 m dalla fermata, ma dopo una estenuante e fallimentare ricerca visiva e annesso giro attorno al quartiere, cediamo al navigatore dello smartphone, scoprendo che il Metropol Hotel è proprio accanto a noi. Nevica. Forse le nostre prestazioni mentali sono alterate dalle temperature rigide.

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Dopo un rapido Check In e la richiesta di una mappa cittadina, prendiamo possesso della nostra stanza, che si trova al sesto piano. È molto ampia, silenziosa, calda e accogliente. Due bottigliette d’acqua gassata ci verranno offerte ogni giorno. Un balcone, ci permette di affacciarci su una vitale arteria stradale, animata da un via vai di auto, tram e persone, che restituiscono la popolosità della capitale. Per fortuna, chiusa la porta finestra ed entrate in camera, l’insonorizzazione ci separerà del tutto dal traffico e dai rumori esterni, consentendoci di riposare senza difficoltà.

Dopo esserci rinfrescate, siamo pronte a scoprire la città e soprattutto a cercare cibo. Preleviamo un po’ di Zloty e degustiamo un enorme panino in un locale di un centro commerciale, rimpiangendo di non aver avuto abbastanza energie per trovare un ristorante in cui ordinare immediatamente i Pierogi, piatto tipico polacco di cui andiamo ghiotte. Ma sappiamo che ci rifaremo nei giorni successivi e sentendoci sazie, ci dirigiamo verso il centro storico, per goderci la serata. Alle 16,30, la città è già avvolta dal buio, ma le luminarie natalizie, numerose e particolarmente suggestive, rendono l’atmosfera incantevole. Siamo completamente catturate da ciò che ci circonda.

Il navigatore ci conduce verso Stare Miasto, patrimonio dell’Unesco e quartiere storico cittadino.

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Durante la Seconda Guerra Mondiale, i bombardamenti distrussero completamente Varsavia, ma l’impegno e il desiderio di rinascita dei sopravvissuti, si tradussero nella ricostruzione puntuale dell’antica bellezza e attraverso l’utilizzo di fotografie e dipinti precedenti al conflitto, tutto è stato ricreato nei dettagli. Una ricostruzione meticolosa, lunga e faticosa, che ha condotto ad un risultato strepitoso. Dalle macerie, è rinata la vita.

Stare Miasto è un gioiello architettonico, un abbracciarsi di viuzze e case color pastello. Un susseguirsi di ristoranti, locali, negozietti e luminarie. Nella piazza del Castello, ci accoglie un maestoso albero di Natale decorato con cura, emblema della città in festa.Una coreografia di luci, è proiettata sulle pareti dell’edificio reale. L’impatto è intenso, spettacolare.

Poco distanti, sono allestiti i mercatini di Natale, in cui creazioni artigianali, prelibatezze locali, internazionali e vino caldo (che degustiamo senza indugio), accolgono i visitatori.  L’esposizione è di dimensioni contenute, ma molto caratteristica. Identifichiamo tutto quello di cui godremo appieno nelle giornate successive e proseguiamo la visita nel centro storico, tra abeti addobbati, decorazioni, ulteriori mercatini e una pista di pattinaggio sul ghiaccio.

Un forte vento glaciale, ci accompagna fino alla conclusione della serata. Folate improvvise di intensità esagerata, che schiaffeggiano i nostri volti, unica fetta corporea priva di schermata protettiva. Ma sopportiamo stoicamente, colpite più dalla bellezza che ci circonda che dagli eventi atmosferici.

Prima di rientrare in hotel, facciamo un po’ di spesa in uno dei numerosi Carrefour Express presenti in città. Lo scontrino, sarà testimonianza della differenza tra il costo della vita polacco e quello italiano. A Cagliari per gli stessi acquisti, avremmo speso il doppio.

In Hotel, prima di addormentarmi, mi affaccio alla finestra della camera e contemplo una Varsavia ancora sveglia e completamente imbiancata dalla neve che continua a cadere.

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Iniziamo la seconda giornata, con una colazione dignitosissima, nel rilassante clima della grande sala dove è allestito il buffet. La scelta dolce è varia e gustosa, il che, non è sempre scontato. Mettiamo da parte un apporto calorico (circa 6000 calorie a testa) che ben si adatti alle temperature e alle distanze che dovremo percorrere e, ormai padrone di strade e itinerari ci dirigiamo prima al Tourist Info poco lontano dal nostro Hotel per recuperare una cartina più precisa rispetto a quella che abbiamo, poi alla stazione centrale, per una mappa dei trasporti che non troviamo.

Inizialmente perplesse, ci rendiamo conto che una mappa dei trasporti non è necessaria, alloggiamo in un punto strategico, abbiamo i piedi: possiamo arrivare ovunque.

Ci dirigiamo verso Stare Miasto e abbiamo il privilegio di vederlo illuminato dal sole.

Tutto appare diverso rispetto alla sera precedente.

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I mercatini sono già colmi di visitatori. Mi sfilo uno dei guanti per scattare una foto e poco dopo, il congelamento della mano esposta, mi fa rendere conto di averlo perso. Ripercorriamo a ritroso il tragitto e mentre mi rassegno alla necessità di comprarne dei nuovi, percepisco un vociare polacco strillante e incessante, sempre più vicino al mio orecchio. Inizialmente, penso possa trattarsi dell’effetto di alcolici mal tollerati, ma l’insistenza del parlante, mi fa voltare e mi rendo conto che un gentile espositore, mi sta indicando il guanto perduto, poggiato su uno degli stand. Vorrei abbracciarlo, tanta è la mia gioia. Ha salvato la mia mano.

Ci immergiamo nelle stradine e ne scopriamo di nuove, ognuna portatrice di peculiarità e sfumature caratteristiche. Un vino caldo ci aiuta a tollerare con più ottimismo, la rigida temperatura. La ragazza che ce lo vende, vorrebbe aggiungere Rum o Vodka, ma decliniamo la proposta, accontentandoci di un blando alcolico adatto all’orario mattutino.

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Arriviamo al Barbacane (Barbican o Barbakan), una struttura difensiva cittadina che proteggeva l’accesso alla parte antica e ci innamoriamo di alcune opere di uno degli artisti di strada che espongono nella zona. Non esitiamo e ci regaliamo un piccolo ricordo, unico.

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Ci dirigiamo poi verso il quartiere Praga, separato dalla città vecchia dal Fiume Vistola. Attraversiamo un ponte in cui il forte vento è libero di sferzare sui nostri volti. Non sentivamo la sua mancanza.

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Raggiungiamo la meta e scopriamo una zona cittadina molto diversa da Stare Miasto, ma non per questo meno affascinante. Il quartiere Praga, un tempo malfamato si è col tempo rinnovato, diventando punto di incontro di artisti e piacevole zona dove trascorrere del tempo, ammirandone l’architettura. Famoso, anche per essere stato scelto da Roman Polanski come set privilegiato del Film Il Pianista.

Ci catturano i Murales, le zone verdi, l’ampia via del quartiere Stare Praga. Le caffetterie, i market e i negozi di alimentari. La quotidianità locale che ci passa accanto.

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Per pranzo, torniamo nella zona del Castello Reale e scegliamo di accomodarci in uno dei ristoranti della catena Zapiecek, rinomata per l’ampia proposta di Pierogi. Siamo affamate e ordiniamo entrambe i ravioli polacchi, accompagnati da una eccezionale birra locale.  Soddisfatte e sazie, anche per il costo minimo del lauto pasto (meno di 9 euro a testa per porzioni davvero generose), proseguiamo nella visita della città percorrendo la lunga e stupenda Nowy Swiat, dove le luminarie sembrano quasi intrecciarsi in una danza. L’esperienza è sinestesica. L’atmosfera è mozzafiato e ogni locale, negozio, ristorante, contribuisce con le proprie decorazioni a regalare un ricordo indelebile, di una Varsavia completamente immersa nelle festività invernali. L’odore dei ristoranti orientali si fonde con quello delle crepes e delle cioccolaterie. Siamo al centro di un intreccio di lingue e culture, tassello di un fiume di persone che come noi si gode una città spettacolare.

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Rientriamo in hotel, innamorate della capitale polacca.

Prima però, ci fermiamo come consuetudine in uno dei Carrefour Express cittadini e al momento del pagamento, intraprendo con una anziana cassiera una comunicazione surreale, in cui polacco e inglese, pur su binari diversi, raggiungono obiettivi comuni.

La mattina successiva, a colazione ci aspetta una selezione dolce di tutto rispetto: quattro torte differenti, tra cui addirittura cheesecake! L’ambiente è sempre distensivo, anche se ci sono più ospiti, probabilmente perché è venerdì e tanti turisti approfittano del weekend dell’Epifania per visitare Varsavia. Avvolte nei nostri indumenti termici, ci dirigiamo verso il Museo dell’Insurrezione e scopriamo un’altra fetta della capitale, animata da un via vai di pedoni, ciclisti impegnati in consegne, cani scaldati da cappottini, che affrontano con entusiasmo la passeggiata con i proprietari. Tutto intorno, palazzi e grattacieli.

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Giungiamo al Museo e usufruiamo della possibilità di lasciare i cappotti gratuitamente all’ingresso e ritirarli all’uscita. All’ esterno ci sono anche le cassette di sicurezza, nell’eventualità in cui si abbiano zaini o borse ingombranti. Il costo del biglietto è di 25 Zloty a testa.

La visita è toccante e ci consente di ripercorrere le principali tappe dell’occupazione tedesca e sovietica, la devastazione, i soprusi, fino al momento della rivolta. L’esposizione è curata e particolareggiata, le descrizioni sono in lingua polacca e inglese (la documentazione originale, spesso è anche in tedesco). Tante scolaresche seguono con interesse accompagnatori che parlano di ciò che è stato, di sofferenza e rinascita.

Suggerisco caldamente, questo percorso museale.

Dedichiamo la seconda parte della giornata alla visita del parco Lazienki, anch’esso raggiunto a piedi, con una lunga passeggiata sotto la neve incessante. Tutto attorno a noi, si imbianca rapidamente. Poniamo attenzione ad ogni passo, per evitare di scivolare e cerchiamo di portar via più ricordi possibili, di un paesaggio a cui nel Sud Sardegna, non siamo abituati.

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Il manto bianco che ricopre la superficie del parco, regala uno spettacolare gioco di luce e silenzio. La neve non frena famiglie con bimbi, runners e gruppi di amici che passeggiano lungo i sentieri alberati e fiabeschi. Ci godiamo il tempo che abbiamo e approfittiamo per scattare foto alla bellezza che ci circonda.

La serata avanza e si avvicina il momento dell’arrivederci. Per pranzare (o cenare, visto che gli orologi segnano le 16), ci avviamo verso il nostro adorato centro storico che raggiungiamo con una lunga passeggiata, usando come “navigatore„ d’eccezione il Palazzo della Cultura e della Scienza, fornitore gratuito di orientamento. L’edificio, dono dell’Unione Sovietica, spicca rispetto a tutte le altre costruzioni per via della sua altezza, è perciò utilizzabile come mappa in 3d, per capire dove ci si trova e come raggiungere i punti di interesse.

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Ripercorriamo la Nowy Swiat e ci fermiamo in un altro ristorante Zapiecek, dove la nostra aumentata fame è proporzionale ai pierogi divorati e alla birra sorseggiata.  La cameriera, appassionata di pizza e lingua italiana, resta stupita quando le chiedo una maxi porzione di ravioli, descritta nel menù come “porzione per il nonno” (quella per la nonna, prevedeva due pierogi in meno). Ma nei nostri piatti non resta nulla e nel ritirarli, capisce che non esageravo. Paghiamo circa 10 euro a testa e prendiamo anche due birre locali e acqua naturale.

Percorriamo di nuovo Stare Miasto, che ogni giorno affascina da angolazioni diverse. La pista di pattinaggio è affollatissima e tra twist e altre danze, fruitori di tutte le età si lanciano in corse sul ghiaccio.

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Acquistiamo gli ultimi souvenir e sospiranti per la conclusione di una vacanza bellissima, ci dirigiamo in hotel, sotto una neve ancora incessante.

La mattina della partenza, la sveglia ci costringe ad abbandonare i letti alle 2,40. Il nostro bus partirà alle 4,05 e il volo è previsto per le 7,15. Non so esattamente come e dove, ma trovo la forza di fare una doccia, chiudere la valigia e affrontare il check out. Sono le 3,40 quando ci lasciamo alle spalle l’hotel, ma Varsavia è illuminata a giorno e animata da persone di ogni età che incuranti dell’orario, passeggiano, lavorano per spalare la neve e chiacchierano con amici dopo una serata comune.  Direi che come sicurezza percepita ed effettiva, siamo a livelli molto, molto elevati.

Il bus parte puntualissimo e ci lascia nel piccolo aeroporto di Modlin, che alle 5 sembra un mercato rionale all’ora di punta, per attività commerciali aperte e presenze.

Dopo l’imbarco, le condizioni meteo rendono necessarie le procedure di rimozione del ghiaccio dall’aeromobile e l’utilizzo dell’antigelo, ma, mentre tutto viene effettuato con cura, anche la pista si ghiaccia e necessita di un intervento che ci permetta di decollare. L’intervento sulla pista, fa ricongelare l’aereo e a quel punto, in un ritardo di quasi due ore, vissuto sui sedili Ryanair, pare di stare in un trip senza via d’uscita (scongela l’aereo, scongela la pista, scongela l’aereo.. ).

Poi finalmente il decollo, un volo tranquillo e la nostra Cagliari.

Arrivederci Varsavia!

Se doveste avere bisogno di qualunque ulteriore informazione, sentitevi liberi di scrivermi.

E se avete piacere, di vedere altre foto di questa esperienza polacca, venite a trovarmi su Instagram, all’account/profilo silviatoaff.

Su Orani, sull’Autunno e sulla Barbagia che mi scorre dentro.

È la consueta esondazione di ricordi ad annunciare l’arrivo in Barbagia. Il mio sistema sensoriale attiva stanze mentali custodi della mia infanzia, che all’unisono spalancano l’uscio, rilasciando immagini ed emozioni.

Mentre Massi ed io, come spesso accade, ci dirigiamo verso il cuore della Sardegna, rivivo le fresche estati aritzesi, sento il sapore delle more succose appena raccolte, delle noci e delle nocciole, sento il vociare delle famiglie riunite per il pranzo e il tintinnare delle stoviglie, mi invade il profumo della vegetazione boschiva e rivedo Texile da quella stanza che è stata guardiana in lunghi sonni ristoratori, per la Silvia bambina che trascorreva settimane avvolta nell’abbraccio dei nonni.

Il mio legame emotivo e genetico con la zona del nuorese, è il probabile responsabile della passione viscerale che mi spinge così frequentemente verso Autunno in Barbagia,  manifestazione che da oltre vent’anni anima quei paesi sempre più numerosi, che aderendo all’evento, donano ai visitatori la propria storia e le proprie tradizioni, raccontandosi attraverso i sapori del buon cibo, l’artigianato locale, la suggestività delle case antiche e degli antichi saperi. ( http://www.cuoredellasardegna.it/autunnoinbarbagia/it/index.html )

Così, ancora una volta siamo in viaggio e in un 23 settembre soleggiato e caldo, scegliamo di recarci ad Orani, paese dalla storia intrigante, il cui abbraccio ha accolto nel mondo, tra gli altri,  Nivola, Delitala, Niffoi e che con orgoglio ne preserva e diffonde il patrimonio artistico e letterario. Per raggiungerla da Cagliari, dopo il lungo tratto sulla SS131 e sulla 131 DCN, attraversiamo prima Ottana, poi Sarule, distante solo sei chilometri dalla nostra meta, in attesa tra il verde collinare e il monte Gonare.

All’ingresso del centro storico, spicca la Chiesa di Santa Maria, illuminata dalle colorate bandierine che la sovrastano e annunciano la festa. In un banchetto informativo, prendiamo una mappa con preziose indicazioni sull’itinerario enogastronomico e sui luoghi di interesse visitabili. Tutto è spiegato e presentato con la massima cura, anche graficamente.

Il fluire dei visitatori, diviene anche nostro e ci perdiamo nelle strette viuzze, arricchite da una mostra fotografica a cielo aperto dedicata a Nivola e al suo ritorno ad Orani nel 1958. In quella occasione, fu il fotografo Carlo Bavagnoli a immortalare i momenti, rendendoli indelebili. Le gigantografie in bianco e nero che ornano le antiche pareti delle case in granito, restituiscono volti, istanti, emozioni di un passato tenuto in caldo e offerto all’occhio attento e curioso dei turisti.

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Ci travolgono gli aromi che provengono dai punti ristoro, affollati per l’ora di pranzo e ci conducono ai primi assaggi. Grandi protagoniste sono le Catzas, tipiche zeppole di Orani proposte particolarmente nel periodo del carnevale, ma assai gradite anche con largo anticipo. Ci fermiamo davanti alla Corte n.9 (Casa Mogoro), dove abbiamo il piacere di assistere al processo di selezione e lavorazione dell’impasto poco prima dell’immersione nell’olio per la frittura. Il tipico dolce, ancora caldo, dopo aver ricevuto una spolverata di zucchero, è tra le nostre mani e poco dopo tra le nostre fauci. Delizia totale.

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Proseguiamo poi la passeggiata, ammirando le esposizioni artigiane, decorative e tessili, i gioielli e i saponi. Incrociamo l’imponente manichino che indossa Su Bundhu, la tipica maschera in sughero di Orani, protagonista indiscussa anche di tante fotografie che ornano le mura del centro storico. Gli espositori ci accolgono con gentilezza e autentico desiderio di condividere il loro sapere e la storia di ciò che espongono.

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In Corso Garibaldi, visitiamo una casa antica, perfettamente preservata che rimanda alla quotidianità di un passato ancora vivo al suo interno: nella tavola imbandita al piano terra, nella stanza da letto al primo piano, nel verde giardino dove riposano utensili e strumenti da lavoro.

Ci colpisce poi la Corte dedicata ai cestini, che ospita anche un antico strumento, simile ad un telaio, con il quale si lavorava la pasta. La signora, custode dello spazio espositivo ci racconta come avveniva la produzione manuale e ricorda la bontà del prodotto ottenuto dopo tanta fatica. È un piacere ascoltarla. Ogni Corte ti regala qualcosa, un patrimonio di conoscenza che ti invita alla scoperta.

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È poi la volta dei cortili dolciari, dove degustiamo e compriamo Pabassinos e Pabassineddos,  concludendo in picco glicemico con una deliziosa Sevada (seadas) immersa nel miele.

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È piacevole perdersi tra i viottoli con vista sulle verdi colline, godersi la pace e il silenzio tipici di un centro così piccolo, non inquinato dal frenetico passaggio di auto o mezzi pesanti, ma rallegrato solo dal via vai del trenino che accompagna i turisti per il paese, in un tour ambitissimo tra fotografie, Cortes,  Chiese e  case antiche.

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La lunga attesa per poter usufruire della particolare gita e la folla nella Piazza Italia (che scorgiamo dall’ampio spazio che circonda il Comune del paese), spegne il mio iniziale desiderio di salire su uno dei vagoncini. Osserviamo il via vai del bianco mezzo di trasporto, senza riuscire a sederci. L’idea degli organizzatori, è stata senza dubbio vincente e apprezzatissima.

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Dopo aver bevuto un dolce caffè alle mandorle, ci dirigiamo al Museo Nivola, per raggiungere il quale, passiamo nelle vicinanze del verde parco comunale che offre una vista meravigliosa su Orani. (sito del museo:  http://www.museonivola.it/  )

Il Museo ospita opere dell’artista, in una cornice luminosa e curata nei dettagli. All’esterno un ampio giardino in cui rilassarsi e godere del panorama. Abbiamo la fortuna di ascoltare la parte conclusiva della spiegazione di una giovane guida, che accompagna un folto gruppo tra le opere principali. Racconta della famosa scultura nota come “Madre”, che, ci spiega, aveva la funzione di accogliere i visitatori che sbarcavano in Sardegna. Una scultura che restituisce completamente il senso di ospitalità voluto da Nivola, dando la sensazione di attendere l’osservatore per un caldo abbraccio di benvenuto.  Il biglietto d’ingresso per il Museo, ci permette di visitare anche la mostra Endless Form, di Tony Cragg allestita poco distante, nel vecchio lavatoio comunale, anch’essa particolarmente affascinante.

Durante il weekend in corso (28-29-30 settembre 2018), Orani sarà ancora protagonista di un evento culturale importantissimo: il weekend dei Musei, promosso dal Distretto Culturale del Nuorese. Senza dubbio una occasione preziosa per scoprire il patrimonio artistico e storico, del quale il paese è portatore.(http://www.cuoredellasardegna.it/distrettoculturaledelnuorese/it/index.html )

Autunno in Barbagia ha ancora tanto da offrire, quando inizia il nostro viaggio di rientro verso Cagliari. Siamo carichi di emozioni positive e grati al paese che ci ha accolto e sorpreso, regalandoci più di quanto ci aspettassimo.

Riattraversiamo il cuore della Sardegna, prima di immetterci sulle strade statali che ci condurranno a casa.

Arrivederci, Orani.

Per tante altre foto e per un video che racchiude la bellezza di questa esperienza, visitate la mia pagina su Instagram:   silviatoaff  

Alla prossima avventura!

Sulla bellezza delle capitali Baltiche.

Vacanza bagnata, vacanza fortunata?

In viaggio verso Olbia, in un dopo pranzo agostano all’apparenza innocuo, Massi ed io abbiamo il non richiesto privilegio di partecipare come comparse ad un nubifragio che profuma di apocalisse. L’improvviso passaggio dal diurno al notturno, l’illuminazione a costo zero regalata da grappoli di fulmini, secchiate d’acqua piovana multidirezionali, carreggiata adattata per un mega piscina party e file di auto procedenti a passo d’uomo (claudicante), danno il colpo di grazia al mio labile stato emotivo pre-volo.

Per fortuna, pur discretamente sfiancati giungiamo illesi a destinazione.

In città, notiamo cascate d’acqua che abbandonano tombini scoperchiati, turisti fradici che calzando  infradito ed evidentemente presi alla sprovvista dalla pioggia, tentano di raggiungere luoghi riparati e tanti Vigili del Fuoco all’opera.  L’autista del minibus Parkingo, che ci conduce in aeroporto, ci spiega che si è appena concluso un evento temporalesco con manie da tromba d’aria e che anche alcuni voli hanno subito dei ritardi, poiché gli aeromobili, già pronti al decollo e carichi di passeggeri, hanno dovuto attendere in pista che il tempo migliorasse.

Inizio un training riparatore e aspetto che Easyjet ci accompagni a Berlino, la mia amata Berlino, in cui trascorreremo la notte in attesa dell’imbarco per Riga, la mattina successiva.

Alle 23,30, varchiamo la soglia dell’ Intercity Hotel Berlin Brandenburg Airport, distante tre minuti di camminata dallo scalo di Schoenefeld.   Un letto comodo, un bollitore, una stanza silenziosa e la familiare sensazione di benessere regalata dall’aria berlinese, mi conducono senza intoppi tra le braccia di Morfeo.

L’amicizia con Riga.

Alle 10 del giorno successivo, dopo una fugace colazione aeroportuale con posto in piedi e chiacchierata in tedesco annessa, ci accomodiamo sui nostri “amati” sedili Ryanair, soddisfatti dei pochi euro spesi in fase di prenotazione, per stare l’uno accanto all’altra e in un’ora e venti raggiungiamo l’aeroporto principale della capitale lettone. Come al solito, prima della vacanza, racimolo informazioni utili che possano agevolarci negli spostamenti. So perciò che all’esterno, abbandonata la zona arrivi,  troveremo l’area di sosta del Bus 22, mezzo pubblico privilegiato per raggiungere il centro.

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Acquistiamo due biglietti per corsa singola (1,15 euro a testa), alle macchinette fronte fermata, dopo aver affrontato una fila estenuante, costituita da orientali evidentemente poco avvezzi al fai da te. (Ai futuri fruitori, suggerisco di portare monete o banconote di piccolo taglio. In alternativa, è possibile utilizzare la carta di credito o acquistare il biglietto dall’autista, MA con una notevole maggiorazione.)

Familiarizziamo con un trasporto pubblico efficiente, confortevole e particolarmente legato alla lingua locale, tanto da rifiutare completamente citazioni anglofone nella presentazione dell’itinerario sullo schermo.

Sappiamo di dover scendere alla Stazione Centrale dei Treni, ma dobbiamo affidarci unicamente ad istinto e fortuna per capire quale sia, tra quelle menzionate. Riusciamo nell’intento, lasciando il mezzo in corrispondenza del Centrāltirgus, che scopriremo essere il mercato generale della città, poco distante dalla Stazione e dal nostro Hotel (Hanza Hotel), che raggiungiamo a piedi in circa 5 minuti.

Dopo un veloce, quanto glaciale (dal punto di vista dell’interazione con la ragazza alla Reception) Check in, ci sistemiamo nella nostra basica e confortevole stanza al sesto piano. L’aspettativa è rispecchiata, tutto ciò che doveva possedere la camera, è presente e funzionale: bollitore, frigo, asciugacapelli e cassaforte, tra le altre cose. Cassaforte che come al solito, scelgo di utilizzare per lasciare in stanza passaporti, kindle e biglietti che ci serviranno per gite e rientro. Cassaforte che all’apparenza identica a quelle precedentemente incontrate e usate, nasconde in realtà delle insidie che dopo la prima chiusura, mi impediranno di riaprirla e mi costringeranno a chiedere mortificata, un disperato sostegno alla glaciale impiegata, per risolvere lo sgradevole sequestro dei nostri averi. Vengo rassicurata, scoprendo che parecchi ospiti hanno vissuto prima di me analogo destino e mi viene fornita una  chiave, per una eventuale apertura manuale in caso di ulteriori difficoltà (che per fortuna non si verificano).

Dopo un sonnellino rigenerante, siamo pronti per tuffarci su Riga, città particolarmente amata dai viaggiatori, grondante di storia, forte e orgogliosa della sua indipendenza, ottenuta in tempi relativamente recenti.

Siamo carichi e adrenalinici, un po’ sorpresi nel trovare un clima caldo e umido, che speravamo non ci seguisse fino in Lettonia. Per fortuna, le temperature saranno più fresche durante le giornate successive. Percorriamo a piedi il tragitto che ci separa dal centro cittadino. Assecondando il nostro bisogno di cibo, ci fermiamo in un market, dove ci procuriamo dei tramezzini di emergenza e ci scontriamo con la realtà locale: trovare cibo adatto alla scelta vegetariana, non è affare facile. Sarà complicato destreggiarsi tra aringhe, salmone, carni di ogni genere presenti in quasi tutti i cibi esposti. La pizza ci salverà in diverse occasioni e anche tra le pizze, carne e pesce appaiono spesso come ingredienti principali.

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Il centro storico, inserito dall’UNESCO tra i Patrimoni dell’Umanità, ci accoglie con le sue ampie zone verdi, con i suoi vicoli pedonali, con i suoi artisti di strada di eccezionale talento e con i suoi carretti, orgogliosamente dedicati al gelato di produzione nazionale. Carretti, carretti ogni dieci metri, carretti sempre attivi e stracolmi di assaggiatori in fila. Non immaginavo, si potesse avere una passione per il gelato, maggiore di quella tedesca, ma mi sbagliavo. Il gelato in Lettonia, credo galoppi verso il podio di alimento nazionale per eccellenza accanto alle aringhe.

Non lo assaggiamo, preferiamo osservare i numerosi degustatori attorno a noi.

Passeggiamo incuriositi e affascinati, tra le viuzze strette e i vari punti di interesse storico e architettonico. Chiese, Musei, la Casa delle Teste Nere, negozietti con creazioni d’ambra e immagini di gatti ovunque.

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L’atmosfera è gradevole e rilassante e ci aiuta a liberarci dai pesi accumulati nei mesi precedenti. Forte è la sensazione di benessere e pace, che la città rimanda fin dal primo impatto.

Riga non convive con il caos di una metropoli, né con un traffico smisurato, per questo, passeggiare per la città, possiede il gradevole potere di distendere i nervi e dona quiete alle menti stanche, come le nostre.

Ci sediamo sull’erba, in un parco attraversato dal fiume e ornato da ponticelli lucchettati con promesse amorose, osserviamo le canoe e le barche che attraversano il corso d’acqua, accanto ad anatre e gabbiani trasportati dalla corrente. Sono tante le persone distese o sedute sul manto erboso, che come noi catturano la bellezza attorno.

La serata trascorre con la velocità infrenabile dei momenti piacevoli, quelli che ti fanno perdere la percezione temporale. Prima di rientrare in albergo, ci fermiamo ad assistere ad un concerto gratuito di fronte alla stazione centrale. Il palco è allestito con cura e gli artisti talentuosi, ci regalano un pre-nottata, veramente indimenticabile.

La mattina successiva, la colazione proposta dall’hotel mi mette in difficoltà. La scelta è prevalentemente salata e fatico a trovare opzioni che soddisfino il mio bisogno di sapori dolci all’italiana. Verrò appagata quotidianamente da alcuni mini cornetti, pane e marmellata, cereali e frutta. Massi apprezza invece i sapori decisi e si tuffa nelle proposte locali (cetriolini in agrodolce inclusi…).

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Carichi di energia ci dirigiamo al Mercato Coperto cittadino, che si estende anche all’esterno, in una coreografica, colorata e curata esposizione di bancarelle. Gli odori sono intensi e penetranti, già orientati verso i pasti principali, per questo i miei recettori olfattivi ancora sintonizzati sulla colazione, soffrono e mandano segnali di rigetto.

Frutta, abiti, spezie, formaggi, miele, pesci, salumi, carni essiccate, creazioni artigianali e tantissimi fiori, sia in mazzolini che in composizioni più elaborate, regalano al visitatore tinte allegre e pittoresche.

Gruppi di turisti accompagnati dalla guida, si fermano in quei box che non solo, espongono i prodotti con particolare meticolosità estetica, ma consentono di scattare fotografie (sono frequenti cartelli di divieto, in varie zone del Mercato).

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Rompo il ghiaccio, facendo il primo acquisto della vacanza e con fatica mi destreggio in una comunicazione senza punti d’incontro verbali, dove un lettone aspro e marcato, arriva alle mie orecchie, restando insoluto. In questa occasione, come nelle successive, vera protagonista sarà la gestualità, che faciliterà la conclusione della compravendita.

Finita la visita al Mercato, ci dirigiamo verso il centro storico per riscoprirlo e assaporarlo meglio rispetto alla serata precedente, in cui ci siamo limitati a sfiorarlo.
Raggiungiamo l’imponente Duomo e lo contempliamo affascinati, ripercorriamo le piazze e le viuzze pedonali ornate dai già citati carretti di gelato, per poi goderci una passeggiata sul lungo fiume e perderci alla vista dei grattacieli e dei ponti cittadini.

Il clima è fresco, il cielo è coperto.

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Decidiamo di sfruttare il Bus Turistico e lasciarci cullare dalla voce narrante, solitamente gradevole e pacata. Grande è perciò il nostro stupore, quando scopriamo che l’esposizione sulle bellezze cittadine è stata affidata ad un oratore dal marcato accento campano, mangiatore di parole per professione. Massi ed io non riusciamo a soffocare sonore risate, che ci accompagneranno per l’intero tragitto. Accanto a noi, una passeggera tedesca non se la passa meglio, terrorizzata all’idea di poggiare le orecchie alle cuffie, arrotola queste ultime in fazzoletti di carta che preservino le sue difese immunitarie. Su Riga, impariamo ben poco, ma l’esperienza a bordo è stata senza dubbio pittoresca (15 euro a testa per due percorsi in formula Hop on Hop Off).

Pranziamo in un ristorante che siamo certi, possa offrirci un piatto adatto alla nostra scelta alimentare: Mamma Pasta, in Piazza del Duomo. Per circa 13 euro a testa, mangiamo due discrete  pizze, beviamo due eccezionali birre locali, abbiamo acqua e due caffè. Inizialmente distante e poco sorridente, il cameriere gradualmente si scioglie, forse contagiato dai nostri sorrisi.

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Durante il pasto, passerotti tendenti all’obesità, scorrazzano per raccattare degustazioni di carboidrati tra i commensali.
Passeggiata post prandiale, tra verdi parchi e l’animatissima zona dove negli anni Trenta venne eretto il Monumento alla Libertà, che durante l’occupazione sovietica, rischiò la demolizione, ma per fortuna scampò il pericolo .
Ci rilassiamo in una delle tante aree verdi e assistiamo in diretta all’efficienza delle forze dell’ordine cittadine, che testimoni di un tuffo nel fiume da un ponticello, evidentemente non consentito dalla normativa locale, multano il gruppo di adolescenti attori della bravata, che dopo un iniziale tentativo di fuga, vengono fermati e sanzionati senza possibilità di condono.

Ci sentiamo a nostro agio in questa città, lo capiamo nel renderci conto che un’altra giornata è volata leggera e volge al termine.

Il giorno successivo ci aspetta TALLINN.

 

L’incontenibile passione per Tallinn

Dalla stazione centrale dei Bus di Riga, in posizione strategica rispetto al nostro Hotel, la compagnia Ecolines (https://ecolines.net/international/en) ci porta a destinazione in circa 4 ore e mezzo.

La distanza tra Riga e Tallinn è notevole, ma ci piace scoprire i paesaggi anche affrontando tratte lunghe, comodamente seduti in confortevoli mezzi di trasporto. Nel caso dell’Ecolines, scelta per recensioni e soddisfazione dei passeggeri precedenti (circa 35 euro AR a testa), abbiamo a disposizione non solo un bagno e un tablet con film, musica e libri (inglese presente), ma anche una eccellente Wi-Fi e bevande calde gratuite.

Attraversiamo la Lettonia e ci dirigiamo verso l’Estonia, sorseggiando litri di cioccolata e caffè, ascoltando le proposte musicali (tra cui, in prima linea PUPO e ADRIANO CELENTANO) e ammirando la natura incontaminata che abbraccia le due nazioni.

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Giunti alla Stazione dei Bus di Tallinn, percorriamo a piedi una distanza di circa un quarto d’ora per arrivare al Centro Storico e fin dal primo sguardo, vengo ripagata dell’attesa, dei chilometri percorsi, della sveglia precoce.
La cittadina è semplicemente spettacolare, un gioiello che ti lascia senza fiato. Siamo davanti ad un altro Patrimonio Unesco, preservato e mantenuto intatto in tutto il suo fascino medioevale.
Mura che proteggono vicoletti, mercatini di artigiani, e la Piazza principale, immensa, meravigliosa. Il borgo è vivo, affollato da turisti.

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Non riesco ad evitare il pensiero di una Tallinn addobbata nel periodo natalizio, non riesco ad evitare una bozza di progetto viaggereccio che mi conduca in questa favola nel freddo inverno estone. Sono folgorata dalla rara bellezza che mi circonda.

I carretti di gelato, tanto cari a Riga, vengono sostituiti dai carretti di mandorle tostate e caramellate. Spesso, i venditori indossano abiti medioevali e il Medioevo è ovunque, nei Musei dedicati alle torture dell’epoca, nei ristoranti dedicati ai piatti tipici, negli scorci.

Più passa il tempo, più il mio desiderio di tornare a Tallinn, si amplifica. Una giornata, per quanto intensa, è davvero troppo poco.

Raggiungiamo la collina di Toompea, che ci regala una vista sulla città, che illuminerà i nostri ricordi per tanto tempo.  Un tripudio di colori, campanili, tetti spioventi, racchiuso in pochi chilometri quadrati. Un tesoro architettonico e storico.

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Ci perdiamo di nuovo nel centro, il tempo non concede sconti e vola verso l’ora di rientro. Il bus Ecolines, il gelato al cioccolato di Pupo e Susanna, l’amica di Celentano, ci aspettano per un lungo viaggio in notturna.

Ci rivedremo Tallinn, ci rivedremo.

Di Storia Nazionale, Spiagge e convivenza con pungiglioni.

Dedichiamo la prima parte della giornata successiva, alla visita del Museo dell’Occupazione della Lettonia e del Museo del Kgb, ingresso libero ma possibilità di lasciare un’offerta. L’impatto è forte, la documentazione restituisce la difficile storia della nazione, il coraggio della Resistenza, il clima di inquietudine sotto la lunga occupazione sovietica.

Smaltiamo lo stato d’angoscia derivante dalla visita al museo, passeggiando per una Riga soleggiata e luminosa. Ci addentriamo in zone del centro storico che abbiamo trascurato e incontriamo il ristorante di Albano, che, indovinate un po’? Si chiama Felicità! Solo che non propone un panino o un bicchiere di vino.

Abbiamo in programma per il pomeriggio, una gita nella vicina Jurmala, zona balneare raggiungibile in mezz’ora di treno. Il biglietto AR, acquistato ad uno sportello della Stazione Centrale, non raggiunge i 3 euro a testa. Gli orari di partenza sono reperibili sia su una bacheca in stazione, che su uno schermo ben in vista.

I treni sono un po’ datati, molto diversi da quelli di altre parti d’Europa, ma simili a quelli da me  utilizzati talvolta in Sardegna, per tratte interne. Appaiono comunque puliti, curati e soprattutto puntuali.

Scendiamo alla fermata Majori e ci godiamo la passeggiata in Joma Iela, una via pedonale che conduce alla spiaggia, tra negozi, ristoranti e immancabili mercatini con oggetti d’ambra.
Colonna sonora: il vociare dei gabbiani. Compagnia non richiesta: api e vespe, ovunque. Devo abituarmi ad una convivenza forzata, perché non c’è zona senza incontri ravvicinati.
La spiaggia è immensa, sul bagnasciuga passeggiatori e ciclisti. In acqua solo qualche coraggioso pullo di gabbiano. Mi sfilo le scarpe e immergo i piedi nel golfo di Riga. L’acqua è freddissima, ma l’esperienza è indimenticabile. La sabbia somiglia più alla polvere che ai granelli delle spiagge sarde. Massi ed io ci sediamo in una delle panchine volte verso l’orizzonte e facciamo scorta di un ulteriore panorama senza uguali.

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Prima di rientrare a Riga, ci fermiamo in una cioccolateria e ci strafoghiamo con un dolce esageratamente abbondante, caffè e cioccolata calda. Il tutto in compagnia di una vespa ingorda di zollette di zucchero.

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Il giorno successivo, VILNIUS ci attende.

Faccende Lituane.

Ecolines ci conduce in Lituania in circa 4 ore. L’autista è loquace e sorridente, ma ovviamente parla solo la lingua locale. Quasi inizio a farci l’abitudine, il mio orecchio si attiva e mentre spiega accuratamente, ciò che intuisco essere itinerario e servizi durante la tratta, sorrido, lui interpreta il sorriso come comprensione e si rivolge a me felice di sapere di essere capito. Purtroppo devo deluderlo e spiegargli attraverso il non verbale, che non possiamo farci una chiacchierata.

Al confine con la Lituania, la polizia ferma il nostro Bus e verifica i passaporti.
Arriviamo puntuali a Vilnius e raggiungiamo il centro storico in circa dieci minuti di passeggiata. Ci facilitano il percorso, i cartelli con le indicazioni su distanze e direzione dei luoghi interesse cittadini.
Prima tappa mercato coperto (Massi è appassionato del genere), molto coreografico e suggestivo. I venditori ci invitano ad assaggiare e scoprire i prodotti locali, più accoglienti e sorridenti rispetto ai cugini lettoni ed estoni.

Vilnius appare come una città da scoprire gradualmente, anch’essa ricca di storia, di scorci, di chiese, piazze e soprattutto verde, verde dei parchi, verde delle colline. Tra queste ultime, dedichiamo una parte della giornata a quella famosissima delle Tre Croci, che si raggiunge con una scalinata ripida e affaticante, immersa in un paesaggio boschivo, da affrontare con un gran bagaglio di energie e buona volontà. Arriviamo in cima esausti, ma anche in questo caso, la vista è ripagante e annulla qualsiasi ripensamento.

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Poi, ancora immersione nel centro storico e nella Repubblica Indipendente  di Uzupis, quartiere con una propria Costituzione, che grazie all’arrivo di numerosi artisti ha perso l’immagine di zona malfamata avuta in  passato ed è diventata gioiello dentro Vilnius. Possiamo trattenerci per un tempo brevissimo, ma l’impatto è sufficiente per alimentare il desiderio di tornare, scoprire meglio, immergermi più a lungo tra murales e gallerie d’arte.

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Saluto Vilnius senza esserne sazia e porto con me la sensazione di aver perso tantissimo a causa della brevità della gita. Verso Riga, sul nostro Ecolines, mi consolano Pink e i Green Day, che fanno parte della selezione musicale proposta sul tablet nel mio sedile.

L’Arrivederci.

Hai la sensazione di aver fatto il Check-in da poche ore e invece devi restituire la tessera magnetica e dirigerti in aeroporto sfruttando il sempre caro Bus 22, che in circa mezz’ora ti conduce alla zona Partenze.  Ci aspetta uno scalo a Berlino, prima del volo per Olbia.

Uno scalo agrodolce, perché pur avendo la possibilità di trascorrere qualche ora nella amata Germania, non abbiamo il tempo sufficiente per raggiungere il centro città e salutarla con l’affetto che merita.

Elaboro la tristezza e attendo il primo imbarco, che avviene con un po’ di ritardo. Easyjet passa il testimone a Ryanair in quel di Schoenefeld e al tramonto sorvoliamo la Sardegna orientale, per atterrare ad Olbia intorno alle 20,30.

Cagliari ci aspetta e soprattutto ci aspettano i nostri mici.

Durante il tragitto in auto, ricordiamo quanto di bello abbiamo vissuto e un sorriso colora i nostri stanchi volti.

Alla prossima tappa!

Per tante altre foto, vi aspetto sul mio profilo Instagram silviatoaff  🙂

Per qualsiasi ulteriore informazione su trasporti, costi, itinerario, scrivetemi pure, sarò felicissima di ripercorrere con voi questo viaggio ed esservi d’aiuto per organizzare la vostra esperienza baltica.

Ben ritrovate, Norimberga e Baviera!

 

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Alle 3,40 il suono della sveglia sfratta me e Massi da un sonno conquistato faticosamente poche ore prima e appesantito da due gatti di oltre 5kg acciambellati sulle nostre cosce.

Un check-in dalle tinte albeggianti, accelera i pensieri e inquina irrimediabilmente la fase di rilassamento notturno. Se poi, nel mio caso, si aggiunge la gestione della simil-aerofobia, fatta di training e maledizioni, direi che il detto: “anche oggi si dorme domani”, calza a pennello.

Eppure, nel destarci e ricordare che ci attende una mini vacanza in Baviera e Franconia, tutte le energie vengono richiamate e ci ritroviamo ad affrontare i controlli di sicurezza all’aeroporto di Cagliari-Elmas, con i nostri zaini in spalla, liquidi separati e come sempre, emozionati prima di una nuova avventura. Nonostante siano le 5,30 del mattino, la folla al Security Check è da finale calcistica, tanto da farci temere di non arrivare per tempo all’imbarco. Fortunatamente, la fila è scorrevole e tutto avviene velocemente.

La randomica assegnazione dei posti Ryanair, sistema me in braccio al pilota e Massi vicino alla porta posteriore. Lo ammetto, non sono particolarmente loquace durante i voli, intenta a riflettere sul perché non mi sia stato concesso di amare l’alta quota con la stessa intensità sperimentata dalle assistenti di volo, però avrei fatto volentieri a meno di questa recente scelta aziendale.

A tratti, pare di stare in un vespaio, tanto è fitto il vociare di chi cerca di barattare il proprio sedile con quello di poveri viaggiatori singoli (o ritenuti tali) capitati vicino a qualcuno di conosciuto e quasi temo di incontrare lo sguardo di chi, un secondo prima del decollo, ancora cerca un modo per avere accanto a sé amici e parenti, proponendo perfino al copilota, di “scalare” per creare un effetto domino che riduca le distanze.

Ma mentre l’aeromobile sfreccia in pista e abbandona il suolo, cala il silenzio, finalmente. La tratta è per fortuna molto breve, poiché affronteremo uno scalo a Milano-Bergamo, quindi le ore di volo sono frammentate e ridotte.

Intorno alle 12, arriviamo a Norimberga.

La città riemerge prepotentemente nei nostri ricordi, costruiti in un viaggio indimenticabile datato 2013. Allora, conoscevo a malapena due vocaboli della lingua locale, ma  nell’incontrare una ragazza sarda che ci disse di essere in viaggio per rispolverare le sue conoscenze di tedesco, pensai che fosse giunto il momento anche per me, di coltivare una passione latente, posseduta da sempre. L’anno dopo decisi di iniziare un corso in Italia e nel 2015 di partire per Berlino per migliorare e consolidare quanto appreso.

Anche per questo, Norimberga è sempre stata custodita nei cassetti più cari della mia memoria. Una sorta di imprinting per una delle esperienze più importanti della mia vita e che proprio la mia vita, ha segnato profondamente.

Compriamo due biglietti per la metro e ci dirigiamo ai binari della U2, per raggiungere l’Ibis Nuernberg City am Plaerrer.

Scegliamo di scendere alla Stazione Centrale, distante circa dieci minuti a piedi dal nostro albergo. Una passeggiata rigenerante e rinfrescante (la primavera non è ancora arrivata in città), durante la quale un ragazzo, probabilmente intuendo che non siamo del luogo, si propone di aiutarci. Parla in inglese, ma convinta lo faccia solo per agevolarci (atteggiamento tipico dei tedeschi particolarmente gentili) e soprattutto desiderosa di rimpolpare la mia parlata, gli rispondo in tedesco.  Lui mi guarda perplesso e spiazzato, scoprirò poco dopo che si tratta di un figlio dell’Erasmus, anglofono, che è rimasto a Norimberga per lavoro, ma che non ha alcuna conoscenza della lingua locale. Proseguiamo perciò nel parlare in inglese, fino a che, ci indica un hotel, convinto si tratti del nostro.  In realtà non ha la minima idea di dove accompagnarci ed eccedendo in gentilezza, pur di non ritrattare, ci conduce in angoli cittadini assolutamente casuali, che per fortuna, non ci impediscono di raggiungere la reale destinazione.

L’Hotel si rivela assolutamente all’altezza delle aspettative.  Alla reception veniamo accolti con ampi sorrisi e autentica gentilezza e soprattutto con un melodioso tedesco, nel quale mi tuffo in pieno. In più, ci concedono di prendere possesso della stanza due ore prima rispetto all’orario previsto per il Check-in, possibilità particolarmente amata dalle nostre stanche membra, attive dalle 3,40.

Riposiamo due ore, prima di avventurarci alla riscoperta del centro storico. Ci immergiamo nelle Mura, poco distanti dal nostro alloggio, che custodiscono la storia di questa cittadina e fungono da confine tra l’antico e il moderno.

Come accennato qualche riga fa, è prematuro parlare di primavera. Il freddo è ancora pungente, a tratti bipolare, con un sole che timidamente si affaccia dalle nuvole, per poi scomparire in un intenso grigio, che sembra portare temporali, ma non concretizza, per nostra fortuna, la minaccia.

Percorriamo le vie pedonali, fino a raggiungere la Piazza del Mercato. Notiamo che tante bancarelle e chioschi vengono allestiti, in occasione del mercatino di Pasqua, con il quale avremo la grande fortuna di familiarizzare prima della partenza.

Proseguiamo verso il Castello, per assaporare la veduta sulla città, sui suoi tetti spioventi, sulla ruota panoramica in lontananza e sulla torre della televisione. Ci avvolgiamo in calde sciarpe, proteggiamo la testa con le cuffie e ci perdiamo nel contemplare.

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Pensando a ciò che è stato e a ciò che potrebbe essere, se davvero facessimo quel passo che portiamo dentro da tanto tempo, ma che le attuali condizioni rendono davvero difficile.

Ogni volta che trascorro del tempo nella mia amata Germania, ho la sensazione di sfiorare la persona che desidero essere davvero, la parte di me più appagata e serena, che spesso vive nel buio e nel timore.

Mano nella mano, arriviamo nella zona della casa di Albrecht Dürer, che scopriamo essere luogo di ritrovo per tanti giovani e famiglie, accompagnati dai loro quattro zampe. Tutti, sono seduti per terra a sorseggiare boccali di birra e non impieghiamo molto ad imitarli, spingendoci anche oltre e raggiungendo un ristorante bavarese dove, vista sulla piazza, ceniamo e ci rilassiamo, spendendo circa 12 euro a testa.

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Non abbiamo energie per affrontare una eventuale movida notturna, la sveglia alle 3,40 è un pesante zaino colmo di pietre che aleggia sui nostri corpi stanchi e ingobbisce le nostre forze. Ripercorriamo il centro storico per ritornare in Hotel e parliamo di quanto sia stata intensa la giornata, seppur faticosa.

Al risveglio scegliamo di fare colazione in albergo, un piccolo regalo per noi, al “modico” costo di 11 euro a testa.  Tanta scelta per Massi che ama il salato, io mi organizzo con dolci e familiari. Dopo aver spazzolato mezzo buffet e accumulato riserve caloriche che ci permetterebbero di affrontare un trimestrale letargo, ci dirigiamo alla Stazione Centrale, a piedi, per concretizzare gli itinerari pensati per la giornata.

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Prendiamo un treno regionale per Bamberg, sfruttando il Tages Ticket acquistato alle macchinette, che per 19,70 euro totali, permetterà ad entrambi di viaggiare illimitatamente, nella zona distrettuale di Nürnberg, sia sabato che domenica. Se avessimo avuto quattro figli, avrebbero viaggiato gratis anche loro, ma per questa volta passiamo (e probabilmente anche per le prossime trenta o quaranta).
Un’oretta di viaggio e giungiamo a destinazione.

Bamberg è ancor più bella di quanto ricordassimo. La visitammo d’estate e ci conquistò completamente, per questo non fatichiamo a destinare una giornata al rivederla.
Ci godiamo il suo centro storico, i suoi ponticelli paralleli, il Duomo e la parte alta.

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Ci perdiamo tra le viuzze, il mercatino allestito in una delle piazze cittadine e respiriamo il passaggio dell’inverno che anche qui, sferza un colpo di coda e della primavera che scalcia per trovare spazio.
Quanto amo la Baviera. Non riesco a stancarmi di questi luoghi.
Per sfruttare al meglio il Tages Ticket, prima di arrivare alla stazione centrale di Norimberga,  facciamo tappa a Erlangen  e scopriamo una cittadina in piena festa di “primavera”, che ci regala un ulteriore mercatino, un centro storico carinissimo e due dolci pasquali che compriamo in panetteria, emulando alcuni anziani locali, in fila prima di noi. Ogni scusa è buona per riuscire a parlare in tedesco e il confronto con negozianti e commessi, resta una delle occasioni migliori.
Spazzoliamo le bontà in una panchina sotto qualche timido raggio di sole.

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Erlangen è una cittadina viva, probabilmente per la presenza massiccia di giovani universitari, la scopriamo per puro caso, scegliendola unicamente perché ci colpisce il suo nome e ciò che scorgiamo dai finestrini del treno.

Ci stupiamo nel trovare un viale di negozi e punti ristoro, caffè e lo percorriamo mano nella mano, respirando gli aromi della cucina tedesca che abbraccia quella orientale.
Approfittando dei negozi aperti, facciamo un po’ di shopping, qualche dono per i nostri cari (il trovare un carillon per mia madre, che li colleziona, mi rende felicissima), calze per Massi e qualche altro sfizio.
Siamo completamente a nostro agio.

La giornata volge al termine, ceniamo e rientriamo in Hotel, portando con noi il benessere che i momenti vissuti ci hanno regalato.

Il giorno successivo, direzione Regensburg (Ratisbona), dopo una colazione che fungerà anche da pranzo pasquale.
Per raggiungere la cittadina, non inclusa nel raggio del Tages Ticket, acquistiamo alle macchinette della stazione centrale, il Bayern Ticket per due persone, al costo di 31 euro, con il quale, abbiamo la possibilità di utilizzare  Ubahn, Sbahn, tram, bus e treni regionali, nell’intera Baviera. Nel 2013, ci spingemmo fino a Monaco con questa opzione e fu davvero conveniente. Regensburg è sullo stesso percorso, ma raggiungibile in circa un’ora e mezza.

Per altro, vogliamo goderci anche un po’ dei mercatini pasquali di Nürnberg, ci accontentiamo perciò dei paesaggi che scorgiamo all’andata e al ritorno (per quest’ultimo, scegliamo una tratta con più fermate, proprio per familiarizzare con più paesini, catturare immagini bavaresi, ed eventualmente, scegliere di scendere senza aspettative e rimanere stupiti, come nel caso di Erlangen).
Dalla stazione centrale di Ratisbona, raggiungiamo il centro storico in circa dieci minuti di passeggiata, con un fitto sottofondo di cori da stadio, che provengono da un’ala di binari affollata da tifosi (che partita ci sarà?). La polizia è schierata per evitare eventuali disagi e ci indica la strada per evitare incontri ravvicinati con gli appassionati di calcio.
La cittadina è densa di una storia rimasta intatta e non è stata devastata dalla guerra,  esperienza vissuta da Berlino e da tante altre città tedesche.

Vicoletti, strade acciottolate, addirittura una porta Pretoria che ancora resiste in parte, tra abitazioni private e ristoranti.
L’imponente Duomo, purtroppo circondato da lavori in corso e  i meravigliosi ponti che si affacciano su un Danubio parecchio arrabbiato, ma sempre suggestivo. Il vento è talmente trainante, da condurre le anatre a 50km/h senza che esse facciano alcuno sforzo fisico: una danza di code e zampe palmate.

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Tanti giovani locali, corrono e si allenano, nonostante le temperature ancora rigide e qualche irruzione piovana. Noi siamo sommersi da strati di sciarpe e maglioni e travolti da folate di vento improvvise quanto brevi.
Ci godiamo tutto il godibile, poi riprendiamo il treno per salutare Nürnberg e lo facciamo nel migliore dei modi, tra mercatini pasquali, tazze di caldo Frankenwein (cugino primo del Gluehwein) e patatine fritte, tra ponticelli e oggettistica artigianale, proprio come piace a noi.

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Un arrivederci come si vede.
Il vino ci dona tepore e una discreta allegria che ci fa immergere completamente nel clima festoso.

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Come ci capitò nel 2013, salutiamo questa cittadina appagati da ciò che ci ha concesso e malinconici, all’idea di dovercene separare.

Torniamo a casa, dopo una lunga giornata tra aeroporti bavaresi e lombardi, carichi e soddisfatti per questa esperienza breve, ma veramente intensa.

 

Tschüss Nuernberg! Bis bald!

Di presagi e imprevisti, tra Svizzera e Francia (L’antipasto).

“Ma la Svizzera non è MOLTO cara?”

Mi chiede perplesso Massi quando gli propongo di scegliere Ginevra, come base per il nostro viaggio di fine estate.

“Amore mio, sono solo voci di corridoio, fidati di me! Cagliari è più costosa!”

Rispondo, attirata dalla tratta diretta Easyjet e dai “soli” 60 euro AR  per le date perfette per i nostri programmi.

Orari di decollo non particolarmente rilassanti, soprattutto le 6.30 del volo di ritorno, ma l’adrenalina in ascesa all’idea della vacanza, ci rende temerari: ce la possiamo fare, faccio i biglietti!

Nella scelta dell’hotel, l’originaria domanda di Massi aleggia spavalda e inizia a trovare risposta affermativa.

Devo escludere una buona fetta di strutture, accessibili solo post vincita al Super Enalotto o eredità milionaria. Depennati poi, ostelli con bagni in comune e letti a castello in dormitorio, nei quali faremmo lievitare esponenzialmente l’età media e ci offrirebbero un deambulatore e un semolino, trovo per fortuna un hotel perfetto, praticamente in pista di atterraggio per vicinanza all’aeroporto ma perfettamente collegato con il centro città, economicamente accessibile grazie ad un mega sconto a me dedicato, per il ruolo di utente Genius su Booking.com.

Risolte le faccende di volo e alloggio, mi dedico all’esplorazione su mappa dei dintorni di Ginevra, per organizzare gite ed escursioni, di cui andiamo ghiotti. Scopro con grande piacere che nella confinante Francia, tanti borghi possono essere raggiunti con i treni veloci.  Scelgo Annecy e Chambery, descritte sul web come meravigliose e distanti solo poche decine di chilometri dalla nostra base.

Faccio i biglietti di viaggio online, previa verifica serietà del sito che li emette (https://www.trainline.it/), uso paypal per ogni evenienza e in pochi minuti ho già in mano i documenti di viaggio stampati.

Non ci resta che attendere la data di partenza.

Alle 6,30 del 18 agosto, siamo su strada per raggiungere un parcheggio privato nei pressi dello scalo aeroportuale cagliaritano, purtroppo rallentati da un mezzo addetto al ritiro rifiuti e produttore di una fragranza di tutto rispetto,  che ovviamente abbraccia il nostro abitacolo.

Massi ed io ci guardiamo: sarà un presagio?

Il parcheggio si rivelerà eccellente e molto conveniente rispetto al taxi, in un orario nel quale non si ha il coraggio di disturbare qualcuno per avere un passaggio (https://www.parkingo.com/parcheggio-aeroporto-cagliari-elmas), lasciamo l’auto in custodia e una navetta ci conduce alle partenze.

Decolliamo in orario e il volo (con mia immensa gioia) sarà brevissimo, circa un’ora e venti.

Se non fosse stato per l’alito pestilenziale della signora seduta accanto a me, in stile bomba chimica, sarebbe stata una tratta rilassante e piacevole, con vista sulle Alpi.

Un cugino del presagio precedente? Mi chiedo.

Dopo l’atterraggio, seguiamo il lungo tragitto verso l’uscita.

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Chi è diretto in città, può prendere nella zona in cui vengono consegnati i bagagli (accanto alla porta, sulla sinistra), un biglietto Unireso che consente di usufruire dei mezzi pubblici nella zona 10 (gran parte di Ginevra), per circa 80 minuti, la validità comincia dopo l’emissione.  Purtroppo ci tratteniamo  troppo a lungo in aeroporto per poterne usufruire e siamo costretti a spendere 3 franchi a testa per due biglietti da utilizzare per il bus n.23,  che in 40 secondi ci condurrà al nostro Nash Airport Hotel (il presagio prende forma?).

Ad accoglierci alla reception, troviamo una simpaticissima e cortese ragazza romana, che ci fornisce informazioni utili, una mappa della città, una dei trasporti e soprattutto due biglietti che ci permetteranno di  utilizzare gratuitamente tutti i mezzi pubblici nella zona 10 per l’intera durata del soggiorno.

La stanza è veramente carina e pulita. L’iniziale temperatura è polare, perché gli addetti alle pulizie hanno dimenticato l’aria condizionata accesa e selezionata a  circa 15 gradi. Ma stemperiamo in pochi minuti.

Bollitore con tè e caffè in omaggio e due bottigliette d’acqua ugualmente offerte.

La vista è sulla pista di decollo e mi affascina il continuo fluire di aerei diretti in tutte le parti del mondo. Easyjet fa da padrona, con frequenza di decollo di almeno una volta ogni tre minuti.

La mia ambivalenza quando si tratta di volo, si palesa anche in questo. Detesto essere protagonista diretta di un viaggio aereo e nonostante la mia affinata capacità di gestire mentalmente l’ansia, il mio corpo diventa altro da me, reagendo in solitudine (tra sudorazione e pallore), mentre io sono convinta di essere rilassata.  Ma, trascorrerei ore ad ammirare decolli e atterraggi e i velivoli in rotta verso luoghi e culture, mi donano un senso di pace totale.

Mi incollo alla finestra e ammiro il susseguirsi dei giganti alati, fin quando un temporale corredato di tuoni, fulmini e apocalisse, irrompe improvvisamente e procrastina la nostra prima uscita in città.

Sarà il trisavolo del presagio? Mi chiedo.

Dopo tre quarti d’ora torna il sereno.  Siamo pronti a scoprire Ginevra!

I parenti del presagio, si faranno vivi?

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Di cannella, arancia e Mercatini di Natale (tra Francia, Germania e Belgio)

I Mercatini vanno raccontati quando il ricordo è ancora “caldo”, caldo come il vino sorseggiato tra le bancarelle addobbate e le luminarie del fine serata.  Caldo come l’aroma di cannella, arancia e come il cioccolato fuso che crea un sentiero  sui Waffle, abbracciandone le forme.

I Mercatini sono l’aspetto natalizio che amo maggiormente (direi anche l’unico), portatori di atmosfere fiabesche  e ornamenti preziosi della stagione invernale.

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Per questo, Massi ed io, abbiamo scelto di ritagliare un piccolo spazio tutto nostro, uno spazio importante, quasi in concomitanza con il nostro primo anniversario di matrimonio, che ci permettesse di assaporare ancora una volta l’incanto natalizio di paesi un po’ più a Nord rispetto alla nostra isola.

Organizzo il tour circa due mesi prima della partenza, partorendo un progetto discretamente ambizioso, ma senza dubbio fattibile per chi come noi, ama profondamente viaggiare: tre nazioni in cinque giorni utilizzando gli efficienti treni  veloci tedeschi e francesi.

Cagliari, nostra città natale, offre ormai pochissime opportunità di voli diretti lowcost, ma non mi arrendo. Scelgo Bruxelles Charleroi come punto d’arrivo e pernottamento e valuto quali mete sono raggiungibili con tragitti ferroviari.

Vincitrici saranno Lille, Colonia e la meravigliosa Bruges, che rivedremo per la terza volta (Massi ironizza sulla possibilità che ci possano dare la cittadinanza per la costante presenza in Belgio).

Data di partenza: 5 dicembre 2016, un tiepido lunedì cagliaritano che si evolve in un rigido fine serata belga.

Due ore e mezza di volo ci conducono a Charleroi, dove ormai ci destreggiamo con familiarità. Raggiungiamo il Bus Shuttle che ci porterà in circa 40 minuti a Bruxelles MIDI (la fluidità della circolazione stradale riduce i tempi del tragitto, che solitamente è di circa un’ora), da cui il nostro Hotel dista meno di 5 minuti di camminata (scelta strategica, in vista dei viaggi in treno che caratterizzeranno le giornate successive).

L’albergo è il Nekotel  (http://nekotel-concept-art-hotel-brussels.hotel-ds.com/it/), 180 euro per 4 notti e da me recensito al rientro a casa con punteggio ottimo.  La nostra camera (506) era silenziosa, pulita, con una WiFi eccellente e dotata di tutti i comfort per noi importanti.  Nei pressi della Reception, due distributori automatici di bevande calde e snacks, utili fornitori di zuccheri al mattino (costo medio 1 euro a prodotto).

Prendiamo possesso della nostra stanza a tarda notte e un sonno rigenerante ci culla verso il nostro primo, vero giorno di viaggio.

A Cagliari, una volta scelte le mete, avevo acquistato i biglietti dei treni nel sito ufficiale delle ferrovie del Belgio (https://www.belgianrail.be/) . La nostra prima tratta sarà con L’Eurostar  da Bruxelles e la seconda con il Thalys  da Lille, per circa 50 euro a testa.

Mentre verifichiamo l’orario di partenza al tabellone di Gare du Midi, un impiegato ci offre sorridente aiuto, che accettiamo per chiedere conferma su alcuni dubbi. Sarà lui a spiegarci che per il treno verso Lille (con capolinea a Londra), è necessario affrontare un check in. Corriamo verso la zona preposta al controllo e solo allora ci rendiamo conto di quanto siano rigide le verifiche di sicurezza per la nostra tratta. Bagagli ispezionati e metal detector come negli aeroporti, attesa del treno in una stanza “ghetto” e grappoli di agenti della sicurezza che prima della partenza effettuano ripetute verifiche all’interno e all’esterno dei vagoni. Ci colpisce il cambiamento post attentati di Parigi e Nizza, lo comprendiamo e lo accettiamo, anche se ha l’ambivalente esito di farci sentire sicuri da un lato, ma di acutizzare i pensieri d’ansia dall’altro.

Prendiamo posto sui nostri sedili e in trenta minuti raggiungiamo la cittadina francese (stazione Lille Europe). Dieci minuti di camminata ci separano dal centro storico cittadino. Non siamo mai stati a Lille e siamo molto curiosi.

Individuato un Info Point, prendiamo una mappa che ci permetta di orientarci e soprattutto identificare le postazioni dei Mercatini natalizi. Percorriamo viuzze cui fanno da coreografia bar, ristorantini, vetrine che espongono saporiti prodotti locali e quasi subito, cominciamo a sentire profumo di cannella, formaggio fuso, dolci e fritti: il mercatino è davanti a noi! Casette in festa che si susseguono tra luci e colori.

Una guardia verifica il contenuto delle nostre borse prima di farci entrare e conferma la rigidità dei controlli.

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Tanti artigiani espongono le loro creazioni, passeggiamo mano nella mano e scegliamo qualche pensierino da portare ai nostri affetti. Ma al di là degli acquisti, ciò che maggiormente ci attrae, è la casetta da cui sgorga il Vin Chaud (cugino del tedesco Gluehwein), dolce vino caldo arricchito con arancia e cannella. Non esitiamo e prendiamo il primo bicchiere della nostra vacanza.

Quello che amo dei mercatini, è la condivisione degli spazi comuni durante le degustazioni. Massi ed io, sorseggiamo in un tavolo  l’amabile fruttato caldo, accanto a una coppia che sorseggia una meno amabile zuppa di cipolla, discretamente aromatica.

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Proseguiamo il percorso tra gli espositori, fino all’uscita del mercatino e ci addentriamo nella Vieux Lille, centro storico cittadino e gioiello d’architettura, cartolina inalterata del passato. La Grand Place ci accoglie con una maestosa ruota panoramica e l’imponente albero di Natale.

La giornata prende vita col passare delle ore e sappiamo che dopo il tramonto, con le luminarie accese, sarà davvero uno spettacolo indimenticabile. Osserviamo tutto e scegliamo di sederci a prendere un cappuccino e un dolce in un Bar della zona, per scaldarci un po’ e ritrovare energie dopo ore di camminata. I gestori sono di rara gentilezza e anche se non c’è grande spazio di manovra con l’inglese o con il tedesco (è giunta l’ora di studiare il francese!), riusciamo comunque a comunicare e beviamo un buonissimo cappuccino aromatizzato alla nocciola, accompagnato da due dolci deliziosi.

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Salutiamo e ci rituffiamo in una città che scopriamo più viva e affollata, tra musiche e caldarroste, sorrisi di bimbi che corrono e la ruota che colora la piazza con le sue luci.

Che meraviglia.

Ultima tappa, una libreria nella quale godiamo del panorama di Lille dall’alto. Prima dei saluti e di tornare in stazione, prendiamo un cono extra large di caldarroste e ci perdiamo tra le luminarie e il fascino degli addobbi della Place du Theatre.

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Siamo felici. Affrontiamo il check in del rientro, nel quale dimentico il cellulare in tasca, facendo così allertare mezzo esercito e in trenta minuti giungiamo in una Bruxelles notturna, alla vigilia della nostra seconda tappa: Nach Koeln, Colonia!

Per raggiungere la Germania, prendiamo il mio amato ICE, treno veloce tedesco per cui ho fatto i biglietti prima della partenza (50 euro a testa AR con posto assegnato). Due orette di viaggio a circa 250Km orari e raggiungiamo la stazione centrale di Colonia, già visitata nella primavera del 2014, ma dal fascino completamente differente durante il periodo natalizio. Il grande Duomo sovrasta il primo mercatino della giornata, nel quale, dopo esserci coperti come fossimo nel gelido inverno Russo, ingraniamo con un bollente Gluehwein e contorno di caldarroste.

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Sono così felice e desiderosa di chiacchierare in tedesco, che in ogni bancarella alimentare acquisto qualcosa: Brezel, Castagne, Vino, cioccolato, ed è subito adipe riscaldante.             Ci tratteniamo fino al primo pomeriggio nel mercatino iniziale, perché leggo nel programma che una orchestra di mandolini terrà un concerto, a cui scegliamo di assistere. Musicisti over sessantacinque, accordano con maestria i loro strumenti e diretti magistralmente, allietano il post pranzo con melodie da tutto il mondo, anche le nostrane “O sole Mio” e “Santa Lucia”, che tanti presenti canteranno e conosceranno meglio di noi! Salutato il concerto, trovo in un Info Point una mappa interamente dedicata ai Mercatini. Seguiremo il percorso indicato per visitarli tutti prima del nostro rientro (che avevo programmato intorno alle 22,  visto l’amore viscerale che mi lega alla Germania).

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Passeggiamo fino ad incontrare il secondo della giornata, quello del Centro Storico, donatore di altro Gluehwein e delle tazze che porteremo con noi come souvenir.             Ogni dettaglio è curato con arte e impegno, ogni mercatino tedesco ha la sua personalità e identità, nonostante l’atmosfera comune sia quella del natale, anche le tazze sono differenti e la gamma dei prodotti proposti è vastissima.

Respiriamo i profumi tipici delle cotture e delle spezie, camminiamo, ammiriamo e raggiungiamo altre casette di legno, quello del Porto nei pressi del museo del Cioccolato e infine, quelle del Mercato Nuovo, che maggiormente mi hanno lasciato senza fiato. Immense, affollate, meravigliose. Giochi di luci e profumi.

Vorrei trattenermi in Germania, vorrei poter chiacchierare ancora nella lingua che tanto amo, perdermi tra i colori, le persone sorridenti che stringono tra le mani tazze straripanti, panini, patatine fritte.  Ma l’ICE ci aspetta.

Saluto Colonia, ma so che con la Germania è soltanto un arrivederci a presto.

La penultima giornata è dedicata a Bruges, gioiello del Belgio a cui facciamo visita per la terza volta. Abbiamo ormai familiarità con i treni e con i percorsi che ci conducono al centro città e alla grande piazza, architettura d’arcobaleno, impreziosita dai mercatini, da una pista da pattinaggio sul ghiaccio e dall’aroma di Waffel, frittelle, cioccolate calde e Vin chaud.

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Viviamo ogni momento di quest’incanto, battezzando ovviamente la giornata con una tazza di vino e un Waffel grondante ci cioccolato fuso, cui faranno seguito delle frittelle di mela, ugualmente annegate nel cioccolato caldo fuso. Apporto calorico non pervenuto, ma ipotizziamo e per smaltire percorriamo la splendida cittadina a piedi, per rivederne la bellezza dalle mille sfumature.

Tra una casetta di legno e l’altra, troviamo il tempo anche per un po’ di shopping.

La giornata vola, il sole tramonta e le luminarie si accendono, attraendo il nostro sguardo come fossero calamite. Con le buste ci dirigiamo alla stazione dove il treno regionale ci porterà verso  la nostra ultima notte al Nekotel.

Il giorno della partenza abbiamo una intera giornata a Bruxelles. Dopo il check out, lasciati i bagagli al deposito dell’Hotel per spostarci in leggerezza, ci dirigiamo verso il centro città, che raggiungiamo in una mezz’ora di passeggiata.

Ormai di casa anche nella capitale, riscopriamo una Grand Place in abito natalizio, che accoglie al centro un altissimo albero addobbato. I mercatini sono in una zona vicina (Bourse), ma scopriremo poi, perdendoci tra le viuzze centrali, che un intero percorso è dedicato alle casette, dislocate su più punti e legate dall’evento Plaisirs d’Hiver (Winter Pret). I mercatini si susseguono uno dopo l’altro, fino al culmine della Ruota Panoramica, osservatrice di una distesa di casette di legno, tra le quali ci perdiamo, mano nella mano, bicchiere nell’altra, vino caldo con noi.

Troppo veloce trascorre il tempo, quando si vivono esperienze felici.

Troppo velocemente siamo passati dai mercatini a Charleroi  e da Charleroi a Cagliari, dove alla tristezza per il rientro, si aggiunge la solitudine della nostra attesa di un taxi, che pur prenotato con largo anticipo, si dimentica di noi, sperduti nella sala arrivi dell’aeroporto in un orario inumano (23.45) per disturbare qualcuno che non fosse un altro taxi.

Ora mi aspettano i mercatini della mia città natale, novità assoluta e gradita. Ma per stemperare l’inverno alle porte, presto prenderà forma il troppo a lungo rimandato, diario di viaggio dell’Olanda, visitata e amata lo scorso agosto.

 

 

 

 

 

 

Il ritrovato Belgio e la ritrovata voglia di raccontare.

Ricomincio dal verde sconfinato, dalle mucche rilassate sulle distese erbose, dal cioccolato che non vorresti smettere di degustare, esposto come fosse un  prezioso  di cui aver cura, nelle vetrine dei negozietti affacciate su strade affollate.

Ricomincio dal Belgio, che mi colpì con freccia cupidica nel 2010 e che per tanto tempo ho sperato di rivedere, desiderio realizzato dopo sei anni, nel giugno scorso.

Riprendo a coltivare il mio amato blog, per troppi mesi trascurato, nonostante le piccole tappe europee esplorate dall’inizio dell’anno,  di cui custodisco appunti di viaggio, in attesa che  le mie mani e i miei sguardi nostalgici li facciano sbocciare in pubblicazione.

A Cagliari la stagione balneare è già cominciata con successo, quando Massi ed io, atterriamo a Charleroi- Bruxelles con volo Ryanair (circa 60 euro a testa AR), in un umido pomeriggio.  Le previsioni meteo sbirciate durante la mattinata, non sono particolarmente confortanti. Una sinfonia temporalesca in stile fine del mondo, è prevista per tutti i giorni della nostra permanenza.

Ma l’assenza di perturbazioni al nostro arrivo, ci riempie di ottimismo.

Ci dirigiamo verso il Bus Shuttle per il quale abbiamo acquistato i biglietti online  poi stampati (https://www.brussels-city-shuttle.com/it#/) prima della partenza, usufruendo per questo di uno sconto di circa un euro per ticket. La piazzola di sosta dei mezzi si identifica e raggiunge facilmente, poiché superata l’uscita, voltando a destra e percorrendo qualche metro, si scorgono immediatamente  le transenne “ammazza furbizia” che contengono la fila.

La salita sul Bus avviene in modo molto ordinato e sereno e c’è posto per tutti i viaggiatori paganti.

In un’ora circa raggiungiamo la Stazione Midi di Bruxelles, distante (in teoria) quindici minuti a piedi dal nostro hotel.  La teoria è però sconfitta da stanchezza, sopravvalutazione del nostro senso dell’orientamento e dal calar del sole, così, arriviamo in Hotel dopo più di mezz’ora di camminata, appesantita da bagagli e pioggia che in ritardo ci da il benvenuto.

Alloggiamo al Bedford, un quattro stelle per il quale ottengo uno sconto eccezionale grazie al mio essere utente Genius su booking.com (http://www.booking.com/hotel/be/bedford.it.html ), saremo a cinque minuti dalla Grand Place e la colazione abbondante e variegata sarà inclusa.

Alla Reception ci accoglie un giovane e sorridente ragazzo siciliano.

Socializziamo e condividiamo qualcosa delle nostre vite.

Ci assegna poco dopo una camera al quinto piano, augurandoci una buona serata.

Massi  e io, iniziamo a sentirci discretamente provati per il lungo viaggio, abbiamo voglia di rilassarci e di abbuffarci con le leccornie comprate in stazione all’arrivo in città. Proprio la stanchezza non ci mette in allerta, quando dopo diversi tentativi, non siamo in grado di aprire la porta della camera.

Insisto nell’appoggiare la scheda sull’oasi dedicata, nei pressi della maniglia, ma l’uscio resta serrato.

Poi, finalmente (penso) la porta cede, ma non per merito nostro.

Un robusto signore anglofono è davanti a noi, sconcertato, ma soprattutto nudo.

L’imbarazzo prende forma nei nostri sguardi (prontamente puntati verso il soffitto per evitare sgradite visioni) e nelle nostre bocche spalancate. Gli spiego che c’è stato un errore nella attribuzione del numero della stanza e mi scuso.

Quando torniamo in Reception e spieghiamo l’accaduto, riceviamo cascate di scuse e una quadrupla più grande del nostro appartamento a Cagliari, senza nessun costo aggiuntivo.

Il sonno nell’accogliente lettone, ci rigenera.

Il giorno successivo è domenica e abbiamo in programma una gita a Brugge, scelta pianificata per usufruire degli sconti nel weekend  (biglietti acquistati online e stampati prima della partenza http://www.belgianrail.be/en/Default.aspx  ).

Una ricca colazione ci mette energie in zaino, ci dirigiamo grintosi alla Stazione Centrale (Gare Central).

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Forti del nostro ticket che ci permetterebbe di visitare tutto il Belgio in una giornata, alla modica cifra di 20 euro, guardiamo il tabellone delle partenze tanto euforici quanto superficiali e cadiamo nella tela di una profezia che si auto avvera. Invece del diretto verso la cittadina, prendiamo un treno con circa seicento tappe intermedie su tutto il territorio e siamo a Brugge in tre ore. Pur avendo tentato di tamponare il danno, chiedendo informazioni al Capo Stazione, dobbiamo attendere l’arrivo a Brugge senza poter cambiare vettura, poiché impiegheremo un tempo superiore nel tornare a Bruxelles e prendere un altro treno.

Ma che ci importa in fondo? Siamo in vacanza, la giornata è soleggiata contro tutte le previsioni e poco distante dalla Stazione di Brugge (dove prendiamo una mappa della città, gratuitamente, all’Info Point), vediamo,  immerso nel verde un fantastico Food Truck Festival che durerà tutto il giorno.

Ci immergiamo tra la gente, assorbendo profumo di fritto e arrosto, integrati perfettamente nel contesto.

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Poi proseguiamo per rivedere una cittadina che amammo moltissimo durante la nostra prima volta in Belgio.

La Piazza ci attende con le sue casupole colorate, le cioccolaterie, turisti.

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I furgoncini che vendono fritti e oleosi spuntini, ci chiamano, cediamo e degustiamo in piazza una porzione extra large di patatine imburrate (i nostri stomaci vanno in ferie per qualche ora).

Passeggiamo tra scorci e canali, la giornata vola.

Scegliamo di concluderla con una birra, prima di rientrare a Bruxelles.

Seduti verso la piazza, viviamo uno di quei momenti nei quali la mente è travolta da note serotoninergiche e tutto ci sembra leggero e possibile.

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Il rientro non riserva sorprese. Solo ci colpisce la ferita ancora aperta di una Bruxelles che ha subito il recente attentato e si scopre esposta. I militari sono presenti in molte zone strategiche della città, scrutanti e attenti.

Dedichiamo il terzo giorno alla capitale.

Dopo la nostra soddisfacente colazione, raggiungiamo in un soffio la Grand Place, dove ci fermiamo  a lungo per trattenere quanto più possibile ricordi visivi, di tanta bellezza, dei colori, dei volti.

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Tappa obbligata al Manneken Pis, il bimbo dall’urina incontrollabile, sempre molto elegante  e curato nei dettagli.  A parte noi, c’è un limitato gruppo di orientali che scatta e sorride, quindi riesco a ritagliarmi uno spazio ottimo per qualche foto.

Nonostante avessimo già vissuto nel 2010 l’esperienza, decidiamo di rispolverare i nostri ricordi utilizzando i Bus turistici della City SightSeeing, che al costo di 25 euro a testa, ci accompagnano in un tour delle principali attrazioni, fino a quando non scorgiamo un verde parco con laghetti, nel quale scegliamo di improvvisare un pic-nic e rilassarci.

A fine serata, una fitta, anche se non aggressiva, pioggerella, ci costringe ad alzarci.  Passeggiamo mano nella mano, protetti dai nostri ombrelli. Nemmeno la pioggia è in grado di rovinare la bellezza di certi momenti, anzi, se discreta ne intensifica la portata. L’unico nemico, almeno per i miei capelli, è l’umidità quasi intollerabile.

Il giorno seguente, abbiamo il volo alle 21.20, possiamo perciò dedicare ancora una intera giornata alla nostra amata Bruxelles.

Dopo il check out,  ci dirigiamo verso il Birrificio a conduzione familiare Cantillon, aperto al pubblico e soprattutto dispensatore di ottime degustazioni.

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Al costo di 7 euro a testa, è possibile visitare la struttura,  guida cartacea alla mano, dopo  aver ascoltato un preambolo sulla sua storia esposto in inglese, dallo stesso proprietario e alla fine del tour, bere due birre del campionario, incluse nel biglietto ed eventualmente  proseguire fino a ubriachezza molesta, pagando di tasca, se lo si desidera.

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Bere alle 11 del mattino, cambia e migliora la prospettiva della nostra ultima giornata in Belgio.Rassicura me, simil-aerofobica e rassicura Massi, il cui ruolo ufficiale di calmante, viene alleggerito dalle proprietà distensive della birra.

Trascorriamo le ore successive tra negozi e cioccolaterie, un po’ per degustare, un po’ per acquistare.

Il tragitto verso il Bus Shuttle che ci condurrà in aeroporto, è illuminato dai lampi e musicalizzato dai tuoni di un temporale fuori misura.Siamo stati veramente fortunati e ringrazio l’apocalisse che ha scelto di posticipare la propria visita.

Volo parzialmente sereno, con picchi di ansia regalati da una signora che utilizzava tranquillamente facebook ad alta quota, nonostante i rimproveri degli assistenti di volo e i miei.

Mi affido alla sorte, che benevola ci riconduce a casa. Sono pronta per l’avventura che ci attende tra qualche settimana.

 

 

 

Di Copenaghen e di altre meraviglie nordiche.

Sveglia alle 3.30, il Taxi passerà alle 4.45 per condurci all’aeroporto in una calda e umida nottata di fine agosto.
I più lucidi appaiono i nostri mici, che superata l’iniziale perplessità derivante dal buio totale ancora imperante, pretenderanno la colazione e intoneranno, per raggiungere lo scopo, miagolii da tenore lirico.
Io e Massi, palpebre cascanti e ripresa lenta, verifichiamo di non aver scordato nulla e iniziamo l’avventura: Copenaghen ci aspetta!
Il volo Alitalia da Cagliari AR (con scalo a Roma Fiumicino), ci costerà circa 200 euro a testa, un’offerta che, trattandosi della capitale danese, “non si poteva proprio rifiutare”.

Atterriamo all’aeroporto di Kastrup intorno alle 12 e raggiungiamo in circa dieci minuti il binario del treno che ci condurrà alla stazione centrale (Københavns Hovedbanegård). Lo scalo aeroportuale ha le sembianze di un centro commerciale: per gli affamati appena giunti in città, un paradiso di ristoranti, chioschi e punti ristoro. Noi decidiamo di pranzare dopo aver raggiunto l’hotel, acquistiamo i biglietti del treno alle macchinette automatiche (che NON sono in prossimità dei binari, ma al piano superiore) e prendiamo posto nel silenzioso e veloce mezzo, che raggiungerà il principale snodo ferroviario in circa 7 minuti, durante i quali discorriamo con una studentessa italiana, appena atterrata, la quale ci spiegherà di dover trascorrere due anni a Copenaghen e condividerà con noi le proprie paure. Reduce dalla lunga esperienza berlinese e empatizzando profondamente con lei, fungo da mamma chioccia, rassicurandola con autentico interesse.
La Stazione Centrale dista circa cinque minuti di camminata dall’Hotel Løven, nel quale alloggeremo (scelto tra tanti per prezzo e posizione), che si rivelerà una struttura senza pretese, senza televisione, senza un utilizzabile segnale wifi, ma con un supermercato LIDL salva portafoglio a circa 200m e un frigo enorme in camera, che ne risolleveranno le sorti. Mentre ci dirigiamo verso l’albergo, grida di intensità riconducibile ad un massacro da film Horror, attirano la nostra attenzione: è il caloroso benvenuto del Parco di divertimenti Tivoli, paradiso ludico, al quale perfino Walt Disney si ispirò, che permette ai visitatori uno sfogo da competizione attraverso l’urlo libero in concomitanza con l’utilizzo dei numerosissimi giochi.

Tivoli

Tivoli

Dopo un veloce check in e un pisolino ristoratore, percorriamo a piedi le ampie strade che portano al centro e ci perdiamo in una Copenaghen rinfrescata da un nordico venticello e affollata da pedoni e ciclisti. L’altezza media locale ci inquieta e perfino il metro e ottanta di Massi potrebbe ricevere la candidatura per la “sindrome da Folletto Lannister”.
Raggiungiamo lo Strøget nel centro storico cittadino, isola pedonale attorno alla quale si diramano viuzze animate da artisti di strada, negozi, ristoranti, gelaterie e lo percorriamo mano nella mano, sentendoci parte di una atmosfera rilassata e gradevole che culminerà nei colori di Nyhavn, antico porticciolo da cartolina, icona della città e magia per occhi e anima di chi ha la fortuna di trascorrervi del tempo. La sveglia notturna è valsa la pena, il tramonto assaporato tra i ristoranti, i profumi e le sfumature di Copenaghen, ci concede emozioni e ricordi di rara bellezza.

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Il giorno successivo scegliamo, come spesso in occasioni precedenti, di familiarizzare con la città attraverso il Bus Turistico – Red Bus (175 corone a testa, per l’intera giornata, Hop On, Hop Off). Spiegazione anche in italiano, dettagliata e interessante, relativa ai principali luoghi di interesse. Scendiamo nei pressi della Statua della Sirenetta, che ci attende cupa e inquieta, volta verso l’orizzonte. Tanti turisti in fila per la foto di rito, ma a destare la mia attenzione, sono purtroppo i numerosi rifiuti che galleggiano nei pressi delle rocce che sostengono la scultura: plastica, cartone, addirittura frutta, annebbiano la bellezza del simbolo danese ed è un vero peccato.

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La nostra mattinata prosegue nella Langelinie, tra verde sconfinato, azzurro del cielo, blu dei laghetti e nero delle magliette indossate dai crocieristi della “Full Metal Cruise” attraccata in zona, completamente dedicata agli amanti del genere, che popolano le strade del centro. Dedicheremo la serata alla visita del quartiere Nørrebro multietnico e accogliente, dispensatore di positività, al rientro dal quale ci fermeremo in una panchina lungo un laghetto dove cigni veri e in sembianze di pedalò, ci accompagneranno fino al calar del sole, che ci concederà una vista mozzafiato sulla città.
Grazie ai preziosi consigli di due cari amici ex abitanti danesi, scegliamo di dedicare le giornate successive, alla visita di Roskilde e Malmoe (in Svezia), cittadine poco distanti da Copenaghen e facilmente raggiungibili con gli efficienti treni locali.
Spenderemo per raggiungere la prima, famosa città legata profondamente alla storia vichinga, 192 corone AR a testa. Sul treno che partirà dalla stazione centrale di Copenaghen e avrà come capolinea proprio Roskilde, wifi gratuito e bustine con i logo della compagnia ferroviaria a disposizione dei passeggeri, le trovo carine e ne prenderò una decina come souvenir a costo zero! In venticinque minuti siamo a destinazione, la stazione è minimale, con un solo binario e le macchinette dispensatrici di biglietti lungo le banchine d’attesa. Il centro è raggiungibile con una breve camminata che allungata di poco, conduce anche al museo vichingo (l’assenza di veri e propri confini tra museo ed esterno, creerà confusione in me e Massi, che ci renderemo conto solo dopo aver visitato parte della struttura, di essere al suo interno senza biglietto!). Pausa relax su una panchina e pranzo nei tavolino all’aperto del centro grazie ad un clima tiepido e coccolante.

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Rientriamo a Copenaghen nel pomeriggio e visitiamo il parco Tivoli (99 corone a testa per l’ingresso, giochi da pagare a parte, all’interno), luogo magico, dove prati, specchi d’acqua dimora di pesci, anatre, cigni e gabbiani, giochi, punti di ristoro e colorate strutture, regalano una esperienza senza uguali. Visitai il parco divertimenti nei pressi di Parigi, circa dieci anni fa, ma nulla a paragone con la meraviglia tivoliana, una città dentro la città, dove l’età perde significato e dove grandi e piccini possono vivere un piccolo sogno. Scorgo adulti che accompagnano i propri bambini in giochi più o meno audaci e leggo più ansia nei loro occhi che in quella dei loro piccoli. Il sottofondo di grida, ci fa compagnia e ci fa sorridere.

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La serata si conclude con la piacevole esibizione dell’orchestra di Tivoli. Ricordi preziosi che custodiamo gelosamente.
Penultima giornata dedicata a Malmoe, che raggiungiamo in circa trenta minuti, con 172 corone danesi (all’andata), 105 corone svedesi (al ritorno) dalla stazione centrale. Un bellissimo panorama accompagna il nostro viaggio in treno, dal quale scorgiamo le tipiche pale eoliche nordiche che spuntano dall’acqua e paiono galleggiare sul mare, sono tante, tantissime!
Giunti nella cittadina svedese, identifico nei pressi della stazione un info point, dove ci danno una mappa della città (gratuitamente) e sorrisi di buona giornata. Il centro è vicinissimo. Passeggiamo tra viuzze, piazze e ponticelli e ci godiamo questa perla nordica, dove l’architettura ci rimanda al 2011 e al nostro indimenticabile viaggio a Stoccolma.

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Tornati nella “cugina” Danimarca, in serata visitiamo la tanto discussa e controversa Christiania, quartiere-cittadina parzialmente autogovernato all’interno di Copenaghen, che tra le altre cose, possiede un ampio e fornitissimo Green Light District, nel quale erba e “cannoni”, vengono venduti e fumati in amicizia totale. Letture precedenti alla visita, ci mettono al corrente delle regole da rispettare all’interno della zona ormai polo turistico affollatissimo:
-non fotografare
-non utilizzare i cellulari (no telefonate)
-non ostentare (?)
L’ultima regola ci lascia perplessi, ma cerchiamo di rispettarla. Resto affascinata dai colori, dai sorrisi e dal profumo intenso dell’erba che stende l’olfatto di grandi e piccini.Un’esperienza particolare, affatto pericolosa (come alcuni l’avevano definita) e assolutamente da depennare nella lista di cose da fare. L’atmosfera è distesa ed è possibile accomodarsi nei tavoli all’aperto, bere una birretta e per chi lo desidera, fumare i prodotti locali. Senza dubbio una fetta turistica sui generis.

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Percorriamo al rientro il bellissimo quartiere di Christianshavn, perla cittadina dove il fascino delle case risalenti al Diciannovesimo secolo, si fonde con una modernità in continua evoluzione.
La nostra esperienza danese, dinamica e arricchente, si conclude con quella velocità accelerata, tipica dei momenti di gioia e passione. Una tappa non economica, ma il cui costo è stato ripagato dalla bellezza dei luoghi, dei profumi e delle sensazioni vissute.
Resto a disposizione, per qualunque più precisa informazione che possa essere utile a quanti tra voi, progetteranno un viaggio in questa nordica, amabile cittadina.

Mesi Berlinesi: l’Alloggio.

Raggiungo l’ingresso dell’appartamento nel quartiere Friedrichshain, che custodirà per mesi il mio quotidiano e oscillo tra la morbosa curiosità di conoscere la proprietaria/coinquilina, che ha scelto di affittarmi una camera e il timore che tra noi, l’imprinting non sia positivo, compromettendo la convivenza.
Premo il tasto del citofono e attendo.
Una voce flebile, la cui origine geografica sembrerebbe all’apparenza localizzata almeno a due chilometri di distanza, appresa la mia identità bisbiglia qualcosa, ovviamente in tedesco accelerato e dialettalizzato e altrettanto ovviamente io non comprendo.
Resto impalata all’ingresso senza sapere esattamente cosa fare, fino a che una bella signora di mezza età, bionda e sorridente, apre il portone, mi porge la mano e senza che io possa proferire obiezioni, trascina la mia valigia da 25 kg fino alla porta di casa: è lei, è R.!
Poggiati i miei bagagli, si dirige a passo veloce verso una scarpiera “a cielo aperto” e mi porge un paio di pantofole. Siamo ancora nell’ambito dei primi venti secondi di conoscenza e io resto un po’ spiazzata, temo una sua ossessione per la pulizia dei pavimenti con pattine annesse e tento di spiegarle che ho le mie pantofole in valigia, ringraziandola comunque per la premura. Il mio tedesco è acerbo e imbarazzato. Il mio non verbale è certamente più chiaro, per questo R. cerca di mettermi a mio agio utilizzando il suo bagaglio inglese, bagaglio che tuttavia deve richiudere nell’immediato, poiché discretamente impolverato causa inutilizzo dagli anni Settanta (almeno).
Così rimaniamo io, lei, le pantofole e il tentativo di costruire una comunicazione sufficientemente comprensibile per entrambe, fatta di vocaboli tedeschi reali (i suoi) e neologismi improbabili (i miei).
Scoprirò che è usanza comune in Germania, indossare le pantofole all’ingresso , che si sia ospiti o residenti. R. in quell’occasione, mi dava solo un tedesco benvenuto.
La prima sera, mi chiede di cenare con lei e la sua gentilezza mi rassicura e mi fa sentire accolta.
Prepara insalata di rucola, formaggi e cetrioli alla tedesca. La condivisione di aspetti delle nostre vite è intervallata da lunghi momenti di silenzio, che purtroppo visto il limite iniziale del mio vocabolario, non possono essere facilmente riempiti. È frustrante, ma il pasto all’arrivo, quella sera, diverrà il simbolo della mia crescita nell’apprendimento del tedesco, aneddoto natalizio da raccontare a parenti e amici che domanderanno se davvero sia stato utile, fare una esperienza all’estero per agevolare l’acquisizione della lingua.
E di quella cena ricorderò anche l’audacia con cui R., ha esplorato la sua cavità orale con manualità avida e decisa, facendomi inizialmente temere un rischio soffocamento derivante dall’ingestione di un boccone di dimensione eccessive. Ma davanti alla richiesta di rassicurazioni, l’esibizione da parte sua, di un pezzo di rucola incastrato tra i denti e vittoriosamente estratto, è stata in grado di rasserenare il mio animo turbato.
Siamo così diverse io e R.:
vegetariana io, avida consumatrice di carne rossa, grassa e succosa, impadellata e imburrata quotidianamente, lei (l’odore delle sue cene, penetrerà nei miei abiti, seppur custoditi nell’armadio, legandosi alle fibre di tessuto con un patto di sangue a lunga scadenza),
anti fumo io, accanita fumatrice lei (ogni sera, varcato l’ingresso al rientro a casa, verrò abbracciata da una nuvola di fumo di dimensioni epocali, anch’essa ancorata ai miei abiti e ai miei capelli)
eppure, fin da subito troviamo una discreta sintonia nell’organizzazione della convivenza.
Prima di abbandonarmi al sonno, quella sera, nel caldo divano letto in Finowstraße, in una camera accogliente e adatta alle mie esigenze, sistemo i miei prodotti nel bagno (che condividerò ovviamente con R.) e mi preparo per la notte. Lavaggio denti, spazzolate ai capelli e test della comodità del wc. Proprio in quest’ultima fase, volgo lo sguardo verso l’ampia finestra della stanza e mi accorgo dell’assenza di tende che proteggano la mia privacy. Sono in un ambiente illuminato da luce artificiale, perciò ad alta visibilità dall’esterno, di notte, esposta a tutti i potenziali osservatori che abitano nel palazzo di fronte, costituito da circa sette piani di finestroni a distanza ravvicinata, tutti puntati sul bagno di R. . Vorrei avvolgermi nella tenda della vasca, avere uno scudo, una tuta spaziale o almeno un passamontagna, ma dopo la cascata di imbarazzo associata a quel momento, mi rendo conto col passare dei giorni, che soltanto io, ho interesse verso ciò che accade all’esterno dell’appartamento, che alle famiglie tedesche, del tutto disinteressate all’utilizzo di tende, non importa violare la privacy altrui, ma focalizzarsi sulla propria esistenza. L’immagine del mio vicinato cagliaritano, al corrente anche del numero di volte in cui durante la settimana butto la spazzatura, lentamente cede spazio all’amabile abitudine di farsi gli affari propri e pur con giornate altalenanti, mi abituo al nuovo assetto della mia vita.
Prendere possesso della camera, sancisce il definitivo inizio di un’avventura che segnerà in maniera significativa la mia esistenza. Mi aspetterà successivamente l’avvio del corso di tedesco, del quale presto mi piacerebbe raccontarvi.

Berlin

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