Di Cracovia, pierogi, freddo polare e natale senza fine.

“Cracovia non è molto nevosa e l’inverno è tollerabile”, dicevano gli amici emigrati.

“Il clima è molto meno rigido, rispetto a qualche decennio fa”,  dicevano i turisti sui forum.

“Ero in vacanza lì  in periodo natalizio e il freddo era più o meno come quello di Cagliari, anzi forse      meno!”, diceva la parrucchiera di fiducia.

Poi, Anna ed io, guardammo le previsioni meteo  relative al periodo della nostra mini vacanza e fu subito Artide: -20 gradi di media per i primi due giorni, -15 il terzo e, come nelle migliori storie a lieto fine,  -1 per la data del nostro rientro (praticamente primavera).

Atterriamo il 7 gennaio in territorio polacco, dopo due ore di volo Ryanair (circa 50 euro a testa AR), avvolte nei nostri indumenti meticolosamente selezionati e acquistati prima del viaggio.

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Strati di maglie e calze termiche, maglia della salute, maglione, calzamaglia normale, parka, sciarpa in stile Lenny Kravitz e cuffia, mi separano alla nascita dall’omino Michelin, ma assolvono pienamente la loro funzione isolante.

Dall’aeroporto, dopo aver cambiato in Zloty circa venti euro, ci dirigiamo alla stazione dei treni (raggiungibile in 5 minuti di passeggiata, seguendo le indicazioni) e dopo aver fatto due biglietti per la Stazione Centrale di Krakow (Krakòw Glowny) al costo di 8 Zloty a testa (circa due euro), prendiamo posto su uno dei caldi vagoni, emozionate per l’inizio della nostra vacanza tra sorelle.

La stazione, rinnovata nel 2016, è molto ampia e i treni efficienti e puntuali: in diciotto minuti esatti arriviamo a destinazione.

Seguiamo  le indicazioni per il Centro Storico (Stare Miasto), distante circa dieci minuti di passeggiata da Glowny  e una volta attraversata la Galeria Krakowska, imponente centro commerciale e passaggio pedonale in direzione cittadina, una Cracovia di bianco vestita e di gelo ghiacciata, ci accoglie.

La neve è indiscussa protagonista e concede una atmosfera magica.

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Non è la prima volta che trascorro qualche giorno in città, ma lo scenario invernale, da me particolarmente amato, mi permette di riviverla con sguardo nuovo e di scoprirne aspetti celati dalla primavera che mi accompagnò nel viaggio del 2012.

Mentre ci dirigiamo in Hotel, notiamo che sono ancora allestiti i Mercatini Natalizi.

La sorpresa mi emoziona e mi restituisce la gioia perduta nel dicembre 2014, anno in cui, a causa di uno sciopero dei controllori di volo, una vacanza in Germania slittò di due settimane, impedendo a me e a Massi di assaporare i mercatini, per i quali prenotammo il viaggio. Trovarli ad attenderci  il 7 gennaio, in maniera del tutto inaspettata, parifica quel debito turistico mai dimenticato.

Anna ed io, raggiungiamo l’albergo (http://pokoje-goscinne-isabel.krakowhotels.net/it/)  struttura a pochi passi dalla Piazza Centrale, costata a testa, per tre notti “addirittura” 36 euro.

Perfetta soluzione, con segnale Wi-fi eccezionale, camera accogliente, silenziosa e riscaldata, tè e caffè sempre a disposizione, gentile dono per gli ospiti.

Colazione non inclusa per mia scelta personale, sarebbe stata quasi completamente “salata” e non amo particolarmente uova sode e cetriolini al risveglio. (Abbiamo preferito sederci ogni mattina, in uno dei numerosissimi bar della piazza e per tre euro a testa, strafogarci di torte, dolci e cappuccini)

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All’arrivo in Reception, ci accoglie una ragazza sorridente e gentilissima, che ci consegna le chiavi e ci mostra la stanza.

Sistemiamo i bagagli, verifichiamo di essere abbastanza coperte e ci tuffiamo in città.

Prima tappa: chiosco dei Mercatini dedicato ai Pierogi, piatto tipico locale e mia passione.

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Chiedo due porzioni delle mezze lune del mio cuore e mentre mi accingo a cercare gli zloty per pagare, scelgo furbescamente di sfilarmi un guanto, convinta di accelerare l’operazione di estinzione del debito.

In meno di venti secondi, la maledizione dei -20 gradi si abbatte sulle mie dita, paralizzate e doloranti. Porgo gli zloty al ragazzo dei Pierogi e verbalizzo ad Anna il mio timore di rischiare una amputazione per congelamento.  Lei sorride e comincia a massaggiarmi. Qualche minuto e il sangue riprende a circolare, liberandomi da una sensazione terribile di immobilità e dolore.

Audaci e felici, mangiamo i nostri Pierogi in uno dei tavolini vicini al chiosco. È una esperienza mistica e indimenticabile, ma i ravioli sono davvero eccezionali, come li ricordavo!

Innaffiamo il pasto con l’amato  Gluehwein (impossibile pronunciarlo in polacco, ma la parola tedesca è universalmente riconosciuta), che ovviamente si sfredda in meno di un minuto, affievolendo la speranza che il bicchiere possa fungere da scaldino per le nostre mani bisognose di tepore.

Ma che ci importa? La Piazza è bellissima, abbiamo speso cinque euro per pranzare in due e nonostante i -20 gradi  tanti passeggiano tra i vari espositori e abbiamo un mezzo efficacissimo per riscaldarci: camminare!

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Percorriamo il centro storico, pieno di locali, ristoranti, negozi.

Il freddo è talmente intenso da far gelare il nostro stesso respiro, che si solidifica in bianca coreografia sulle sciarpe. La dimensione delle mie narici, rende la coreografia sulla mia, una vera e propria pista sciistica, ma sopravvivo.

Le luminarie natalizie colorano le strade e ci guidano verso il Wawel, il castello di Cracovia, i cui dintorni, abbracciati da una coltre bianca, restituiscono in pieno il fascino invernale.

La Vistola, il fiume che attraversa la città, è quasi completamente ghiacciato e solo qualche coraggioso gruppo di cigni e anatre, permette di individuare le oasi scongelate, che divengono per i volatili piscina e luogo sicuro.

Passeggiamo sul lungo fiume e il ricordo del maggio soleggiato e tiepido, cornice della mia prima esperienza a Krakow, nel quale famiglie, bambini, coppie e piccioni, si rilassavano sotto il tepore dei raggi, mi torna alla mente. Ora ci siamo solo io, Anna e una sagoma poco lontana che cammina in solitudine. Le nostre orme si affiancano a quelle palmate delle anatre.

Godiamo del silenzio per un po’, poi esigenze di riattivazione circolatoria, ci spingono verso il quartiere ebraico, che però non raggiungiamo e sostituiamo con un localino accogliente, nel quale ci ristoriamo con cioccolata e cappuccino.

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La serata vola, senza pensieri.

Ceniamo con una zuppa di funghi in un chiosco dei mercatini nella Piazza Centrale.
Degustiamo con tale avidità questo piatto tipico e soprattutto gradito per temperatura e funzione scongelante, da non renderci conto di aver scelto come postazione per assaporarlo,  un raccoglitore di rifiuti, mimetizzato perfettamente per forma e colore, con i tavolini a disposizione dei consumatori.

Sarà il via vai di persone che getta oggetti non identificati alle nostre spalle a far sorgere i primi dubbi, esplosi infine in un timido e imbarazzato trasloco verso luoghi di convivio più appropriati.

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La mattina successiva, mentre visitiamo i mercatini degli artisti e degli artigiani della Piazza Centrale, notiamo un giovane che con passione racconta la storia della città, in perfetto italiano, rivolto ad un gruppo di infreddoliti astanti. Scorge i nostri incuriositi sguardi e ci invita a seguirlo: si chiama Paolo, ed è una guida di un tour gratuito, che ci regalerà una splendida giornata, che resterà tra i miei ricordi più cari. (non perdetevelo, questo il sito per i punti di incontro, le date e i tours proposti:  https://freewalkingtour.com/krakow/ )

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Ci accompagna per tutta la mattinata nei luoghi significativi del centro storico, arricchendo ciascuna tappa con descrizioni avvincenti del passato di Krakow. Ricorda  la leggenda del trombettiere che suona sulla torre di guardia della Piazza del Mercato e quel piccolo punto luce che si scorge volgendo lo sguardo verso l’alto, grazie a lui prende vita e significato. Ci racconta, mentre passeggiamo nella zona del Wawel, l’affascinante leggenda del calzolaio che sposò la figlia del re, dopo aver ucciso, con astuzia e abilità, il drago che terrorizzava la città (grazie a Paolo, ho scoperto perché il drago è il simbolo cittadino). Condivide con noi la storia dei docenti polacchi deportati dai nazisti, mentre ci godiamo il tepore di  un bar dell’Università.

Nel pomeriggio, dopo un pranzo a base di Pierogi,  Paolo ci conduce attraverso Kazimierz (quartiere Ebraico), tra sinagoghe, il set di Schindler’s List e la famosa fabbrica di pentole e tegami (ora museo).

Ripercorriamo con lui il periodo della deportazione ebraica, la sofferenza, le lacrime. Condivide con noi le sue perplessità sulla ambivalente figura di Oskar Schindler e sottolinea le imprecisioni storiche presenti nel film di Spielberg (ad esempio il fatto che Schindler al momento dell’arrivo dei russi, fosse già scappato e non in lacrime come appare nella scena finale della mia amata pellicola).

Ci racconta che il regista considerò troppo moderna la reale zona del ghetto e scelse di girare le scene, in una altra parte del quartiere, che per caratteristiche, si sarebbe maggiormente avvicinata alla realtà del periodo narrato.  Riconosco il set e le scale dove, in una scena,  una madre e una figlia si nascondono e trovano l’aiuto di un compagno di classe di quest’ultima, sfuggendo alla deportazione.

Le ore scorrono d’un fiato e dobbiamo salutare  e ringraziare Paolo, studente universitario in lingua e letteratura Italiane, figlio di genitori emigrati in Italia nel periodo più nero del Comunismo Polacco e rientrato da circa un decennio nella sua terra d’origine.

È  stato in grado di coinvolgerci con passione e competenza e si è meritato una mancia dignitosa, che  purtroppo non è arrivata da parte di tutti i partecipanti (con mia grande irritazione).

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Prendiamo il tram per rientrare in centro (i biglietti possono essere acquistati alle macchinette presenti alla fermata e vanno validati all’interno del mezzo, 90 minuti costano 2,80 zloty), dove ci scaldiamo con una cioccolata calda prima della cena.

La mattina successiva, incontriamo nei pressi dell’Hotel,  i referenti per la nostra visita guidata ad Auschwitz-Birkenau, prenotata prima della partenza con una compagnia privata. L’idea originaria era di prenotare direttamente dal sito del museo, ma i posti, qualche giorno prima erano terminati (questo il sito, organizzate con anticipo: http://auschwitz.org/en/museum/news/)

Intorno alle 11.30, dopo circa un’ora e venti di viaggio in bus privato, arriviamo nei pressi del  Museo.     Ad accompagnarci  attraverso i luoghi del ricordo, sarà un ragazzo polacco, con eccellente padronanza della lingua italiana.

Rivedo Auschwitz dopo cinque anni, ma il magone che opprime il mio petto, al momento dell’ingresso e alla vista del famoso cancello che recita “Arbeit macht frei” è intenso come la prima volta.

Ascoltiamo il racconto dell’orrore, in silenzio.

Quel che resta del campo è completamente innevato.

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Mentre cammino, accanto ai miei compagni di gruppo, infreddolita nonostante la protezione di strati di indumenti termici, non posso fare a meno di ricordare gli appelli estenuanti sopportati dai prigionieri, nudi per ore, fuori dai blocchi, all’alba del gelido inverno polacco.

Sento il rumore dei miei passi, dei passi degli altri componenti del gruppo, unico suono udibile immerso nel silenzio delle nostre mute riflessioni e ricordo le testimonianze dei sopravvissuti, che settanta anni prima di noi, percorrevano quelle stesse strade, sfiniti e affamati, malati e scalzi.

La guida ci accompagna attraverso i blocchi visitabili, racconta di esecuzioni, esperimenti, ricorda quel che è stato Auschwitz, ma sottolinea quanto fosse terribile la vita dei deportati, già nella fase precedente all’arrivo al campo. Il campo era l’epilogo di un inferno già vissuto, che estenuava e massacrava psicologicamente e fisicamente. Il campo era solo un tassello conclusivo, ci spiega.

Dopo Auschwitz visitiamo Birkenau e la guida ci racconta degli arrivi, delle selezioni, delle condizioni di vita inumane all’interno delle baracche.

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Sottolinea come purtroppo, non ci siano adeguati finanziamenti  statali destinati alla tutela del memoriale e aggiunge che delle quindici baracche visitabili fino a qualche anno prima, soltanto una abbia resistito e abbia la responsabilità di custodire una memoria dal valore inestimabile. Ma se dovesse essere anch’essa abbandonata a se stessa, cosa accadrebbe?

Le sue parole sono cariche di amarezza e rassegnazione.

Prima di rientrare a Cracovia, acquisto due libri per sostenere il museo, piccolo gesto che tutti possiamo fare per tutelare un bene storico così prezioso. Si aggiungeranno alla fornita bibliografia della memoria, che custodisco a casa.

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Trascorriamo l’ultima parte della serata tra il centro storico e la Galeria Krakowska. È difficile smettere di pensare alla visita ad Auschwitz conclusa poco prima.

Il giorno della partenza, dopo il check out e un’ultima chiacchierata con la ragazza alla reception, raggiungiamo la stazione dei treni a piedi, con una passeggiata di circa un quarto d’ora.

Il clima è decisamente migliorato.

Sarebbe stato bello, potersi trattenere ancora, per visitare le Miniere di Sale o qualche città nei dintorni, sfruttando i collegamenti ferroviari. Ma il clima non troppo clemente e il tempo limitato, non mi hanno permesso di concretizzare itinerari che rimanderò alla prossima occasione.

Perchè Cracovia va scoperta in più occasioni, nelle diverse sfaccettature stagionali e certamente tra noi non è un addio, ma un arrivederci, un arrivederci a presto.