42195 m-otivi per raccontare un’indimenticabile avventura.

Sono orgogliosa di ospitare il racconto di viaggio e vita, di un amico carissimo, che mi ha concesso il privilegio di condividere la storia della sua recente Maratona ad Atene. Godetevi l’esperienza di Luca, assaporate grazie a lui, la realizzazione di un sogno.  (Silvia)

 

Eccomi qui a scrivere o meglio, eccomi a fare due chiacchiere con me stesso. Un me stesso che probabilmente non riuscirà a trattenere una risata nel ripercorrere quanto vissuto. Spero queste righe possano spiegare cosa ha rappresentato per me fin dall’infanzia, il sogno di affrontare una maratona e quanto ha significato in età adulta, partecipare alla mia maratona.

La passione per questa sfida, cominciò a germogliare che ero appena decenne, quando lessi le gesta leggendarie di Dorando Pietri, atleta italiano che alle Olimpiadi di Londra del 1908 si fermò stremato, incapace di proseguire, a 200 metri dal traguardo. Allora, non erano consentiti punti di ristoro lungo il percorso e ogni atleta doveva gestire autonomamente e senza alcun supporto le energie, fino alla conclusione della gara. Dorando Pietri giunse per primo in prossimità dell’arrivo, barcollante e fortemente debilitato a causa della disidratazione. Poche centinaia di metri lo separavano dalla vittoria e i giudici di gara, vedendolo sfinito, lo sostennero e accompagnarono fino al traguardo. Proprio questo sostegno, gli costò la squalifica e la mancata medaglia d’oro. La Regina, volle premiare ugualmente Pietri con un piatto d’argento in ricordo della grande impresa.

Fu qualche anno dopo, nel 1988 (avevo 14 anni) che la passione esplose in me, raggiungendo il suo apice. Olimpiadi di Seoul, gara della maratona: per la prima volta nella storia della nostra atletica, venne portata in Italia la medaglia d’oro. A compiere l’impresa fu Gelindo Bordin, che da allora divenne uno dei miei eroi sportivi.  Da quella edizione non ho più perso una maratona olimpica, quasi incollato alla tv per sostenere gli atleti italiani e soprattutto ammirare i “mostri sacri” keniani.

Nel 2004, proprio nella Atene che mi ha accolto poche settimane fa, Stefano Baldini regalò all’Italia il secondo oro olimpico nella maratona. Galeotto fu questo spettacolo: tra me e la gara regina delle lunghe distanze, si consolida ulteriormente il legame, che diviene definitivo. Un legame profondo, che non mi fa paura, definire amore. Proprio Stefano Baldini, a 15 anni dalla vittoria, ha scelto di festeggiare l’anniversario della sua medaglia olimpica, in occasione di quello che è stato il mio esordio da maratoneta: un’inaspettata e bellissima coincidenza.

Ma torniamo ai giorni nostri.

Corro ormai da qualche anno, da un lato per tenermi in forma dopo aver abbandonato il calcio, dall’altro per rinforzare la parte lombare ed evitare il ripetersi frequente di problemi alla schiena. Però, c’è sempre un però nelle avventure, correre senza un obiettivo non era divertente e trascinante, per questo è maturato in me il desiderio di partecipare ad una gara. Inizialmente volevo restare entro i 10km, avendo affrontato un’operazione alla schiena, di cui mi intimorivano potenziali strascichi. Inoltre, con una distanza contenuta avrei potuto testare senza rischi, l’esito del lavoro svolto dall’equipe medica.

In quel periodo, con poco allenamento e nessuna esperienza riuscivo a percorrere solo 6-7 km, per poi vivere le pene dell’inferno, trovandomi senza fiato e con il cervello in tilt.  Vi assicuro, non ero certo un bello spettacolo.

Ma non ho demorso, alimentato da una passione viscerale che continuava a trainarmi.

Così, dopo alcune gare brevi, che nella migliore delle ipotesi raggiungevano i 2-300 iscritti, ho iniziato a sentire il desiderio di oltrepassare quell’iniziale limite chilometrico, per abbracciare eventi che raggiungessero e superassero il migliaio di iscritti.

Prima prova: la 10 km di Londra nel 2018, 15000 partecipanti al Via, la città a disposizione dei Runners, un vero e proprio spettacolo. Sono rimasto così colpito, da decidere di fondere la mia passione per i viaggi con quella per la corsa: si viaggia per correre e si corre per viaggiare. Ma, col passare del tempo, anche un viaggio per una corsa di 10 km non bastava più, sentivo il bisogno di fare una pazzia, perché quando decido di affrontare una grande sfida, tutto deve avvenire nel miglior modo possibile e con il massimo impegno o la sfida è persa in partenza. Così, si fa spazio tra i miei pensieri, l’idea di partecipare ad una maratona, una follia pura, ma proprio per questo particolarmente affascinante. Inizio a reperire informazioni sulle varie gare e a valutare Atene per una serie di motivi, uno romantico: fare la prima maratona, dove tutto ebbe inizio, mi sembrava bellissimo; uno pratico: non avevo mai avuto occasione di visitare la Grecia e risultava essere abbastanza economica; infine uno fisico: avere un massimo di 8 ore per arrivare al traguardo. Nessun ulteriore indugio: Atene sia!

Fu proprio allora, dopo aver scelto Atene, che mi tornarono in mente due episodi della mia vita.

Nel primo, durante una visita preoperatoria, chiesi al medico che doveva effettuare l’intervento se dopo l’operazione avrei potuto continuare a correre. Ricordo di aver usato esattamente queste parole: “Tanto a me bastano 10-12 km, non devo mica fare la maratona”. Ma probabilmente fui poco convincente, perché sul volto del medico apparve un sorriso beffardo, sorriso di chi ne ha viste tante durante la sua carriera. Mentre pronunciavo quella frase, l’espressione del mio viso deve aver mostrato prepotentemente il desiderio di affrontare quella sfida, che fino ad allora tenevo nascosto perfino a me stesso. La risposta del medico, contribuì ad alimentare le mie speranze e i miei sogni: “Se ti alleni bene, puoi fare anche la maratona”. Tra me e me, pensai: “Cosa? Stiamo scherzando? Ma allora qui si arriva ad una grande impresa!”.

Nel secondo episodio, affrontavo il risveglio dall’anestesia. Cercavo di muovere i piedi per verificare che tutto fosse andato bene e avendo il pieno controllo degli arti inferiori dissi a me stesso: “Lu, ora non hai più scuse, devi iniziare a pensarci veramente”. E visto che la speranza, alberga sempre nel cuore di chi non si arrende mai, il sogno prese forma. I primi due anni dopo l’intervento, non sono stati facili. Era per me impossibile terminare una gara da 10 km senza fermarmi. Dove volevo andare? L’impresa sembrava davvero ardua. Nonostante questo, posso dire che la preparazione per la mia maratona, è iniziata dalla scelta di Atene. Tutte le gare hanno lo stesso inizio, iniziano quando decidi di iscriverti, perché in quel momento cambia tutta la prospettiva sulle priorità. Le uscite superflue nei locali a fare da vetrina, vengono sostituite da levatacce all’alba per andare a fare i “lunghi”, faticando 5 volte tanto, ma tornando a casa più felici che mai. Tutto cambia se ci credi veramente. Ogni secondo di tempo libero è dedicato alla maratona, alla tua maratona. Perché diventa tua e immagini come sarai al traguardo, se esulterai e il modo in cui lo farai, come vorresti concludere la gara, ti poni degli obiettivi e dedichi il massimo impegno per poterli raggiungere. La gestazione della mia gara è durata circa 18 mesi, perché ho dovuto verificare la tenuta della mia schiena con una mezza maratona. Fu quella dicembrina di Cagliari a confermare l’adeguatezza del mio fisico e da gennaio 2019, il sogno di Atene ha cominciato a concretizzarsi.

Aprile: iscrizione alla gara nel primo giorno utile, successiva prenotazione dell’albergo e pagamento voli.

Luglio: inizio vero e proprio dell’allenamento, 18 settimane di fuoco.

Agosto: pagamento albergo. La fase organizzativa era conclusa, non mi restava che continuare ad allenarmi bene.

Purtroppo, un infortunio al ginocchio si insinua prepotentemente tra i buoni propositi e mi costringe ad una pausa negli allenamenti, per due mesi.  Questo sfortunato episodio in fase preparatoria, ha inevitabilmente prodotto una forzata modifica degli obiettivi finali, ma nonostante questa ondata sfortunata, non mi sono arreso e ho proseguito il cammino verso Atene. Il tempo sembra volare e giunge presto il giorno della gara, in un tiepido novembre greco.

Per arrivare rilassato e per il desiderio di giungere il prima possibile, la sveglia suona alle 4 del mattino. Impiego solo 20 secondi ad alzarmi dal letto e interpreto questa prestanza come un buon presagio per la giornata che mi aspetta. La colazione è abbondante, vista la fatica fisica che dovrò sostenere e consiste in 5 brioches al latte e un bicchiere di infuso. Inizia poi il rito del mettersi la divisa da gara, che segue sempre uno stesso ordine consolidato, un’ultima occhiata allo zaino che contiene un cambio abiti post gara, verifica del contenuto del marsupio e ho la certezza che tutto sia pronto. Varco la porta della stanza e da quel momento sono in “modalità maratona”.

Arrivo presto nel punto di ritrovo dei bus che ci porteranno a Maratona e mi accomodo sul primo posto disponibile. La gente inizia ad arrivare, tutti con la speranza e la voglia di godersi la giornata. Una signora, pur non conoscendo nessuno, parla con chiunque le capiti a tiro. Ma dico io, sono le 5.30 del mattino, cosa avrà da dire a tutti? Certo, è possibile che fosse il suo modo per trovare e mantenere la concentrazione. Ma in ogni caso, è stata una logorrea che ho sopportato a fatica. Io, mi sono limitato ad un cenno col sopracciglio all’’autista e ho pronunciato la parola “Morning”, con la quale ho siglato il “passo e chiudo” di quella prima fase. Il signore seduto accanto a me invece, dorme per tutto il tragitto: un idolo assoluto ai miei occhi (date la medaglia d’oro a quell’uomo!). Il viaggio in Bus procede spedito, anche se sembra interminabile e mi rendo conto che noi passeggeri e partecipanti alla gara, dovremo farlo a ritroso, correndo… ma nonostante tutto rimango molto ottimista. Chiedo solamente alle mie ginocchia di tenere duro.

Arriviamo finalmente a Maratona, non sono ancora le 7 del mattino. Visto che ho quasi due ore di tempo prima di entrare nel mio blocco, faccio una visitina alla linea di partenza, che ho virtualmente consumato nell’immaginarla, tutte le volte che ho pensato di partire. Ora sono lì, con i piedi che toccano quel pavimento. Un’ondata di adrenalina mi assale, un’emozione positiva che mi carica ulteriormente. Ci sta. Va bene. Assaporo la consapevolezza di realizzare un sogno. Faccio un giro all’interno dello stadio e noto che a poco a poco gli spalti si riempiono, concedendo un forte impatto visivo. Scendo sul terreno di gioco per farmi una passeggiata e per ripetere ancora una volta a me stesso, che in quelle condizioni fisiche e per l’allenamento svolto, devo partire piano e che l’obiettivo è arrivare al traguardo con un buon ricordo, ma soprattutto vivo, intero e felice. Il crono finale per oggi è relativo, anche se vorrei finire entro le sei ore. La gente ormai riempie lo stadio, gli spalti e il piazzale. Sono previsti oltre 20000 partenti.

All’inizio non ne capisco il motivo, ma vengo attratto da una maglietta, che mi sembra di aver visto da qualche parte in precedenza, la fioca luce dell’alba e i riflessi non ancora al top, confondono le mie ipotesi, ma continuo a credere di averla già incontrata. Nell’avvicinarmi alla persona che la indossa, tutto si fa più chiaro e capisco che si, conosco bene quella maglietta, perché è quella dell’Inter, un’altra mia grande passione. Saluto istintivamente il signore che ha scelto i nerazzurri e gli dico: “Gran bella maglietta!” Ricambia con un gesto altrettanto spontaneo, porgendomi la mano per “un cinque” tra interisti. Che bel momento, penso tra me. Perché si sa, correre una maratona con l’Inter nei tuoi pensieri è ancora meglio.

Inizio poi il mio riscaldamento, più che altro per provare la tenuta del ginocchio. Sembra tutto a posto, ottimo! Un punto a mio favore (era ora). Giunge il momento di dirigersi ai blocchi e dopo vari annunci, facciamo il giuramento olimpico, un’emozione indescrivibile. Ho giurato di correre lealmente, anche perché non conosco altri modi, odio chi bara in queste occasioni. Partirò dal blocco 10, quello viola, siamo tutti pronti, ognuno immerso nei propri pensieri, con le sue speranze, paure, obiettivi, ma deciso a correre nella storia, per farne parte con la propria personale e unica esperienza.

Si parte, ci siamo.

Devo ammettere che durante i primi 200 metri ero molto emozionato, lasciavo alle spalle una fetta del sogno, vissuta, divorata e ora per realizzarlo completamente, mancavano “solo” 42 km. La fase iniziale procede bene, scorre, tengo un buon ritmo, sapendo comunque che prima o poi ci sarà da soffrire.  Perché si sa: la MARATONA NON PERDONA. Mai, nessuno. Quindi massimo rispetto per la gara. Cerco di stare dietro a qualche “vecchia volpe” con esperienza, per mantenere un ritmo costante che faccia consumare il meno possibile le energie e becco un certo MACEDO, non so se quello fosse il suo vero nome o se si riferisse alla squadra o alla città, so soltanto che inizio a seguirlo come fossi la sua ombra. La tattica funziona! Ma arriviamo al ristoro dei 10 km e lo perdo di vista. Porca miseria! Macedo dove cavolo sei?

Non posso perdere tempo ed energie nella ricerca dello scomparso e allora cambio “pacer”: la prescelta è una coppia di sudafricani. Mi tengo a costante distanza da loro. Ottimo, la tattica funziona ancora una volta, sembro meno stanco di quello che in realtà sono. Ma in una gara di 42 km l’imprevisto è dietro l’angolo, il mio si materializza nella scarpa slacciata e nelle imprecazioni che dedico a tutto l’Olimpo, Pollon compresa. Anche i nuovi pacers, sono persi. Ma vaffanculo!

Decido a quel punto, di mantenere il mio passo a prescindere. Guardo a bordo strada e inaspettatamente vedo il cartello: 11 km, resto piacevolmente stupito, controllo il mio orologio GPS e noto una discrepanza di 20 metri. Iniziano i calcoli per vedere quanta strada in più dovrei fare, ovvero inizia un meticoloso lavoro mentale per distrarre il cervello. Perché quando la stanchezza si farà viva (e si farà viva), sarà il momento in cui la solita vocina puttana che ti parla nella testa e ti rimbomba nel cervello ogni 50 metri, ti dirà di ritirarti, che non potrai mai arrivare al traguardo, che il sogno è bello quando resta tale. E invece cara vocina, stronza, questa volta vinco io e non ti farai sentire per niente. Così è stato. Brava.

Oltre la vocina, al km 13 anche il lettore MP3 ha smesso di farsi sentire. Ancora chiamate all’Olimpo. Circa 30 km a sentire i fiatoni e i passi di tutti. Ma oggi non si molla e nonostante la fatica arrivo al km 18. Qui si fa dura, perché ci sono ben 14 km di continua salita. Decido che la gara proseguirà con corsa e camminata veloce di recupero e ad ogni punto ristoro mangerò di tutto. Arrivo al km 32, il famoso “muro del maratoneta” è superato, il più è fatto. Procedo in discesa per qualche chilometro, posso respirare ora, poi la strada sarà pianeggiante fino alla fine.

Faccio i miei soliti calcoli per vedere quanto riposo posso permettermi fino al traguardo, per arrivare con un tempo sotto le sei ore. Il calcolo offre come deludente risultato: non tanto. Ma mi accorgo che c’è gente messa peggio di me, che ha bisogno dell’ausilio medico per crampi, piedi lessi e capezzoli insanguinati, auguri a tutti, non mollate ora! Mancano 3 km, è tardi, ma il pubblico è ancora lì ad incitare ognuno di noi. A loro non interessa che tu sia greco o straniero, bianco, rosso, blu o nero, verde o giallo. Tu sei lì, alla loro maratona e fanno il tifo per te. Sanno cosa siano lo sforzo e lo sport. Vi meritereste una medaglia cari greci! Mancano solo 2 km, l’ultimo pit stop è superato, la mente è ancora fresca e continua a fare i suoi calcoli, ho fatto pure i conti con me stesso durante la gara, e sono giunto alla conclusione che, nonostante lampanti difetti, mi vado bene così. In sei ore di gara, in qualche modo bisogna tenere sveglia la mente. Ci siamo, ultimo km, mille metri al traguardo e al coronamento del sogno.

Il pubblico continua ad incitarci, e se possibile sembra lo faccia anche più forte di prima. Ora do il 5 anche agli adulti, ai fotografi ufficiali lungo il percorso, ai poliziotti, sono in totale trance agonistica. Mi sento (e i tifosi amplificano questa sensazione) come stessi per vincere l’olimpiade, sono gasato, vivo. Ancora 500 metri. Per un attimo chiudo gli occhi, è quasi fatta.

Dai cazzo, ora dai tutto, deve restare il bel ricordo dell’arrivo!” mi dico.

Lo faccio. Gli ultimi 350 corro a tutta birra, do il massimo possibile e senza fiato supero pure molta gente, ma quello non ha proprio nessuna importanza. Gli ultimi 100 metri sono interminabili, ma vorrei non finissero mai, perché mi sento bene. Sono dentro uno stadio che ha ospitato ben due olimpiadi, mi rendo conto che, nel mio piccolo, ho fatto proprio una bella impresa.

Supero il traguardo.

Sono un maratoneta, un felicissimo maratoneta. 

Su Varsavia vestita a festa e sulla bellezza che ci ha donato.

Quello a Varsavia, è stato un viaggio pianificato per caso e prescelto per compatibilità con giorni liberi e voli diretti da Cagliari. Un viaggio assaporato lentamente, fatto di emozioni inattese, piacevoli scoperte, aspettative rispecchiate e superate dal vissuto. Un momento di condivisione tra sorelle. Come ogni viaggio, è iniziato con un decollo, alle 10 del mattino di un 2 gennaio isolano, ancora inebriato dalle festività appena trascorse.

Dopo un’ora e quaranta un po’ turbolenta, Anna ed io atterriamo a Modlin, aeroporto secondario della capitale polacca, ma non per questo meno vivo o accogliente rispetto a scali europei più ampi. Uscite dalla zona arrivi, riceviamo un fresco benvenuto siberiano, coreograficamente arricchito da leggeri fiocchi di neve.

Siamo attrezzate, avendo consultato le previsioni meteo prima della partenza e soprattutto essendo veterane di un invernale viaggio cracoviano, che nel 2017, ci accolse con -20 gradi, segnando a lungo termine la scelta dell’abbigliamento da mettere in valigia in certe circostanze. Identifichiamo senza problemi in un piazzale di sosta, il Modlin Bus, mezzo più comodo e veloce per raggiungere la zona della Stazione Centrale e del Palazzo della Cultura e della Scienza (nonché il nostro Hotel). L’acquisto dei biglietti online prima della vacanza, ci permette di prendere posto velocemente e di goderci il viaggio, che durerà circa 50 minuti ( https://www.modlinbus.com Sito ufficiale per acquisto online. È possibile comprare i biglietti anche nel gabbiotto ModlinBus dentro l’aeroporto o direttamente dall’autista, con una maggiorazione rispetto al prezzo offerto in internet).

È a questo punto della nostra esperienza, che iniziamo a ricevere richieste di informazioni in polacco, da parte dei locali. Prima sul bus, poi per strada, poi un po’ ovunque. Passanti che ci scelgono come supporto in situazioni di incertezza e che con foga pronunciano parole per noi incomprensibili. Appare chiaro fin dagli esordi della vacanza, che siamo perfettamente integrate nel contesto est europeo.

Giunte in città e salutato il Modlin Bus, sappiamo che il nostro albergo dista circa 350 m dalla fermata, ma dopo una estenuante e fallimentare ricerca visiva e annesso giro attorno al quartiere, cediamo al navigatore dello smartphone, scoprendo che il Metropol Hotel è proprio accanto a noi. Nevica. Forse le nostre prestazioni mentali sono alterate dalle temperature rigide.

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Dopo un rapido Check In e la richiesta di una mappa cittadina, prendiamo possesso della nostra stanza, che si trova al sesto piano. È molto ampia, silenziosa, calda e accogliente. Due bottigliette d’acqua gassata ci verranno offerte ogni giorno. Un balcone, ci permette di affacciarci su una vitale arteria stradale, animata da un via vai di auto, tram e persone, che restituiscono la popolosità della capitale. Per fortuna, chiusa la porta finestra ed entrate in camera, l’insonorizzazione ci separerà del tutto dal traffico e dai rumori esterni, consentendoci di riposare senza difficoltà.

Dopo esserci rinfrescate, siamo pronte a scoprire la città e soprattutto a cercare cibo. Preleviamo un po’ di Zloty e degustiamo un enorme panino in un locale di un centro commerciale, rimpiangendo di non aver avuto abbastanza energie per trovare un ristorante in cui ordinare immediatamente i Pierogi, piatto tipico polacco di cui andiamo ghiotte. Ma sappiamo che ci rifaremo nei giorni successivi e sentendoci sazie, ci dirigiamo verso il centro storico, per goderci la serata. Alle 16,30, la città è già avvolta dal buio, ma le luminarie natalizie, numerose e particolarmente suggestive, rendono l’atmosfera incantevole. Siamo completamente catturate da ciò che ci circonda.

Il navigatore ci conduce verso Stare Miasto, patrimonio dell’Unesco e quartiere storico cittadino.

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Durante la Seconda Guerra Mondiale, i bombardamenti distrussero completamente Varsavia, ma l’impegno e il desiderio di rinascita dei sopravvissuti, si tradussero nella ricostruzione puntuale dell’antica bellezza e attraverso l’utilizzo di fotografie e dipinti precedenti al conflitto, tutto è stato ricreato nei dettagli. Una ricostruzione meticolosa, lunga e faticosa, che ha condotto ad un risultato strepitoso. Dalle macerie, è rinata la vita.

Stare Miasto è un gioiello architettonico, un abbracciarsi di viuzze e case color pastello. Un susseguirsi di ristoranti, locali, negozietti e luminarie. Nella piazza del Castello, ci accoglie un maestoso albero di Natale decorato con cura, emblema della città in festa.Una coreografia di luci, è proiettata sulle pareti dell’edificio reale. L’impatto è intenso, spettacolare.

Poco distanti, sono allestiti i mercatini di Natale, in cui creazioni artigianali, prelibatezze locali, internazionali e vino caldo (che degustiamo senza indugio), accolgono i visitatori.  L’esposizione è di dimensioni contenute, ma molto caratteristica. Identifichiamo tutto quello di cui godremo appieno nelle giornate successive e proseguiamo la visita nel centro storico, tra abeti addobbati, decorazioni, ulteriori mercatini e una pista di pattinaggio sul ghiaccio.

Un forte vento glaciale, ci accompagna fino alla conclusione della serata. Folate improvvise di intensità esagerata, che schiaffeggiano i nostri volti, unica fetta corporea priva di schermata protettiva. Ma sopportiamo stoicamente, colpite più dalla bellezza che ci circonda che dagli eventi atmosferici.

Prima di rientrare in hotel, facciamo un po’ di spesa in uno dei numerosi Carrefour Express presenti in città. Lo scontrino, sarà testimonianza della differenza tra il costo della vita polacco e quello italiano. A Cagliari per gli stessi acquisti, avremmo speso il doppio.

In Hotel, prima di addormentarmi, mi affaccio alla finestra della camera e contemplo una Varsavia ancora sveglia e completamente imbiancata dalla neve che continua a cadere.

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Iniziamo la seconda giornata, con una colazione dignitosissima, nel rilassante clima della grande sala dove è allestito il buffet. La scelta dolce è varia e gustosa, il che, non è sempre scontato. Mettiamo da parte un apporto calorico (circa 6000 calorie a testa) che ben si adatti alle temperature e alle distanze che dovremo percorrere e, ormai padrone di strade e itinerari ci dirigiamo prima al Tourist Info poco lontano dal nostro Hotel per recuperare una cartina più precisa rispetto a quella che abbiamo, poi alla stazione centrale, per una mappa dei trasporti che non troviamo.

Inizialmente perplesse, ci rendiamo conto che una mappa dei trasporti non è necessaria, alloggiamo in un punto strategico, abbiamo i piedi: possiamo arrivare ovunque.

Ci dirigiamo verso Stare Miasto e abbiamo il privilegio di vederlo illuminato dal sole.

Tutto appare diverso rispetto alla sera precedente.

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I mercatini sono già colmi di visitatori. Mi sfilo uno dei guanti per scattare una foto e poco dopo, il congelamento della mano esposta, mi fa rendere conto di averlo perso. Ripercorriamo a ritroso il tragitto e mentre mi rassegno alla necessità di comprarne dei nuovi, percepisco un vociare polacco strillante e incessante, sempre più vicino al mio orecchio. Inizialmente, penso possa trattarsi dell’effetto di alcolici mal tollerati, ma l’insistenza del parlante, mi fa voltare e mi rendo conto che un gentile espositore, mi sta indicando il guanto perduto, poggiato su uno degli stand. Vorrei abbracciarlo, tanta è la mia gioia. Ha salvato la mia mano.

Ci immergiamo nelle stradine e ne scopriamo di nuove, ognuna portatrice di peculiarità e sfumature caratteristiche. Un vino caldo ci aiuta a tollerare con più ottimismo, la rigida temperatura. La ragazza che ce lo vende, vorrebbe aggiungere Rum o Vodka, ma decliniamo la proposta, accontentandoci di un blando alcolico adatto all’orario mattutino.

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Arriviamo al Barbacane (Barbican o Barbakan), una struttura difensiva cittadina che proteggeva l’accesso alla parte antica e ci innamoriamo di alcune opere di uno degli artisti di strada che espongono nella zona. Non esitiamo e ci regaliamo un piccolo ricordo, unico.

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Ci dirigiamo poi verso il quartiere Praga, separato dalla città vecchia dal Fiume Vistola. Attraversiamo un ponte in cui il forte vento è libero di sferzare sui nostri volti. Non sentivamo la sua mancanza.

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Raggiungiamo la meta e scopriamo una zona cittadina molto diversa da Stare Miasto, ma non per questo meno affascinante. Il quartiere Praga, un tempo malfamato si è col tempo rinnovato, diventando punto di incontro di artisti e piacevole zona dove trascorrere del tempo, ammirandone l’architettura. Famoso, anche per essere stato scelto da Roman Polanski come set privilegiato del Film Il Pianista.

Ci catturano i Murales, le zone verdi, l’ampia via del quartiere Stare Praga. Le caffetterie, i market e i negozi di alimentari. La quotidianità locale che ci passa accanto.

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Per pranzo, torniamo nella zona del Castello Reale e scegliamo di accomodarci in uno dei ristoranti della catena Zapiecek, rinomata per l’ampia proposta di Pierogi. Siamo affamate e ordiniamo entrambe i ravioli polacchi, accompagnati da una eccezionale birra locale.  Soddisfatte e sazie, anche per il costo minimo del lauto pasto (meno di 9 euro a testa per porzioni davvero generose), proseguiamo nella visita della città percorrendo la lunga e stupenda Nowy Swiat, dove le luminarie sembrano quasi intrecciarsi in una danza. L’esperienza è sinestesica. L’atmosfera è mozzafiato e ogni locale, negozio, ristorante, contribuisce con le proprie decorazioni a regalare un ricordo indelebile, di una Varsavia completamente immersa nelle festività invernali. L’odore dei ristoranti orientali si fonde con quello delle crepes e delle cioccolaterie. Siamo al centro di un intreccio di lingue e culture, tassello di un fiume di persone che come noi si gode una città spettacolare.

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Rientriamo in hotel, innamorate della capitale polacca.

Prima però, ci fermiamo come consuetudine in uno dei Carrefour Express cittadini e al momento del pagamento, intraprendo con una anziana cassiera una comunicazione surreale, in cui polacco e inglese, pur su binari diversi, raggiungono obiettivi comuni.

La mattina successiva, a colazione ci aspetta una selezione dolce di tutto rispetto: quattro torte differenti, tra cui addirittura cheesecake! L’ambiente è sempre distensivo, anche se ci sono più ospiti, probabilmente perché è venerdì e tanti turisti approfittano del weekend dell’Epifania per visitare Varsavia. Avvolte nei nostri indumenti termici, ci dirigiamo verso il Museo dell’Insurrezione e scopriamo un’altra fetta della capitale, animata da un via vai di pedoni, ciclisti impegnati in consegne, cani scaldati da cappottini, che affrontano con entusiasmo la passeggiata con i proprietari. Tutto intorno, palazzi e grattacieli.

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Giungiamo al Museo e usufruiamo della possibilità di lasciare i cappotti gratuitamente all’ingresso e ritirarli all’uscita. All’ esterno ci sono anche le cassette di sicurezza, nell’eventualità in cui si abbiano zaini o borse ingombranti. Il costo del biglietto è di 25 Zloty a testa.

La visita è toccante e ci consente di ripercorrere le principali tappe dell’occupazione tedesca e sovietica, la devastazione, i soprusi, fino al momento della rivolta. L’esposizione è curata e particolareggiata, le descrizioni sono in lingua polacca e inglese (la documentazione originale, spesso è anche in tedesco). Tante scolaresche seguono con interesse accompagnatori che parlano di ciò che è stato, di sofferenza e rinascita.

Suggerisco caldamente, questo percorso museale.

Dedichiamo la seconda parte della giornata alla visita del parco Lazienki, anch’esso raggiunto a piedi, con una lunga passeggiata sotto la neve incessante. Tutto attorno a noi, si imbianca rapidamente. Poniamo attenzione ad ogni passo, per evitare di scivolare e cerchiamo di portar via più ricordi possibili, di un paesaggio a cui nel Sud Sardegna, non siamo abituati.

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Il manto bianco che ricopre la superficie del parco, regala uno spettacolare gioco di luce e silenzio. La neve non frena famiglie con bimbi, runners e gruppi di amici che passeggiano lungo i sentieri alberati e fiabeschi. Ci godiamo il tempo che abbiamo e approfittiamo per scattare foto alla bellezza che ci circonda.

La serata avanza e si avvicina il momento dell’arrivederci. Per pranzare (o cenare, visto che gli orologi segnano le 16), ci avviamo verso il nostro adorato centro storico che raggiungiamo con una lunga passeggiata, usando come “navigatore„ d’eccezione il Palazzo della Cultura e della Scienza, fornitore gratuito di orientamento. L’edificio, dono dell’Unione Sovietica, spicca rispetto a tutte le altre costruzioni per via della sua altezza, è perciò utilizzabile come mappa in 3d, per capire dove ci si trova e come raggiungere i punti di interesse.

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Ripercorriamo la Nowy Swiat e ci fermiamo in un altro ristorante Zapiecek, dove la nostra aumentata fame è proporzionale ai pierogi divorati e alla birra sorseggiata.  La cameriera, appassionata di pizza e lingua italiana, resta stupita quando le chiedo una maxi porzione di ravioli, descritta nel menù come “porzione per il nonno” (quella per la nonna, prevedeva due pierogi in meno). Ma nei nostri piatti non resta nulla e nel ritirarli, capisce che non esageravo. Paghiamo circa 10 euro a testa e prendiamo anche due birre locali e acqua naturale.

Percorriamo di nuovo Stare Miasto, che ogni giorno affascina da angolazioni diverse. La pista di pattinaggio è affollatissima e tra twist e altre danze, fruitori di tutte le età si lanciano in corse sul ghiaccio.

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Acquistiamo gli ultimi souvenir e sospiranti per la conclusione di una vacanza bellissima, ci dirigiamo in hotel, sotto una neve ancora incessante.

La mattina della partenza, la sveglia ci costringe ad abbandonare i letti alle 2,40. Il nostro bus partirà alle 4,05 e il volo è previsto per le 7,15. Non so esattamente come e dove, ma trovo la forza di fare una doccia, chiudere la valigia e affrontare il check out. Sono le 3,40 quando ci lasciamo alle spalle l’hotel, ma Varsavia è illuminata a giorno e animata da persone di ogni età che incuranti dell’orario, passeggiano, lavorano per spalare la neve e chiacchierano con amici dopo una serata comune.  Direi che come sicurezza percepita ed effettiva, siamo a livelli molto, molto elevati.

Il bus parte puntualissimo e ci lascia nel piccolo aeroporto di Modlin, che alle 5 sembra un mercato rionale all’ora di punta, per attività commerciali aperte e presenze.

Dopo l’imbarco, le condizioni meteo rendono necessarie le procedure di rimozione del ghiaccio dall’aeromobile e l’utilizzo dell’antigelo, ma, mentre tutto viene effettuato con cura, anche la pista si ghiaccia e necessita di un intervento che ci permetta di decollare. L’intervento sulla pista, fa ricongelare l’aereo e a quel punto, in un ritardo di quasi due ore, vissuto sui sedili Ryanair, pare di stare in un trip senza via d’uscita (scongela l’aereo, scongela la pista, scongela l’aereo.. ).

Poi finalmente il decollo, un volo tranquillo e la nostra Cagliari.

Arrivederci Varsavia!

Se doveste avere bisogno di qualunque ulteriore informazione, sentitevi liberi di scrivermi.

E se avete piacere, di vedere altre foto di questa esperienza polacca, venite a trovarmi su Instagram, all’account/profilo silviatoaff.

Ben ritrovate, Norimberga e Baviera!

 

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Alle 3,40 il suono della sveglia sfratta me e Massi da un sonno conquistato faticosamente poche ore prima e appesantito da due gatti di oltre 5kg acciambellati sulle nostre cosce.

Un check-in dalle tinte albeggianti, accelera i pensieri e inquina irrimediabilmente la fase di rilassamento notturno. Se poi, nel mio caso, si aggiunge la gestione della simil-aerofobia, fatta di training e maledizioni, direi che il detto: “anche oggi si dorme domani”, calza a pennello.

Eppure, nel destarci e ricordare che ci attende una mini vacanza in Baviera e Franconia, tutte le energie vengono richiamate e ci ritroviamo ad affrontare i controlli di sicurezza all’aeroporto di Cagliari-Elmas, con i nostri zaini in spalla, liquidi separati e come sempre, emozionati prima di una nuova avventura. Nonostante siano le 5,30 del mattino, la folla al Security Check è da finale calcistica, tanto da farci temere di non arrivare per tempo all’imbarco. Fortunatamente, la fila è scorrevole e tutto avviene velocemente.

La randomica assegnazione dei posti Ryanair, sistema me in braccio al pilota e Massi vicino alla porta posteriore. Lo ammetto, non sono particolarmente loquace durante i voli, intenta a riflettere sul perché non mi sia stato concesso di amare l’alta quota con la stessa intensità sperimentata dalle assistenti di volo, però avrei fatto volentieri a meno di questa recente scelta aziendale.

A tratti, pare di stare in un vespaio, tanto è fitto il vociare di chi cerca di barattare il proprio sedile con quello di poveri viaggiatori singoli (o ritenuti tali) capitati vicino a qualcuno di conosciuto e quasi temo di incontrare lo sguardo di chi, un secondo prima del decollo, ancora cerca un modo per avere accanto a sé amici e parenti, proponendo perfino al copilota, di “scalare” per creare un effetto domino che riduca le distanze.

Ma mentre l’aeromobile sfreccia in pista e abbandona il suolo, cala il silenzio, finalmente. La tratta è per fortuna molto breve, poiché affronteremo uno scalo a Milano-Bergamo, quindi le ore di volo sono frammentate e ridotte.

Intorno alle 12, arriviamo a Norimberga.

La città riemerge prepotentemente nei nostri ricordi, costruiti in un viaggio indimenticabile datato 2013. Allora, conoscevo a malapena due vocaboli della lingua locale, ma  nell’incontrare una ragazza sarda che ci disse di essere in viaggio per rispolverare le sue conoscenze di tedesco, pensai che fosse giunto il momento anche per me, di coltivare una passione latente, posseduta da sempre. L’anno dopo decisi di iniziare un corso in Italia e nel 2015 di partire per Berlino per migliorare e consolidare quanto appreso.

Anche per questo, Norimberga è sempre stata custodita nei cassetti più cari della mia memoria. Una sorta di imprinting per una delle esperienze più importanti della mia vita e che proprio la mia vita, ha segnato profondamente.

Compriamo due biglietti per la metro e ci dirigiamo ai binari della U2, per raggiungere l’Ibis Nuernberg City am Plaerrer.

Scegliamo di scendere alla Stazione Centrale, distante circa dieci minuti a piedi dal nostro albergo. Una passeggiata rigenerante e rinfrescante (la primavera non è ancora arrivata in città), durante la quale un ragazzo, probabilmente intuendo che non siamo del luogo, si propone di aiutarci. Parla in inglese, ma convinta lo faccia solo per agevolarci (atteggiamento tipico dei tedeschi particolarmente gentili) e soprattutto desiderosa di rimpolpare la mia parlata, gli rispondo in tedesco.  Lui mi guarda perplesso e spiazzato, scoprirò poco dopo che si tratta di un figlio dell’Erasmus, anglofono, che è rimasto a Norimberga per lavoro, ma che non ha alcuna conoscenza della lingua locale. Proseguiamo perciò nel parlare in inglese, fino a che, ci indica un hotel, convinto si tratti del nostro.  In realtà non ha la minima idea di dove accompagnarci ed eccedendo in gentilezza, pur di non ritrattare, ci conduce in angoli cittadini assolutamente casuali, che per fortuna, non ci impediscono di raggiungere la reale destinazione.

L’Hotel si rivela assolutamente all’altezza delle aspettative.  Alla reception veniamo accolti con ampi sorrisi e autentica gentilezza e soprattutto con un melodioso tedesco, nel quale mi tuffo in pieno. In più, ci concedono di prendere possesso della stanza due ore prima rispetto all’orario previsto per il Check-in, possibilità particolarmente amata dalle nostre stanche membra, attive dalle 3,40.

Riposiamo due ore, prima di avventurarci alla riscoperta del centro storico. Ci immergiamo nelle Mura, poco distanti dal nostro alloggio, che custodiscono la storia di questa cittadina e fungono da confine tra l’antico e il moderno.

Come accennato qualche riga fa, è prematuro parlare di primavera. Il freddo è ancora pungente, a tratti bipolare, con un sole che timidamente si affaccia dalle nuvole, per poi scomparire in un intenso grigio, che sembra portare temporali, ma non concretizza, per nostra fortuna, la minaccia.

Percorriamo le vie pedonali, fino a raggiungere la Piazza del Mercato. Notiamo che tante bancarelle e chioschi vengono allestiti, in occasione del mercatino di Pasqua, con il quale avremo la grande fortuna di familiarizzare prima della partenza.

Proseguiamo verso il Castello, per assaporare la veduta sulla città, sui suoi tetti spioventi, sulla ruota panoramica in lontananza e sulla torre della televisione. Ci avvolgiamo in calde sciarpe, proteggiamo la testa con le cuffie e ci perdiamo nel contemplare.

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Pensando a ciò che è stato e a ciò che potrebbe essere, se davvero facessimo quel passo che portiamo dentro da tanto tempo, ma che le attuali condizioni rendono davvero difficile.

Ogni volta che trascorro del tempo nella mia amata Germania, ho la sensazione di sfiorare la persona che desidero essere davvero, la parte di me più appagata e serena, che spesso vive nel buio e nel timore.

Mano nella mano, arriviamo nella zona della casa di Albrecht Dürer, che scopriamo essere luogo di ritrovo per tanti giovani e famiglie, accompagnati dai loro quattro zampe. Tutti, sono seduti per terra a sorseggiare boccali di birra e non impieghiamo molto ad imitarli, spingendoci anche oltre e raggiungendo un ristorante bavarese dove, vista sulla piazza, ceniamo e ci rilassiamo, spendendo circa 12 euro a testa.

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Non abbiamo energie per affrontare una eventuale movida notturna, la sveglia alle 3,40 è un pesante zaino colmo di pietre che aleggia sui nostri corpi stanchi e ingobbisce le nostre forze. Ripercorriamo il centro storico per ritornare in Hotel e parliamo di quanto sia stata intensa la giornata, seppur faticosa.

Al risveglio scegliamo di fare colazione in albergo, un piccolo regalo per noi, al “modico” costo di 11 euro a testa.  Tanta scelta per Massi che ama il salato, io mi organizzo con dolci e familiari. Dopo aver spazzolato mezzo buffet e accumulato riserve caloriche che ci permetterebbero di affrontare un trimestrale letargo, ci dirigiamo alla Stazione Centrale, a piedi, per concretizzare gli itinerari pensati per la giornata.

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Prendiamo un treno regionale per Bamberg, sfruttando il Tages Ticket acquistato alle macchinette, che per 19,70 euro totali, permetterà ad entrambi di viaggiare illimitatamente, nella zona distrettuale di Nürnberg, sia sabato che domenica. Se avessimo avuto quattro figli, avrebbero viaggiato gratis anche loro, ma per questa volta passiamo (e probabilmente anche per le prossime trenta o quaranta).
Un’oretta di viaggio e giungiamo a destinazione.

Bamberg è ancor più bella di quanto ricordassimo. La visitammo d’estate e ci conquistò completamente, per questo non fatichiamo a destinare una giornata al rivederla.
Ci godiamo il suo centro storico, i suoi ponticelli paralleli, il Duomo e la parte alta.

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Ci perdiamo tra le viuzze, il mercatino allestito in una delle piazze cittadine e respiriamo il passaggio dell’inverno che anche qui, sferza un colpo di coda e della primavera che scalcia per trovare spazio.
Quanto amo la Baviera. Non riesco a stancarmi di questi luoghi.
Per sfruttare al meglio il Tages Ticket, prima di arrivare alla stazione centrale di Norimberga,  facciamo tappa a Erlangen  e scopriamo una cittadina in piena festa di “primavera”, che ci regala un ulteriore mercatino, un centro storico carinissimo e due dolci pasquali che compriamo in panetteria, emulando alcuni anziani locali, in fila prima di noi. Ogni scusa è buona per riuscire a parlare in tedesco e il confronto con negozianti e commessi, resta una delle occasioni migliori.
Spazzoliamo le bontà in una panchina sotto qualche timido raggio di sole.

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Erlangen è una cittadina viva, probabilmente per la presenza massiccia di giovani universitari, la scopriamo per puro caso, scegliendola unicamente perché ci colpisce il suo nome e ciò che scorgiamo dai finestrini del treno.

Ci stupiamo nel trovare un viale di negozi e punti ristoro, caffè e lo percorriamo mano nella mano, respirando gli aromi della cucina tedesca che abbraccia quella orientale.
Approfittando dei negozi aperti, facciamo un po’ di shopping, qualche dono per i nostri cari (il trovare un carillon per mia madre, che li colleziona, mi rende felicissima), calze per Massi e qualche altro sfizio.
Siamo completamente a nostro agio.

La giornata volge al termine, ceniamo e rientriamo in Hotel, portando con noi il benessere che i momenti vissuti ci hanno regalato.

Il giorno successivo, direzione Regensburg (Ratisbona), dopo una colazione che fungerà anche da pranzo pasquale.
Per raggiungere la cittadina, non inclusa nel raggio del Tages Ticket, acquistiamo alle macchinette della stazione centrale, il Bayern Ticket per due persone, al costo di 31 euro, con il quale, abbiamo la possibilità di utilizzare  Ubahn, Sbahn, tram, bus e treni regionali, nell’intera Baviera. Nel 2013, ci spingemmo fino a Monaco con questa opzione e fu davvero conveniente. Regensburg è sullo stesso percorso, ma raggiungibile in circa un’ora e mezza.

Per altro, vogliamo goderci anche un po’ dei mercatini pasquali di Nürnberg, ci accontentiamo perciò dei paesaggi che scorgiamo all’andata e al ritorno (per quest’ultimo, scegliamo una tratta con più fermate, proprio per familiarizzare con più paesini, catturare immagini bavaresi, ed eventualmente, scegliere di scendere senza aspettative e rimanere stupiti, come nel caso di Erlangen).
Dalla stazione centrale di Ratisbona, raggiungiamo il centro storico in circa dieci minuti di passeggiata, con un fitto sottofondo di cori da stadio, che provengono da un’ala di binari affollata da tifosi (che partita ci sarà?). La polizia è schierata per evitare eventuali disagi e ci indica la strada per evitare incontri ravvicinati con gli appassionati di calcio.
La cittadina è densa di una storia rimasta intatta e non è stata devastata dalla guerra,  esperienza vissuta da Berlino e da tante altre città tedesche.

Vicoletti, strade acciottolate, addirittura una porta Pretoria che ancora resiste in parte, tra abitazioni private e ristoranti.
L’imponente Duomo, purtroppo circondato da lavori in corso e  i meravigliosi ponti che si affacciano su un Danubio parecchio arrabbiato, ma sempre suggestivo. Il vento è talmente trainante, da condurre le anatre a 50km/h senza che esse facciano alcuno sforzo fisico: una danza di code e zampe palmate.

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Tanti giovani locali, corrono e si allenano, nonostante le temperature ancora rigide e qualche irruzione piovana. Noi siamo sommersi da strati di sciarpe e maglioni e travolti da folate di vento improvvise quanto brevi.
Ci godiamo tutto il godibile, poi riprendiamo il treno per salutare Nürnberg e lo facciamo nel migliore dei modi, tra mercatini pasquali, tazze di caldo Frankenwein (cugino primo del Gluehwein) e patatine fritte, tra ponticelli e oggettistica artigianale, proprio come piace a noi.

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Un arrivederci come si vede.
Il vino ci dona tepore e una discreta allegria che ci fa immergere completamente nel clima festoso.

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Come ci capitò nel 2013, salutiamo questa cittadina appagati da ciò che ci ha concesso e malinconici, all’idea di dovercene separare.

Torniamo a casa, dopo una lunga giornata tra aeroporti bavaresi e lombardi, carichi e soddisfatti per questa esperienza breve, ma veramente intensa.

 

Tschüss Nuernberg! Bis bald!

Di presagi e imprevisti, tra Svizzera e Francia (L’antipasto).

“Ma la Svizzera non è MOLTO cara?”

Mi chiede perplesso Massi quando gli propongo di scegliere Ginevra, come base per il nostro viaggio di fine estate.

“Amore mio, sono solo voci di corridoio, fidati di me! Cagliari è più costosa!”

Rispondo, attirata dalla tratta diretta Easyjet e dai “soli” 60 euro AR  per le date perfette per i nostri programmi.

Orari di decollo non particolarmente rilassanti, soprattutto le 6.30 del volo di ritorno, ma l’adrenalina in ascesa all’idea della vacanza, ci rende temerari: ce la possiamo fare, faccio i biglietti!

Nella scelta dell’hotel, l’originaria domanda di Massi aleggia spavalda e inizia a trovare risposta affermativa.

Devo escludere una buona fetta di strutture, accessibili solo post vincita al Super Enalotto o eredità milionaria. Depennati poi, ostelli con bagni in comune e letti a castello in dormitorio, nei quali faremmo lievitare esponenzialmente l’età media e ci offrirebbero un deambulatore e un semolino, trovo per fortuna un hotel perfetto, praticamente in pista di atterraggio per vicinanza all’aeroporto ma perfettamente collegato con il centro città, economicamente accessibile grazie ad un mega sconto a me dedicato, per il ruolo di utente Genius su Booking.com.

Risolte le faccende di volo e alloggio, mi dedico all’esplorazione su mappa dei dintorni di Ginevra, per organizzare gite ed escursioni, di cui andiamo ghiotti. Scopro con grande piacere che nella confinante Francia, tanti borghi possono essere raggiunti con i treni veloci.  Scelgo Annecy e Chambery, descritte sul web come meravigliose e distanti solo poche decine di chilometri dalla nostra base.

Faccio i biglietti di viaggio online, previa verifica serietà del sito che li emette (https://www.trainline.it/), uso paypal per ogni evenienza e in pochi minuti ho già in mano i documenti di viaggio stampati.

Non ci resta che attendere la data di partenza.

Alle 6,30 del 18 agosto, siamo su strada per raggiungere un parcheggio privato nei pressi dello scalo aeroportuale cagliaritano, purtroppo rallentati da un mezzo addetto al ritiro rifiuti e produttore di una fragranza di tutto rispetto,  che ovviamente abbraccia il nostro abitacolo.

Massi ed io ci guardiamo: sarà un presagio?

Il parcheggio si rivelerà eccellente e molto conveniente rispetto al taxi, in un orario nel quale non si ha il coraggio di disturbare qualcuno per avere un passaggio (https://www.parkingo.com/parcheggio-aeroporto-cagliari-elmas), lasciamo l’auto in custodia e una navetta ci conduce alle partenze.

Decolliamo in orario e il volo (con mia immensa gioia) sarà brevissimo, circa un’ora e venti.

Se non fosse stato per l’alito pestilenziale della signora seduta accanto a me, in stile bomba chimica, sarebbe stata una tratta rilassante e piacevole, con vista sulle Alpi.

Un cugino del presagio precedente? Mi chiedo.

Dopo l’atterraggio, seguiamo il lungo tragitto verso l’uscita.

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Chi è diretto in città, può prendere nella zona in cui vengono consegnati i bagagli (accanto alla porta, sulla sinistra), un biglietto Unireso che consente di usufruire dei mezzi pubblici nella zona 10 (gran parte di Ginevra), per circa 80 minuti, la validità comincia dopo l’emissione.  Purtroppo ci tratteniamo  troppo a lungo in aeroporto per poterne usufruire e siamo costretti a spendere 3 franchi a testa per due biglietti da utilizzare per il bus n.23,  che in 40 secondi ci condurrà al nostro Nash Airport Hotel (il presagio prende forma?).

Ad accoglierci alla reception, troviamo una simpaticissima e cortese ragazza romana, che ci fornisce informazioni utili, una mappa della città, una dei trasporti e soprattutto due biglietti che ci permetteranno di  utilizzare gratuitamente tutti i mezzi pubblici nella zona 10 per l’intera durata del soggiorno.

La stanza è veramente carina e pulita. L’iniziale temperatura è polare, perché gli addetti alle pulizie hanno dimenticato l’aria condizionata accesa e selezionata a  circa 15 gradi. Ma stemperiamo in pochi minuti.

Bollitore con tè e caffè in omaggio e due bottigliette d’acqua ugualmente offerte.

La vista è sulla pista di decollo e mi affascina il continuo fluire di aerei diretti in tutte le parti del mondo. Easyjet fa da padrona, con frequenza di decollo di almeno una volta ogni tre minuti.

La mia ambivalenza quando si tratta di volo, si palesa anche in questo. Detesto essere protagonista diretta di un viaggio aereo e nonostante la mia affinata capacità di gestire mentalmente l’ansia, il mio corpo diventa altro da me, reagendo in solitudine (tra sudorazione e pallore), mentre io sono convinta di essere rilassata.  Ma, trascorrerei ore ad ammirare decolli e atterraggi e i velivoli in rotta verso luoghi e culture, mi donano un senso di pace totale.

Mi incollo alla finestra e ammiro il susseguirsi dei giganti alati, fin quando un temporale corredato di tuoni, fulmini e apocalisse, irrompe improvvisamente e procrastina la nostra prima uscita in città.

Sarà il trisavolo del presagio? Mi chiedo.

Dopo tre quarti d’ora torna il sereno.  Siamo pronti a scoprire Ginevra!

I parenti del presagio, si faranno vivi?

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Mesi Berlinesi: L’ARRIVO.

Chiedetemi se ero felice e vi risponderò di SI.

Nonostante l’ansia mi incellofanasse mente e stomaco, concedendo con parsimonia celle di respiro. Nulla di cui stupirsi, il mio coraggio è fatto così: gode di interminabili momenti letargici, per poi palesarsi improvvisamente attraverso eruzioni energiche e fertili, che mi permettono di VIVERE.

Rinchiuse in spazi remoti le mie paure, semino la via di realizzazione di uno dei miei più grandi desideri: vivere in Germania, vivere l’evoluzione: da turista ad abitante, migliorare l’adorato tedesco, ricominciare professionalmente da zero, mettendomi in gioco. Contatto una scuola di lingue a Berlino e mi iscrivo per un corso della durata iniziale di due mesi, che senza troppo indugio, proseguirà per cinque. Saluto il mio compagno, alleato e sostegno, quasi annegando tra le lacrime, in un mite quattordici febbraio sardo, spodestato poche ore dopo, da un glaciale inverno berlinese. Realizzo di aver superato il confine tra il “pensato” e l’”agito”, quando prendo posto sul velivolo Alitalia, che da Elmas mi condurrà a Roma e da lì nella capitale tedesca. Mi guardo intorno e cerco la mano di Massi, feticcio anti-aerofobia, concessa sempre in comodato d’uso durante atterraggi, decolli e turbolenze. Ma sono sola, sola con i miei desideri e i miei timori, sola con la mia eruzione di coraggio, che un po’ maledico e un po’ ringrazio.

Atterro a Tegel terminal C e trascino fino al bus TXL (terminal B), trenta chili tra stiva e cabina. Sento parzialmente la fatica fisica, perché l’adrenalina lievita, agevolata da ciò che vedo, da ciò che ascolto, dagli odori che sento. Sono arrivata, la mia esperienza comincia da qui, dalla richiesta di un biglietto all’autista, nel mio tedesco ancora un po’ maccheronico, dal percorso del Bus, che prima di raggiungere Alexanderplatz, saluta la Stazione Centrale, la porta di Brandeburgo, il Viale dei Tigli, l’isola dei Musei. Mi commuovo, osservando quella che sarà la mia città per lunghe settimane, guardo la mia immagine riflessa sui finestrini del mezzo e provo un po’ di tenerezza per quella giovane donna, abbracciata alle sue valigie, dall’aria stanca, ma dagli occhi attenti e felini, che catturano tutto, per non perdere nulla di quella cascata emozionale.

Raggiungo l’hotel, nel quale alloggerò la prima notte, senza alcuna fatica e soprattutto senza mappa, seguendo solamente l’istinto d’orientamento che, per la prima volta nella mia vita, non fallirà. Su Booking.com avevo prenotato una stanza presso l’H2 Berlin- Alexanderplatz, poco distante dalla fermata capolinea del TXL. Fatico a portare le valigie fino alla Reception, ma ce la faccio e mi espongo spiegando in tedesco, che ho prenotato una singola, aspettando la classica risposta con annessa richiesta di documento e consegna chiavi. Ma il ragazzo che mi accoglie parla a lungo, parla velocemente (troppo velocemente) e troppo in tedesco. Frustrata ma eccessivamente orgogliosa per cambiare lingua, utilizzo i concetti raccolti per costruire informazioni di senso logico e capisco che mi devo recare nell’Hotel accanto a quello in cui mi trovo, perché per un problema con le stanze, alloggerò lì, allo stesso prezzo e per gli stessi servizi. Prima di entrare nell’altro albergo, incrocio anche le dita dei piedi, nella speranza di aver compreso bene quanto sentito all’alloggio precedente. La posta in gioco è troppo alta, non voglio dormire la prima notte nella U-bahn insieme ai senza tetto, perciò al Ramada Hotel (questo il nome), parlo in inglese e sperimento un senso di maggiore leggerezza.

La stanza mi aspetta, finalmente posso riposare le stanche membra. È il mio stomaco “canterino” a ricordarmi che dalla mattina non mangio qualcosa che sia definibile come cibo, a parte i vari snack Alitalia. Accompagnata da sciarpa, guanti, cuffia e calzamaglia sotto strati di maglie e maglioni, esco e vado a procacciare provviste prima che i supermercati chiudano.

Berlino mi accoglie tra luci e persone che affollano Alexanderplatz. Non so esattamente dove troverò un supermercato, ma mi sento al sicuro, accolta fin dal principio e cammino in direzione della Fernsehturm (torre della televisione), che mi guiderà ogni giorno per cinque mesi, catturandomi come l’occhio di Sauron attraeva l’anello, punto di riferimento saldo e rassicurante, in una città dove non ho mai sperimentato disorientamento. Proprio sotto la Fernsehturm, scorgo l’insegna gialla del discount Netto e la mia fame viene placata da pane e formaggio. Il peso dell’overdose emozionale comincia e farsi sentire, mi dirigo in albergo e sogno di avventure e nuove esperienze su un diversamente comodo cuscino berlinese, ripiegato in quattro per raggiungere il volume desiderato.

Mi aspetta tanto, mi aspetta ancora tutto e condividerò tutto, a piccole dosi, proprio qui.

l'arrivo

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